di
Veronica Tuzii

Venezia, la profezia del Futurismo. Il curatore Vanzan: «Obiettivo era raccontare il pensiero del movimento»

Un uomo precipita dal cielo verso una città ridotta a un reticolo geometrico, un esercito avanza tra colori incandescenti, un libro che trasforma le parole in esplosioni tipografiche e una profetica lettera. Proprio da quest’ultima parte il percorso di «Futurism: Prophecy and Revolution», al Centro culturale Bafile di Caorle (Venezia) fino al 6 settembre. Promossa dal Comune e curata da Matteo Vanzan, l’esposizione riunisce oltre 60 opere (dal 1899 al 1944), giunte da collezioni pubbliche e private, con numerosi prestiti dagli eredi degli artisti. Il titolo nasce dalla lettera autografa che Umberto Boccioni scrisse a Francesco Balilla Pratella il 17 agosto 1915, nel pieno del clima interventista: «Auguriamoci che arrivino presto nuovi assalti, prepariamo gambe e braccia per nuovi assalti che speriamo arrivino presto». Esattamente un anno dopo, Boccioni morirà cadendo da cavallo durante un’esercitazione militare.

Un percorso «non cronologico ma tematico»

«È come se avesse profetizzato un futuro che per lui non arriverà mai», osserva Vanzan. Da qui l’idea della «profezia» accostata a una rivoluzione destinata a investire arti, linguaggi, comportamenti e modi di vivere. La scelta curatoriale rompe la tradizionale distinzione tra primo e secondo Futurismo per restituire il movimento come fenomeno culturale dall’onda lunga. Il percorso, spiega Vanzan, «non è cronologico ma tematico», perché «prima delle opere è fondamentale raccontare il pensiero». Dalla pittura e scultura all’editoria, dalla musica alla grafica, dal teatro alla pubblicità, fino alla cucina, l’excursus risale così alle radici divisioniste con Gaetano Previati e Plinio Nomellini, per arrivare alle sperimentazioni di Balla, Boccioni e Russolo, senza soluzione di continuità.



















































Le riscoperte della rassegna

Ecco la «Battaglia di Sassabaneh» di Italo Fasullo, presentata alla Biennale di Venezia del 1938 e oggi raramente visibile. Vanzan la definisce «la sintesi estetica e concettuale di tutto il Futurismo»: un dipinto nato dall’esperienza dell’artista in Eritrea, in cui l’enfasi della conquista militare si confronta con la forza distruttrice della natura. La tela si lega direttamente a «Distruzione», dove i cinque elementi naturali devastano le forze armate, monito di come il progresso e il rinnovamento possano portare, un domani, a una ribellione della natura contro l’uomo. È una delle riscoperte della rassegna, insieme ai lavori di Orazio Toschi, Fides Testi Stagni e altri autori meno frequentati dalla storiografia. Il piano superiore è dedicato all’aeropittura e si apre con «Scendendo in città dal cielo» di Alfredo Gauro Ambrosi, del 1933.

«Il pittore cambia punto di vista»

La prospettiva si ribalta: il mondo non è più osservato dalla strada ma dall’aeroplano, trasformando la città in un intreccio quasi astratto di linee e geometrie. «Il pittore cambia punto di vista, ed è una delle intuizioni più radicali del secondo Futurismo», chiosa il curatore. Attorno ad Ambrosi, le vedute aeree di Tullio Crali, Giulio D’Anna e Renato Di Bosso. Il volo come nuova esperienza dello sguardo, che in Enzo Benedetto diventa una forma pura di movimento, una sintesi di volumi e colori nel segno della «magnifica ossessione futurista» per velocità ed energia. Accanto ai dipinti, alcune delle pubblicazioni fondative del movimento: «Mafarka il futurista» e «Zang Tumb Tumb» di Filippo Tommaso Marinetti, «Guerrapittura» di Carlo Carrà e «L’arte dei rumori» di Luigi Russolo.

La grafica pubblicitaria diventa linguaggio per tutti

«La musica elettronica la dobbiamo anche all’invenzione degli intonarumori di Russolo», rimarca Vanzan. Se dunque non mancano i nomi noti come Balla, presente con una serie di cartoline e l’olio su carta intelata «Balfiore + luci», e i già citati Boccioni e Carrà, il merito della mostra è anzitutto quello di esaltare figure come Anselmo Bucci, Marisa Mori, tra le poche donne della corrente, e Cesare Andreoni col suo «drone» su «L’Arena di Verona». L’approdo del viaggio futurista è riservato ai manifesti, dove la grafica pubblicitaria perde la funzione puramente commerciale e diventa linguaggio artistico accessibile a tutti, portando l’avanguardia fuori dai musei e dentro lo spazio urbano. Uscendo dal Bafile, resta quell’immagine iniziale dell’uomo che precipita dal cielo: simbolo di un movimento che volle cambiare prospettiva, salire più in alto per guardare il mondo in modo radicalmente diverso.


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14 luglio 2026