Sono ormai numerose le ordinanze che limitano i lavori, soprattutto quelli pesanti, nelle ore più calde della giornata. Si afferma, in diversi Paesi europei, un diritto al ritiro dal lavoro oltre una certa temperatura. Non siamo purtroppo di fronte a un codice eccezionale, una misura d’emergenza. Quello che stiamo sperimentando diventerà la normalità dei prossimi anni. E nell’adattamento al riscaldamento climatico – perché alla mitigazione con tutto questo revisionismo in materia ci si pensa poco o la si ritiene troppo costosa – andranno cambiati anche gli orari d’ufficio e di fabbrica, cercando di contemperare i diritti di chi lavora con quelli di chi usufruisce di un servizio. 

Ciò comporterà il sacrificio di alzarsi prima, ma nello stesso tempo anche il disagio di turni spezzati dalla pausa imposta dalle temperature e l’allungamento dell’arco complessivo di impegno quotidiano di lavoratrici e lavoratori. La colonnina di mercurio mal si adatta alla logica dei contratti nazionali. Cominciare all’alba significa di fatto lavorare di notte, con relativa indennità. Il riscaldamento climatico non guarderà in faccia ai diritti dei lavoratori ma nemmeno a quelli degli utenti e dei consumatori.



















































Ordinare qualcosa a domicilio, quando fuori si sfiorano i quaranta gradi e l’asfalto ribolle, è un diritto incomprimibile del cittadino o un esercizio di sadismo urbano nei confronti di un rider pagato a cottimo? Il campione di ciclismo Tadej Pogacar propone di far partire le tappe del Tour più presto al mattino ma forse questo contrasterebbe con le esigenze televisive e le attese degli sponsor. Una tappa divisa in due parti, una al mattino presto e una al tardo pomeriggio, non è immaginabile. Sarebbe la morte del ciclismo

In una intervista a Repubblica di qualche giorno fa, Sylvie Goulard, economista ed ex ministra francese, ha proposto di anticipare tutti gli orari di uffici e fabbriche, anche per contrastare le inevitabili perdite di produttività. Ma questo inciderebbe anche sulle vite personali, familiari, sulle abitudini serali, sui tempi delle città. Un sostanziale ridisegno delle pulsazioni di intere comunità. Siamo pronti? Non proprio. Magari qualcuno potrebbe fare obiezione di coscienza. Non credo al riscaldamento climatico, dunque non mi adatto. Che nostalgia di estati normali. Nel celebre film Il vedovo, Alberto Sordi, sposo infedele dell’imprenditrice Franca Valeri, che vorrebbe morta, imita il dialetto milanese. “Commendator Lambertoni, s’el fa a Milan con stu cald?”. Ma c’erano a malapena trenta gradi.

13 luglio 2026