di
Fabrizio Roncone

Niente di personale nei confronti di uno stupendo campione del mondo e sublime regista, ma non ha il rango per ambire alla carica di commissario tecnico

Poi ci diranno che è stato solo uno scherzo, una battuta, che era tanto per confondere le acque. E che ci siamo cascati. Infatti, che scemi: ci siamo cascati. Andrea Pirlo, il nuovo cittì. Ma certo: non poteva essere. Avremmo dovuto capirlo. E, invece, leggendo i titoli dei giornali e qualche retroscena, qui bisogna confessare che, tra stupore e preoccupazione, ci siamo davvero chiesti: Pirlo, scusate, in che senso? Sul serio c’è qualcuno che sta pensando a lui per la panchina azzurra? Di chi è amico? Perché questa scelta avrebbe solo ed esclusivamente tutti i caratteri dell’amichettismo più peloso, inutile, fatale.

Intendiamoci: niente di personale nei confronti di Pirlo, stupendo campione del mondo e sublime interprete di un ruolo delicato come quello del regista. Però anche dimostrazione vivente di quanto sia difficile replicare in panchina i successi ottenuti sul campo. Wikipedia è definitiva: diciamo che Pirlo non ha il rango per ambire alla carica di commissario tecnico. Non in questa complessa e storica fase di ricostruzione del calcio italiano. E, soprattutto, non dopo gli incoraggianti segnali che abbiamo avuto nelle ultime settimane.



















































A cominciare dall’elezione di Giovanni Malagò alla guida della Federcalcio, che è stato un messaggio forte e importante. Perché si tratta dell’unico uomo delle istituzioni che può provare — per capacità manageriali, cultura sportiva ed esperienza (tre mandati da presidente del Coni, con medaglieri olimpici da record) — a rifondare l’intero movimento. Qualcuno, come saprete, ha cercato di opporsi: Malagò non piaceva forse per questioni di banale antipatia, forse per miserabili risentimenti privati. Ogni dubbio è stato comunque spazzato via dalla determinazione con cui le Leghe e i calciatori e gli allenatori hanno voluto affidarsi a lui. Che ha poi piazzato un colpo del tutto inatteso, e di altissimo livello: Paolo Maldini. Chiamato, dopo una trattativa che si suppone non essere stata facile, a ricoprire il ruolo di presidente del nuovo Club Italia. E, con Maldini, ecco pure l’annuncio di Leonardo, nell’ancora più inedito ruolo di consulente azzurro.

La faccenda si stava facendo così seria che, ad un certo punto, abbiamo avuto tutti una botta di grandiosità: si potrebbe chiamare Guardiola, no? Se la Germania fa sedere in panchina Klopp, l’Italia chiede a Pep di venirci a dare un po’ della sua luce. Una suggestione legittima. Ci siamo pure un po’ fomentati: Malagò è uno che può riuscire a convincerlo. Un po’ per via delle sue leggendarie capacità di persuasione, un po’ perché — a questo punto della carriera è già nel mito — Guardiola potrebbe davvero decidere di allenare un genere di squadra, cioè una Nazionale, che non ha mai gestito ed educato al suo calcio. Sarebbe una sfida e, insieme, anche un capriccio, una di quelle scelte che nella vita fai soprattutto per te stesso, senza star lì a guardare il conto corrente.

Queste ultime due paroline — conto corrente — ci riportano a Pirlo (sembra che costi pochissimo: e ti credo), e anche e soprattutto ad Antonio Conte e a Roberto Mancini. Oggi, a Milano, Malagò, Maldini e Leonardo parleranno molto di loro due (sorvolando, spero, su Pioli, Cannavaro etc etc). Con una scena che è abbastanza delineata: Conte una squadra è capace di migliorartela in poco tempo, però vuol essere ben pagato e ha il limite di stufarsi subito (in media, non dura più di due anni); Mancini accetterebbe un ingaggio ragionevole, è bravo, ma dopo l’ignobile fuga dalla panchina azzurra per andare ad arraffare i dollari degli arabi, dovrà mettersi in ginocchio sui ceci e implorarci d’essere perdonato (sperando nell’indulgenza dei tifosi, non scontata).

15 luglio 2026 ( modifica il 15 luglio 2026 | 11:44)