di
Giovanni Bianconi

La decisione del ministro, dopo la sentenza della Consulta che la scorsa settimana aveva confermato l’obbligo per via Arenula di trasmettere il dossier ricevuto dalla Corte penale internazionale o motivare il diniego

Il ministero della Giustizia ha chiesto alla Procura generale di Roma (che ha investito del caso la corte d’appello, secondo quanto previsto dalla procedura) di procedere al mandato d’arresto contro il generale libico Osama Najeem Almasri, emesso dalla Corte penale internazionale a gennaio 2025. Con un anno e mezzo di ritardo, e a seguito di una sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato illegittima l’interpretazione della norma adottata a suo tempo dal suo dicastero, il Guardasigilli Carlo Nordio ha dunque dato seguito alla richiesta giunta dai giudici dell’Aja quando Almasri si trovava in Italia, arrestato proprio sulla base di quel provvedimento.

All’epoca la mancata risposta di Nordio ad analoga richiesta della stessa Procura generale provocò la scarcerazione di Almasri da parte della Corte d’appello, e il suo riaccompagnamento in Libia a bordo di un aereo di Stato, con tutto il seguito di polemiche e procedimenti penali: la denuncia per omissione d’atti d’ufficio contro lo stesso ministro della Giustizia, la premier Giorgia Meloni e gli altri componenti del governo Matteo Piantedosi (ministro dell’Interno) e Alfredo Mantovano (sottosegretario alla presidenza del Consiglio); l’indagine del tribunale dei ministri che chiese l’autorizzazione a procedere per tutti i membri dell’esecutivo tranne la presidente del Consiglio; il voto della Camera dei deputati che negò l’autorizzazione, bloccando il processo e mandando il fascicolo in archivio. Sostenendo che la mancata autorizzazione all’arresto del Guardasigilli (condivisa dall’esecutivo) era legittima e dettata da motivi di sicurezza nazionale.



















































Nel frattempo però la Corte d’appello di Roma s’era rivolta alla Consulta, chiedendo se fosse costituzionalmente legittima la legge italiana di attuazione dello Statuto della Corte penale internazionale che, secondo l’interpretazione ministeriale, consentiva al Guardasigilli di non rispondere con sollecitudine alle richieste della stessa Cpi. E la Consulta, nella sentenza resa pubblica la scorsa settimana, ha risposto di no: «Il ministro della Giustizia deve immediatamente trasmettere al procuratore generale presso la Corte d’appello di Roma le richieste di cooperazione della Corte penale internazionale, salvo che comunichi alla stessa Corte d’appello la dichiarazione motivata di non dare corso a tali richieste per l’esigenza di tutela di princìpi costituzionali preminenti».

Di conseguenza, pur essendo Almasri ormai lontano dall’Italia da oltre un anno e mezzo, arrestato e condannato in Libia per accuse simili a quelle mossegli dalla Corte dell’Aja (maltrattamento dei detenuti, che sembra una versione un po’ edulcorata rispetto alle torture e ai crimini di guerra e contri l’umanità contestati dalla Cpi), in ottemperanza alla sentenza della Corte costituzionale la Procura generale di Roma ha chiesto al ministero che cosa dovesse fare rispetto al mandato d’arresto emesso dall’Aja e trasmesso all’Italia a gennaio 2025. E stavolta il ministro ha trasmesso le carte dando via libera al provvedimento internazionale. Che vista la situazione non produrrà alcun effetto, salvo la remota ipotesi che per qualche motivo Almasri tornasse in Italia.

Il ministro poteva non farlo, motivando il diniego con la salvaguardia dei preminenti principi costituzionali fatti salvi dalla Consulta, ma evidentemente deve aver ritenuto non ci fossero. Contrariamente a quanto sostenuto nella sua difesa davanti al tribunale dei ministro, e da ciò che ha dichiarato la maggioranza parlamentare quando ha negato l’autorizzazione a procedere.


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30 luglio 2026