di
Davide Soattin
Fuori dal casellario giudiziale di Abderrahim Fakir anche un patteggiamento e una condanna con pena sospesa. L’avvocata che lo ha seguito per il rinnovo del permesso di soggiorno: «Senza i requisiti di integrazione e regolarità non avrebbe avuto l’autorizzazione a restare in Italia»
Nel passato di Abderrahim Fakir, il 42enne morto domenica mattina al Pilastro durante un controllo della polizia, ci sono cinque precedenti penali, tutti però risalenti a poco meno di vent’anni fa, condonati dall’indulto. Stando al certificato del casellario giudiziale infatti, nel 2005, fu condannato in via definitiva a quattro anni e due mesi e 12.400 euro di multa per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. A processo arrivò dopo essere stato coinvolto in un’importante indagine della Direzione distrettuale antimafia di Bologna e della Squadra Mobile per traffico di droga tra il 2002 e il 2003. Risultano inoltre tre procedimenti per evasione. Tra novembre 2005 e aprile 2006 infatti, mentre stava scontando quella pena agli arresti domiciliari, venne sorpreso a violare l’obbligo di permanenza nell’abitazione in cui viveva a Medicina.
Il recente contatto con un centro di salute mentale
Nel 2012 fu invece condannato in via definitiva a 1 anno e 11 mesi e a 4.800 euro di multa per cessione di sostanze stupefacenti in concorso per fatti avvenuti a Bologna nel 2003. Fuori dal casellario giudiziale, da quanto si apprende, ci sarebbe anche un patteggiamento per minaccia, danneggiamento, porto abusivo di armi e resistenza e nel 2015 una condanna per lesioni personali con sospensione condizionale della pena dopo la messa alla prova. Procedimenti che, per le modalità in cui sono stati definiti, non vengono menzionati nel certificato.
Quarantadue anni, originario del Marocco e in Italia da quando era bambino, Abderrahim Fakir viveva a Borgonuovo, frazione del territorio comunale di Sasso Marconi, ma lì era una specie di «fantasma». Non aveva relazioni significative, al Comune non era noto. Non risulta in nessuna annotazione anagrafica, né il suo nominativo compare tra le prese in carico di servizi sociali o altro. Dagli accertamenti svolti risulta invece che di recente ha avuto un «approccio» con un centro di salute mentale, ma che poi non avesse proseguito le cure. È uno dei temi di cui si stanno occupando gli inquirenti, coordinati dalla Procura di Bologna, per far luce sulla dinamica di quanto successo domenica.
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L’autorizzazione del giudice a rimanere in Italia
Fakir era titolare di una impresa di facchinaggio, regolare sul territorio nazionale e attendeva il rinnovo del permesso di soggiorno. Aveva l’autorizzazione del giudice a rimanere in Italia nell’ambito del procedimento per il riconoscimento della protezione speciale, per la quale c’erano state delle pronunce negative. In pratica aveva avuto una sospensiva del tribunale, sezione Immigrazione, a seguito di una decisione negativa della commissione territoriale, per manifesta infondatezza. «Se non ci fossero stati requisiti di integrazione e di regolarità – aveva spiegato l’avvocata Barbara Spinelli, legale che lo ha seguito nell’intero iter burocratico – il giudice non avrebbe potuto concedere l’autorizzazione a rimanere in Italia». Spinelli aveva inoltre aggiunto: «Dal 2024 seguivo il procedimento pendente davanti al tribunale. Avevamo chiesto la protezione speciale e avevo depositato tutta la documentazione che dimostrava come avesse maturato i requisiti: il casellario penale, i carichi pendenti, la prova che aveva sempre lavorato, pagato le tasse e la documentazione relativa alla sua attività imprenditoriale». Erano stati depositati anche «l’estratto contributivo Inps, che dimostra un’attività lavorativa continuativa dal 2012 al 2026, e tutta la documentazione relativa alla nuova società» aveva raccontato la legale. Poi la chiosa: «Tutti i tentativi di dipingerlo come il solito straniero irregolare e spacciatore lasciano il tempo che trovano: Abderrahim Fakir era un imprenditore».
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21 luglio 2026 ( modifica il 21 luglio 2026 | 20:03)
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