di
Simone Canettieri
Una a destra, l’altra a sinistra, nell’Ue fanno asse dal 2022
Una è socialista, l’altra è conservatrice. Eppure è scattata l’intesa che non ti aspetti. La prima arriva dalla penisola scandinava, la seconda dal cuore del Mediterraneo. «Hej». «Ciao». Mette Frederiksen e Giorgia Meloni, la strana coppia che sull’immigrazione va a braccetto. Di più: detta la linea, come dimostra la «lettera dei 22» dopo l’emergenza di Ceuta.
E domani ci sarà il bis nel Consiglio europeo che parlerà di hub esterni per il rimpatrio dei migranti. Un progetto che le due condividono da tempo. Affinato nelle telefonate di questi ultimi giorni. Un’alleanza trasversale in grado di fare massa critica in Europa, coinvolgendo anche la Germania del cancelliere Merz. Ma senza la Spagna di Pedro Sánchez e la Francia di Emmanuel Macron, rimaste isolate rispetto alla lettera dell’altro giorno (all’appello mancavano Portogallo, Lussemburgo e Irlanda, presidente però di turno).
Coetanee, entrambe sull’uscio dei cinquanta, sono le Thelma & Louise (ma senza lo schianto finale del film) della «dimensione esterna». Le prime a imporre questo argomento — la difesa dei confini europei — nelle risoluzioni dei Consigli a fine del 2022. «La mia amica Mette». «La mia cara Giorgia». Così parlano l’una dell’altra negli incontri pubblici. La prima ministra danese finora ha fatto visita tre volte alla premier italiana: nell’aprile del 2023 e a marzo e maggio del 2025. Basta andare su YouTube e riguardare le dichiarazioni congiunte nella sala dei Galeoni. Più delle parole, ci sono i sorrisi, gli abbracci e la complicità che le lega. Diventata ora un fatto politico in grado di spostare gli equilibri in Europa. È una strategia che spesso Roma usa. Si chiama «maggioranza variabile» e nasce da alleanze inconsuete sui singoli dossier.
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Tutto inizia a Bruxelles con un bilaterale sulle politiche migratorie, ormai quasi quattro anni fa. Scatta la chimica personale, figlia del pragmatismo politico che Meloni riconosce alla collega «de sinistra» ma, attenzione, non ideologica. Dice la premier: «Con Mette è facile: è una persona molto operativa e concreta». Nonostante la distanza chilometrica (1.903 chilometri dividono Roma da Copenaghen) e quella politica. Ancora Meloni: «Ci ritroviamo sul pragmatismo e lavoriamo molto bene insieme perché abbiamo punti di osservazione diversi e un obiettivo comune: il bene dei cittadini».
La socialdemocratica e la leader di Fratelli d’Italia costruiscono così un rapporto personale, con telefonate e WhatsApp. Il resto lo fanno i dossier e quelle riunioni preparatorie che alla fine diventano un formato allargato a quindici Paesi. Si chiama «like minded». La strana coppia diventa un tema politico a Bruxelles. Tanto che la cosa pare non andare molto giù a un’altra donna: Iratxe García Pérez, capodelegazione del Partito socialista europeo (Pse) che spesso, raccontano dalla buvette dell’Europa building, resta «spiazzata».
C’è però un altro fatto ben dettagliato che segna un punto di svolta. E c’è di mezzo Donald Trump. Occorre tornare indietro al 6 gennaio. Quando Meloni, dopo giorni di indugi, fa la mossa: firma con Francia, Germania, Polonia, Spagna, Regno Unito e Danimarca una lettera in cui si risponde per le rime alle mire del tycoon sulla Groenlandia (che fa parte del Regno danese). Altro che dottrina Monroe, caro Donald «la Groenlandia appartiene al suo popolo. Spetta alla Danimarca e alla Groenlandia, e a loro sole, decidere sulle questioni che riguardano la Danimarca e la Groenlandia». La firma di Meloni è una notizia. E farà parte della marcia di allontanamento da Trump, che poi finirà come si sa: con gli attacchi violentissimi dell’inquilino della Casa Bianca all’ex amica italiana. Ma, di converso, anche una scelta che «Mette» reputa non scontata nei panni di «Giorgia». Le due lo stesso giorno si vedono a Parigi, all’Eliseo, per il summit dei Volenterosi. Si appartano, tra gli stucchi, a parlare. Gioia per fotografi e amanti dei retroscena. Così la sintonia si rafforza sempre di più.
Frederiksen non viene mai citata dalla sinistra italiana come esempio virtuoso, al contrario di Sánchez, modello «da cui ripartire». Dentro FdI in queste ore maramaldeggiano: «Ma perché il Pd non si fa un giretto a Copenaghen?».
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2 agosto 2026 ( modifica il 2 agosto 2026 | 23:31)
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