di
Valentina Rorato
Porta all’isolamento ed esclusione sociale. È dovuta ad iperattività del sistema nervoso simpatico e non è un problema estetico. Come si interviene (anche con un’operazione mirata)
Sudare è imbarazzante, ma per alcuni ragazzi non è solo un fastidio passeggero, causato dal caldo, dalla fatica fisica o da una forte emozione. É un ostacolo alle relazioni sociali.
Ci sono giovani che bagnano i quaderni mentre prendo appunti a scuola, che rinunciano a praticare uno sport o a suonare uno strumento. E, peggio ancora, si isolano, non hanno amici o amori, per evitare qualsiasi contatto fisico, come la semplice stretta di mano.
Questa condizione, che riguarda fino al 3% degli adolescenti, è nota come iperidrosi pediatrica ed è localizzata principalmente a livello delle mani, dei piedi e delle ascelle.
La valutazione
L’Ospedale Bambino Gesù di Roma, con oltre 230 trattamenti chirurgici mini-invasivo, ha la più ampia casistica in Italia in ambito pediatrico. Il richiamo della struttura è chiaramente extra-regionale: quasi un paziente su due (il 44%) proviene infatti da fuori del Lazio, con flussi consistenti in particolare da Campania, Lombardia, Sicilia ed Emilia-Romagna. L’identikit del paziente evidenzia un’età media di 17 anni – con il caso più precoce trattato a soli 12 anni – e una prevalenza leggermente superiore nel sesso femminile (56% rispetto al 44% dei maschi), per un volume di circa 40-45 valutazioni cliniche annue volte all’intervento.
«L’iperidrosi non è un semplice fastidio né un problema estetico», spiega May El Hachem, responsabile di Dermatologia dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. «Per molti ragazzi diventa una limitazione concreta nella vita di tutti i giorni: scrivere, salutare gli amici, partecipare alle attività scolastiche o sportive può trasformarsi in una fonte continua di disagio psicologico. Per questo è importante riconoscere precocemente il disturbo, non sottovalutarlo e costruire un percorso terapeutico personalizzato».
Come si manifesta
All’origine dell’iperidrosi vi è un’iperattività del sistema nervoso simpatico, la componente del nostro organismo deputata a stimolare involontariamente le ghiandole sudoripare. La manifestazione più comune nei primi anni di vita è l’iperidrosi primaria focale, una forma non legata ad altre patologie sistemiche e caratterizzata da una forte componente di predisposizione familiare. I primi sintomi tendono a palesarsi già in età prepuberale, per poi acutizzarsi durante l’adolescenza, fase in cui le repentine variazioni ormonali si intrecciano a dinamiche emotive cruciali.
Un circolo vizioso
È proprio in questo periodo che si innesca un insidioso circolo vizioso. Sebbene le alte temperature e i tassi di umidità fungano da elementi scatenanti, sono soprattutto l’ansia, lo stress e l’imbarazzo sociale ad alimentare la patologia: il timore costante di mostrare le mani sudate agisce come un potente stimolo sul sistema nervoso simpatico, incrementando ulteriormente la secrezione di sudore in modo del tutto indipendente dalla volontà del ragazzo. Nei casi clinici più severi, l’eccesso di produzione di sudore può causare la macerazione e la desquamazione della cute, fino a sfociare nell’eczema disidrosico, un’infiammazione cutanea acuta caratterizzata da piccole vescicole pruriginose che richiedono terapie mirate.
Come si interviene
Il percorso diagnostico e terapeutico inizia con una prima valutazione del pediatra di libera scelta, per poi affidare il ragazzo a un dermatologo, il cui compito consiste in fase iniziale nell’escludere le forme di iperidrosi secondaria, associate cioè all’assunzione di specifici farmaci o ad altre patologie sottostanti.
Il protocollo terapeutico prevede sempre un approccio conservativo: si parte dall’adozione di rigorose norme comportamentali volte a facilitare la corretta traspirazione cutanea – specie per gli arti inferiori, vietando l’uso di calzature e tessuti sintetici –, per passare poi all’applicazione di prodotti topici a base di cloridrato di alluminio e a sessioni di ionoforesi, una tecnica che sfrutta una corrente continua a bassa intensità per veicolare farmaci attraverso la barriera cutanea. L’opzione chirurgica viene presa in considerazione unicamente laddove tali strategie si rivelino inefficaci e la patologia continui a compromettere gravemente la sfera relazionale e quotidiana del giovane. «La chirurgia rappresenta sempre l’ultima tappa del percorso di cura», prosegue El Hachem. «È riservata ai ragazzi per i quali tutte le terapie conservative si sono dimostrate insufficienti e il peso della malattia sulla vita quotidiana è diventato importante».
Fra i trattamenti intermedi figurano anche le infiltrazioni con tossina botulinica, le quali tuttavia presentano significativi limiti in ambito pediatrico: «L’efficacia è infatti temporanea – generalmente non supera i 6 mesi – rendendo necessari trattamenti ripetuti. Inoltre, le infiltrazioni vengono eseguite in aree particolarmente sensibili e possono risultare dolorose per il paziente. A ciò si aggiunge un ulteriore aspetto: attualmente la procedura non è rimborsata dal Sistema Sanitario Nazionale e, di conseguenza, comporta costi elevati per le famiglie. Per questi motivi, nei casi selezionati di iperidrosi severa, in termini di risultati la chirurgia rappresenta l’opzione terapeutica più appropriata», racconta Francesco De Peppo, responsabile della Chirurgia Pediatrica di Palidoro, sede di eccellenza per la tecnica chirurgica toracoscopica mini-invasiva e ad alta specializzazione.
L’operazione
In che cosa consiste? Attraverso due micro-incisioni accuratamente collocate all’interno del cavo ascellare per azzerare l’impatto estetico delle cicatrici, l’équipe guidata dal dottor De Peppo interviene direttamente sulla catena del sistema nervoso simpatico. La trasmissione degli impulsi anomali responsabili dell’iperidrosi viene interrotta in modo selettivo mediante il posizionamento di microscopiche clip in titanio, calibrate su misura a seconda che l’area interessata sia quella palmare o ascellare.
Il protocollo messo a punto dal Bambino Gesù si distingue per un approccio graduale e interamente reversibile. L’operazione viene infatti eseguita in due tempi chirurgici distinti, distanziati di circa 2 o 3 mesi, intervenendo dapprima sul lato dominante del paziente (ad esempio la mano sinistra per i soggetti mancini). Questa strategia terapeutica consente di abbattere il rischio di complicanze e concorre a mitigare il fenomeno della sudorazione compensatoria, ovvero l’incremento compensativo della traspirazione in altri distretti corporei, che si manifesta solitamente in forma lieve e limitata ai mesi estivi. Il ricorso alle clip in titanio offre inoltre una garanzia di sicurezza nettamente superiore rispetto alla resezione irreversibile del nervo. I rari casi di recidiva, ampiamente inferiori all’1%, sono legati esclusivamente alla naturale e microscopica rigenerazione di sottili connessioni nervose collaterali nel corso del tempo, capaci di ripristinare il passaggio dello stimolo.
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16 luglio 2026 ( modifica il 16 luglio 2026 | 15:35)
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