“Il contatto con la natura ci attrae perché è quella parte atavica che abbiamo perso, qualcosa che giace ancora assopito nel DNA dell’essere umano. Allora, che male c’è se ognuno si costruisce la propria capanna e inizia a vivere come si faceva un tempo? Il fatto è che non molti lo faranno perché richiede molta rinuncia alle comodità e poca pigrizia. Io stessa, quando mi accorgo di sentirmi pigra, mi sfido a fare ciò che non mi piace fare, come pulire. Penso: ‘Sappiamo bene dove ti porta la pigrizia. Riposerai quando morirai’”.
In effetti, bisognerebbe combattere con forza la pigrizia per vivere come Yaya, che ogni giorno va a prendere l’acqua al fiume, coltiva gran parte del proprio cibo e (per ora) non ha il bagno. E questo senza parlare del lavoro fisico e mentale che comporta la costruzione stessa di quella capanna di legno in cui vuole trascorrere il resto dei suoi giorni.
“I giunti mi riescono già meglio, perché mi sono iscritta a un corso di falegnameria totalmente manuale a Girona e ne sono davvero entusiasta. Adoro realizzare la scassa e la linguetta, adoro l’incastro a coda di milano. Mi piace moltissimo vedere quanto bene lavorassero i nostri antenati, senza chiodi. Provate a smontare un mobile dei nonni: lì non c’è nemmeno un chiodo”, dice piena di entusiasmo.
Sashimono, ovvero come i giapponesi riescono a costruire mobili in legno indistruttibili senza chiodi né viti.
© Julio Alonso Díaz
Lei, che ha sempre pensato di non essere portata per i numeri e i lavori manuali, che è ambidestra e non fa altro che tagliare ad angolo dal lato sbagliato, è in grado di segare con precisione ogni pezzo di legno affinché si incastri con quello successivo quando si tratta di costruire la sua casa. “Ci sto riuscendo con molta pazienza. Molto lentamente, molto lentamente, ma ci riesco”.