Il divano non “rimpicciolisce” automaticamente il cervello e lo studio non dimostra che la televisione provochi demenza. Ma l’associazione osservata merita attenzione. I ricercatori hanno analizzato 1.712 adulti dello studio statunitense ARIC, senza demenza e con un’età media iniziale di 53 anni. Tra il 1987 e il 1989 i partecipanti indicarono quanto spesso guardavano la TV nel tempo libero e quanto rimanevano seduti durante il lavoro. Nel 2011-2013, oltre vent’anni dopo, furono sottoposti a risonanza magnetica cerebrale. Chi aveva dichiarato di guardare la televisione “molto spesso” mostrava, in media, volumi inferiori in diverse aree cerebrali e più alterazioni della sostanza bianca rispetto a chi la guardava raramente o mai. Il gruppo dei telespettatori più assidui comprendeva però soltanto 95 persone, il 5,5% del campione: un dettaglio importante per interpretare i risultati con prudenza.

Le differenze riguardavano soprattutto i lobi frontali, legati a pianificazione, controllo e decisioni, i lobi occipitali, fondamentali per l’elaborazione visiva, e un insieme di regioni considerate vulnerabili nelle prime fasi della malattia di Alzheimer, tra cui ippocampo, corteccia entorinale, giro paraippocampale e precuneo. Nei grandi consumatori di TV erano inoltre maggiori le iperintensità della sostanza bianca, aree più luminose visibili alla risonanza che possono riflettere alterazioni dei piccoli vasi cerebrali e sono associate a declino cognitivo e demenza. Il legame rimaneva anche tenendo conto di attività fisica, fumo, alcol, peso, diabete e ipertensione, oltre che delle dimensioni complessive del cranio. Un volume più basso non equivale automaticamente a una diagnosi, ma può rappresentare uno dei segnali con cui la ricerca studia l’invecchiamento cerebrale.

Il risultato più sorprendente è il confronto con il lavoro sedentario. Le persone che riferivano di stare spesso sedute per motivi professionali non presentavano lo stesso profilo: in alcune analisi mostravano anzi volumi maggiori nelle aree frontali, occipitali e parietali e meno alterazioni della sostanza bianca. Gli autori ipotizzano che leggere, risolvere problemi, pianificare e prendere decisioni mantenga il cervello più coinvolto rispetto a una fruizione prevalentemente passiva. Potrebbero contare sia la stimolazione cognitiva sia gli effetti vascolari accumulati nel tempo, ma i meccanismi non sono stati dimostrati. Il possibile messaggio, quindi, non è soltanto “alzati dalla sedia”, ma anche “scegli con cura ciò che fai quando sei seduto”. Le associazioni più diffuse sono emerse soprattutto negli uomini, un dato ancora da comprendere e da confermare.

Lo studio non consente di dire quante ore di televisione siano “troppo”: il consumo era auto-riferito con categorie come “mai”, “a volte”, “spesso” e “molto spesso”, senza misurare le ore giornaliere, i programmi seguiti o le abitudini associate. La risonanza è stata inoltre eseguita soltanto molti anni dopo la raccolta iniziale dei dati, quindi non è possibile dimostrare che i volumi cerebrali si siano ridotti proprio durante il periodo di osservazione. La conclusione corretta è che la TV frequente a mezza età è un possibile indicatore di rischio, non una condanna né una prova di causalità. In pratica, può essere prudente interrompere le lunghe serate sul divano e sostituire parte dello schermo con una passeggiata, la lettura, giochi strategici o attività sociali. L’OMS raccomanda agli adulti almeno 150–300 minuti settimanali di attività aerobica moderata e invita a limitare il tempo sedentario: muoversi resta importante, ma questa ricerca suggerisce che anche la qualità del tempo trascorso seduti potrebbe contare.

Feter N, Nanda A, Hourihan S, et al. Associations of distinct sedentary behaviors with cortical, subcortical, and white matter hyperintensity volumes: Evidence from the ARIC study. Alzheimer’s & Dementia. DOI: 10.1002/alz.71582.

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