Alla stazione Kazanskij di Mosca, in un luglio che dovrebbe essere quello delle partenze verso il mare, i binari verso sud sono spettralmente vuoti. Lo racconta l’inviato di The Economist in quella località. Non ci sono più le famiglie stipate di valigie dirette in Crimea, ci sono divise mimetiche e un’ansia diffusa che si respira nell’aria calda della capitale. È un dettaglio minuscolo, ma dice più di mille comunicati del Cremlino: la Russia di Vladimir Putin, quella che dal 2022 racconta a sé stessa la favola di un impero in marcia inarrestabile verso la vittoria, sta scoprendo il prezzo della guerra sulla propria pelle, non più soltanto su quella ucraina.
The Economist, che ha inviati sul terreno da Rostov a Nizhnij Novgorod, ha raccolto voci che raccontano un Paese logorato: code di due o tre ore ai distributori per il razionamento della benzina, blackout di Internet, prezzi delle patate saliti del 4,5% in un mese, agricoltori che temono di non riuscire a raccogliere il grano per mancanza di carburante. Un sondaggio del Fondo per l’Opinione Pubblica (FOM), istituto vicino al Cremlino e quindi difficilmente sospettabile di simpatie ucraine, certifica che il 55% dei russi percepisce ansia diffusa tra colleghi e familiari, contro il 40% di un anno fa. Il patto sociale su cui Putin ha costruito un quarto di secolo di potere — i cittadini restano fuori dalla politica, il potere non si intromette nelle loro vite — si è rotto. La guerra è arrivata a casa.
Walter Russell Mead, editorialista del Wall Street Journal e tra le voci più lucide della scuola realista americana, pone la domanda che nessuno a Mosca osa formulare ad alta voce: la Russia sta perdendo lo status di grande potenza faticosamente riconquistato dopo la fine della guerra fredda? La sua analisi non si limita alla cronaca delle difficoltà militari, la inserisce in una cornice storica di lungo periodo. Mead individua nel Mar Nero il punto di rottura simbolico: Mosca vi esercita un’egemonia che risale al Settecento di Caterina la Grande. Eppure, davanti agli attacchi missilistici e ai droni ucraini, la flotta russa è stata costretta a evacuare Sebastopoli. Un impero che non controlla più il Mar Nero, osserva Mead, è un impero che ha smarrito il cuore stesso della propria narrazione.
A questo si somma l’erosione dell’influenza russa nelle periferie ex sovietiche. Stati Uniti, Cina e Turchia stanno tessendo legami economici e militari nel Caucaso e in Asia centrale. Perfino l’alleato più fedele di Mosca, il bielorusso Aleksandr Lukashenko, comincia a temere le ritorsioni ucraine più di quanto tema le pressioni del Cremlino.
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Mead ha la cautela dello studioso dei tempi lunghi — «è troppo presto per liquidare Putin» — ma la sua conclusione ha il tono sobrio di chi osserva una legge di gravità storica: la Russia non sparirà, ma il suo declassamento al rango di potenza media appare sempre più probabile.
La tesi di Mead trova una conferma impietosa nei fatti raccolti dal giornalista Edward Lucas per EUobserver, che ricostruisce l’isolamento diplomatico ed economico di Mosca. La Cina, alleato «senza limiti» secondo la retorica ufficiale sino-russa, ha rifiutato di fornire i sistemi di propulsione marina necessari alle navi russe per la rotta artica settentrionale. Il colpo più duro riguarda l’energia: il progetto del gasdotto Power of Siberia 2, da 50 miliardi di metri cubi l’anno, è di fatto arenato perché Pechino pretende di pagare il gas russo a un quinto del prezzo offerto dal Cremlino — che già proponeva un forte sconto. È la logica spietata del rapporto tra creditore e debitore: la Russia, privata delle vendite di gas via gasdotto all’Unione Europea che cesseranno l’anno prossimo, non ha alternative di mercato, mentre la Cina ne ha diverse. Il paradosso è umiliante per l’orgoglio imperiale moscovita: a causa degli attacchi ucraini alle raffinerie, la Russia è ormai costretta a importare prodotti petroliferi raffinati proprio dalla Cina.
Non è solo Pechino a prendere le distanze. Il Kazakistan ha vietato la maggior parte delle importazioni di grano russo. L’Azerbaigian di Ilham Aliyev ha espresso pubblico sostegno all’integrità territoriale ucraina, un gesto politico che pochi anni fa sarebbe stato impensabile per un Paese ex sovietico nell’orbita moscovita. L’Armenia procede al ripristino dei collegamenti ferroviari con Turchia e Azerbaigian, aggirando i ritardi di una Russia che formalmente controlla ancora quella ferrovia ma che di fatto non riesce più a imporre la propria agenda. Dal Baltico al Caucaso, dall’Asia centrale al Mar Nero, gli spazi lasciati vuoti dal ripiegamento russo vengono occupati da altri, inclusa quella Cina che dovrebbe essere l’alleata di Mosca.
C’è un terzo fronte, che il New York Times ha documentato attraverso un reportage da Kyiv firmato da Carlotta Gall e Oleksandr Chubko. L’Ucraina, pioniera mondiale nella guerra dei droni, sta ora investendo nella battaglia delle menti. Maria Berlinska, la volontaria che nel 2014 convinse i comandanti ucraini a usare i droni e che oggi è considerata una figura quasi leggendaria nel Paese, ha fondato una nuova organizzazione, Victory Neurones, dedicata alla guerra cognitiva: comunicazione strategica, guerra cibernetica, operazioni psicologiche.
Il ragionamento di Berlinska è questo: i droni ucraini hanno permesso di uccidere tre o quattro soldati russi per ogni caduto ucraino, un rapporto sostenibile finché la Russia non decide una mobilitazione generale; in quel caso, servirebbe un rapporto di otto o dieci a uno, insostenibile. Da qui la scelta di spostare il fronte dalla tecnologia alla propaganda, cercando di minare dall’interno la capacità russa di sostenere una mobilitazione di massa. Il ministro della difesa ucraino Mykhailo Fedorov ha rivendicato che Kyiv sta ormai insidiando il primato russo nella guerra elettronica e nei droni, e che l’ultimo terreno da conquistare è proprio quello dell’informazione, dove — ha ammesso — Mosca resta ancora la potenza dominante al mondo.
È un’ammissione interessante, perché rovescia uno stereotipo consolidato in Occidente: quello di una Russia militarmente arretrata ma psicologicamente invincibile, erede diretta delle tecniche sovietiche di disinformazione. Gli stessi esperti ucraini, come Serhii Demediuk, fondatore del dipartimento di cyberpolizia ucraino, riconoscono che contrastare la narrazione russa è arduo: il tentativo di smentire una menzogna spesso finisce per amplificarla, un paradosso noto a chiunque si occupi di comunicazione politica.
Se si tengono insieme questi tre livelli di analisi — il logoramento interno certificato dall’Economist, l’isolamento diplomatico documentato da Lucas, e il nuovo fronte cognitivo raccontato dal New York Times — la cornice interpretativa di Mead acquista un rilievo ancora maggiore. Non si tratta di una crisi congiunturale, ma della convergenza di più traiettorie di lungo periodo: il declino demografico russo, il fallimento nel raggiungere l’eccellenza tecnologica, le difficoltà economiche strutturali post-sovietiche, l’ascesa cinese a Est, il nazionalismo persistente nelle ex repubbliche sovietiche.
Il Cremlino non è ancora al capolinea. Putin conserva l’arsenale nucleare, mantiene capacità cyber e di guerra ibrida non trascurabili, e la storia recente insegna a non sottovalutare la sua capacità di trovare vie d’uscita diplomatiche inattese anche nei momenti di massima difficoltà. Ma le leggi della gravità storica prima o poi si fanno sentire. La domanda che dovrebbe occupare le cancellerie occidentali e quelle asiatiche, non è più se la Russia vincerà o perderà la guerra in Ucraina, ma quale tipo di potenza — regionale, sussidiaria, forse persino cliente di Pechino — emergerà da questo logoramento. Se il ridimensionamento di Mosca al rango di potenza media si concretizza, l’intero assetto geopolitico eurasiatico ne uscirà trasformato: la Cina sarà tentata di riproporre rivendicazioni territoriali risalenti all’epoca degli zar, l’Asia centrale verrà attratta nell’orbita di Pechino, la Turchia sarà libera di espandere la propria influenza nei Balcani e in Medio Oriente. Questa guerra, iniziata da Putin per restaurare la grandezza imperiale russa, finirà per accelerarne il tramonto.
21 luglio 2026, 12:05 – modifica il 21 luglio 2026 | 14:40
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