di
Amelia Esposito
Nel luglio 2025, durante un convegno nel carcere di Padova, prese la parola Marino Occhipinti. L’ex assassino della Uno bianca si era visto revocare la libertà condizionale nel 2022, quattro anni dopo la scarcerazione, per aver usato violenza nei confronti della compagna. Tornò dentro. E, finalmente, fece ciò che andava fatto: un percorso psicologico per risalire alle origini della sua rabbia, della sua cattiveria. «Ho aggredito, umiliato, mortificato la donna che mi amava», disse.
Poi, senza voler giustificare i propri crimini, raccontò della sua infanzia negata — «a cinque anni lavoravo nei campi con il mio papà» — e di questo padre «feroce», che lo maltrattava e lo umiliava proprio come avrebbe fatto lui, decenni dopo, con la ex. Poi disse di quelle «liti fra i miei quando eravamo piccoli, talmente violente che la mamma si accasciava svenuta. E io che la sollevavo, la adagiavo sul divano e le stavo vicino finché non stava meglio». «Me ne ha parlato di recente mio fratello, ancora oggi di quelle liti non ricordo nulla — spiegò —. Ho rimosso per sopravvivere». Ma tutta quella violenza gli era entrata dentro. E sarebbe esplosa anni dopo. Quel giorno di un’estate fa, ad ascoltarlo c’era anche Gino Cecchettin. I due si erano abbracciati prima che il detenuto parlasse: «Non avete idea di cosa sia per me l’abbraccio di Gino».
Cecchettin è una rara, luminosa eccezione. Occhipinti, invece (al netto degli omicidi), è uno dei tanti. Le statistiche ci dicono che solo una parte (il 30% circa) di chi ha subito violenza da piccolo la replica da adulto, ma anche che gran parte degli uomini maltrattanti (80% circa) è stato maltrattato da bambino. I fatti di Catania sono emblematici di questo meccanismo di replica della violenza vissuta durante l’infanzia: il tentato femminicida è figlio di un uomo che a sua volta ha provato ad ammazzare la ex moglie.
Ancora una volta, torna utile l’esempio di Cecchettin nella ricerca di una via d’uscita da questa barbarie: la violenza si ferma solo prevenendola, educando gli adulti di domani ai sentimenti. E se la famiglia non è in grado di farlo, il compito, il dovere, spetta alla società. A partire dalla scuola.
Lo ripeteremo anche noi, fino allo sfinimento.
4 luglio 2026
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