Si aspettava una risposta del genere?
«Il risultato è incredibile. Non abbiamo ancora fatto cento spettacoli e siamo intorno ai 196 mila spettatori. È diventata quasi una cosa da rockstar. Faremo l’Arena di Verona, la Reggia di Caserta, per la seconda volta la Cavea dell’Auditorium di Roma. È una grandissima soddisfazione».
Tra televisione, radio, cinema e teatro, oggi è ancora il palco a darle di più?
«In questo momento sì. Il teatro ti permette di avere un altro tipo di rapporto con il pubblico. Chi viene spende dei soldi, spesso viene insieme a qualcuno a cui vuole bene, cerca parcheggio, fa chilometri. So di persone che dalla Sardegna sono venute a Firenze o da Bari sono andate a Torino perché non trovavano i biglietti nella loro città».
Che cosa le restituisce il pubblico alla fine dello spettacolo?
«Ci sono due cose che mi danno più soddisfazione in assoluto. La prima è che invece di dirmi “bravo” mi dicono “grazie”. E questa cosa la sento molto».
E la seconda?
«Che le persone si scompongono. I miei spettacoli cercano di aprire quel rubinetto lì: quell’esigenza che secondo me abbiamo tutti, in base alla nostra sensibilità, di piangere un po’ davvero».
Nei suoi spettacoli torna spesso il rifiuto dell’idea di “normalità”. Che cosa significa per lei?
«È anche una questione di riferimenti, quasi un gioco di parole. Per me l’umanità è normale. Il problema è che oggi, se sei gentile con qualcuno, la prima cosa che quella persona si domanda è: “Dov’è la fregatura? Che cosa vuole?”».
Anche l’allegria è diventata sospetta?
«L’allegria oggi è minacciosa. Io ricordo un mondo in cui tutto quello che oggi ci sembra eccezionale era normale. Forse il ritorno alla normalità passa proprio da questo».
È cambiato anche il modo in cui reagiamo alla comicità?
«Oggi devi fare l’analisi logica di tutto e rispondere ai commenti. Se ci fossero oggi Fantozzi, Pierino, ma anche Pasolini, sarebbero al 41-bis. Il pubblico oggi ha una cassa di risonanza che prima non aveva».
È diventato più difficile accettare una battuta che non ci piace?
«Sì. Fai una battuta, se non ti piace amen. Se ti offendi non è automaticamente detto che tu abbia ragione. Non c’è più tempo per la leggerezza».
Pensa che il tentativo di non offendere nessuno possa diventare un problema?
«L’estremismo nel non voler offendere nessuno, per assurdo, genera persone che muoiono dalla voglia di offendersi. A forza di gridare “al lupo, al lupo”, poi quella denuncia non ha più valore».
Lei con che televisione e con che comicità è cresciuto?
«Ho divorato la televisione, Corrado, programmi pieni anche di battutacce e black humour».
Oggi ci si sforza di piacere a tutti?
«Il consenso è diventato un’arma a doppio taglio, perché vogliamo piacere tutti a tutti. Ma è una follia. Bisogna accettare che qualcuno possa non gradire quello che fai».
A lei non interessa.
«No. C’è anche un certo tipo di pubblico che non vorrei mi guardasse: persone violente, guerrafondaie, persone che non provano empatia o che sono contro la fragilità. Non mi interessa avere quel pubblico».