La psichiatria sta uscendo dall’era delle diagnosi solo cliniche, per guardare alle mappe genetiche, ai biomarker e alle terapie mirate. Cominciamo dalle novità sul disturbo borderline di personalità.
Una difficoltà cronica a regolare le emozioni, le relazioni e il senso di sé. La persona con DBP sente tutto al volume 10. L’abbandono fa male come una ferita fisica, la rabbia esplode, il vuoto è reale. Ma il cervello può reimparare a regolare. Con la terapia giusta, la maggior parte delle persone migliora moltissimo entro 5-10 anni. Non è una debolezza di carattere ma un disturbo con basi biologiche, psicologiche e sociali. E oggi abbiamo sia la mappa genetica che le mappe per uscirne.
Sono stati infatti identificati nove geni associati al disturbo borderline di personalità, caratterizzato da instabilità e ipersensibilità nei rapporti interpersonali, estreme fluttuazioni dell’umore, rabbia e impulsività.
È il risultato dell’analisi condotta da Fabian Streit, psicologo presso l’Istituto Centrale di Salute Mentale di Mannheim, in Germania, pubblicata su Nature Genetics, il più ampio studio di associazione a livello genomico su questa patologia finora condotto.
Lo studio ha identificato 11 regioni (o loci) associate al disturbo e, all’interno o in prossimità di queste ampie aree, si trovano nove geni funzionali che sembrano essere collegati a esso.
Gli autori stimano che le varianti genetiche appena identificate rappresentano circa il 17% del rischio ereditario di soffrirne, suggerendo che si tratta di un disturbo in cui la componente ereditaria è piuttosto importante, anche se da sola non basta a fornire un quadro completo delle cause. La patologia colpisce fino al 2% della popolazione nei paesi occidentali e le donne hanno circa tre volte più probabilità di ricevere una diagnosi di disturbo borderline di personalità rispetto agli uomini. Si ritiene che fattori di rischio genetici e ambientali contribuiscano al rischio di sviluppare la patologia. I ricercatori hanno combinato i dati di un totale di 27 studi che hanno reclutato persone con il disturbo borderline di personalità o che hanno analizzato dati genetici e sanitari provenienti da biobanche. Il team ha inizialmente esaminato oltre sei milioni di marcatori genetici in due gruppi di persone: 12.339 individui con il disturbo e oltre un milione di persone senza. I ricercatori hanno individuato sei siti sul genoma contenenti varianti genetiche associate al disturbo borderline di personalità. Queste varianti sono rimaste significative in una seconda analisi che ha coinvolto 685 persone con il disturbo e 107.750 persone senza. Combinando le due analisi, il team ha identificato altri cinque loci sul genoma che mostravano un’associazione con la patologia.
Per la diagnosi servono almeno 5 parametri su 9, stabili nel tempo e presenti dall’adolescenza. Paura intensa di abbandono, reale o immaginata. Anche un messaggio non risposto può attivare panico. Relazioni instabili e intense: si passa dall’idealizzazione “sei perfetto” alla svalutazione “mi vuoi male” in poche settimane. Disturbo dell’identità: immagine di sé poco chiara e instabile. Obiettivi, valori, carriera, anche orientamento possono cambiare velocemente. E poi impulsività autolesiva caratterizzata da spese eccessive o eccesso di risparmio, sesso, guida spericolata, abbuffate, abuso di sostanze. Spesso con autolesionismo o minacce suicide. Comportamenti suicidari e autolesivi ricorrenti: gesti, minacce, tentativi. Instabilità emotiva: sbalzi d’umore intensi che durano ore o giorni, non settimane. E ancora rabbia, ansia, vuoto cronico: la sensazione di “non essere nessuno”. Rabbia intensa e inappropriata: scatti d’ira difficili da controllare, lotte, sarcasmo. Ideazione paranoide o dissociazione da stress: sotto forte stress compaiono sospettosità o “sentirsi fuori dal proprio corpo”. Gli studi più recenti, incluso quello di Nature Genetics 2026 con 9 geni e 11 loci, dicono che c’è una base ereditaria per circa il 17% dei casi. I circuiti coinvolti sono il sistema limbico iperattivo, l’amigdala che spara allarmi troppo forti, emozioni travolgenti. Coinvolta anche la corteccia prefrontale, la parte che frena e regola fatica a spegnere l’allarme. Ci sono assi dello stress disregolati, più sensibili a stress e traumi. Poi i neurotrasmettitori: le alterazioni coinvolgono serotonina, dopamina e ossitocina che sembrano giocare un ruolo chiave nella regolazione di impulsività e legami. I fattori di rischio? La genetica e l’influenza dell’ambiente. Traumi infantili, invalidazione emotiva, abbandoni precoci aumentano molto il rischio in chi ha già una vulnerabilità genetica. La prevalenza è dell’1.6%-2% della popolazione nei paesi occidentali, tre volte più nelle donne ma negli uomini spesso si esprime più con rabbia e abuso di sostanze. Frequenti la co-presenza di depressione, disturbi d’ansia, PTSD, disturbi alimentari, abuso di sostanze. “Oggi il mito del “borderline inguaribile” è superato” spiega lo psicologo Alberto Vito – le terapie più efficaci sono psicoterapie strutturate e la Dialectical Behavior Therapy (DBT) che insegna la tolleranza della sofferenza, regolazione emotiva, efficacia interpersonale, mindfulness. Riduce autolesionismo e ricoveri del 50% lavorando sull’identità e sui pattern relazionali. Nessun farmaco è approvato specificamente per DBP.
SCHIZOFRENIA
AI e genetica consentono di prevedere e trattare precocemente il disturbo. Come per il borderline, il rischio di schizofrenia è dato da centinaia di piccole varianti. Le ultime indagini riescono a identificare il 10% di popolazione a rischio con un’accuratezza molto maggiore. Studi su Nature Mental Health e Lancet Psychiatry usano AI per analizzare risonanze magnetiche funzionali e pattern del linguaggio 2-3 anni prima del primo episodio psicotico. L’obiettivo è intercettare la psicosi in fase prodromica. Dopo 60 anni di antipsicotici dopaminergici, nel 2024 la FDA ha approvato il primo farmaco con meccanismo muscarinico che agisce sull’acetilcolina, non sulla dopamina. Si hanno meno effetti metabolici e parkinsoniani. Altri tre farmaci simili in fase 3 di sperimentazione.
DEPRESSIONE E INFIAMMAZIONE Dal tutto uguale al sottotipo biologico: il 30% dei depressi ha alti livelli di IL-6 e PCR. Trial recenti mostrano che aggiungere antinfiammatori o anticorpi anti-IL6 ai classici SSRI migliora la risposta proprio in questo sottogruppo. Ketamina e psichedelici: l’esketamina spray nasale è già approvata. Ora i trial più grandi sono su psilocibina e psicoterapia che in un lavoro su JAMA Psychiatry ha mostrato remissione del 40% a sei settimane in depressioni resistenti, con un solo ciclo. Stimolazione cerebrale di precisione: la TMS non viene più fatta a caso. Con RM e AI si mappa il circuito esatto depresso di ogni paziente e si stimola quel punto. I tassi di remissione salgono dal 30% al 50%.
DISTURBO BIPOLARE / PSICOSI MANIACO-DEPRESSIVA
In questa situazione l’imperativo è stabilizzare i circuiti cerebrali. Studi pubblicati su Cell e Nature Neuroscience hanno identificato pattern di espressione genica nel sangue che cambiano tra fase maniacale, depressiva ed eutimica. L’idea è un esame del sangue per prevedere le ricadute. Sono in uso impianti sperimentali che leggono l’attività cerebrale in continuo e che vedono arrivare una mania mandano una piccola stimolazione per spegnerla. Funziona già per l’epilessia, ora è in trial per bipolare tipo. Come per schizofrenia e borderline, anche il bipolare è poligenico. Gli studi più recenti trovano sovrapposizioni genetiche tra bipolare e schizofrenia su geni legati a canali del calcio e sinapsi. Questo spiega perché a volte i sintomi si confondono. L’infiammazione sembra tuttavia essere un tratto che accomuna alcune forme di borderline, depressione, schizofrenia a basso tasso PRS (Polygenic Risk Score). Di certo la psichiatria oggi è sempre meno psicoterapia e sempre più biologia di precisione ma il cuore di questa scienza resta lo stesso: ossia capire la persona non solo individuare un gene.