C’erano i fan della prima ora, quelli che i Litfiba li seguono dagli anni Ottanta e conoscono ogni parola di 17 Re e oltre, ma c’erano anche tanti giovani, famiglie e bambini. Un pubblico eterogeneo, accomunato da un dettaglio che oggi non è più così scontato: pochi cellulari alzati durante il concerto stretti dalla convinzione di essere e sentirsi liberi, anche solo per una sera.

All’Alguer Summer Festival, sabato 1 agosto, l’impressione è stata quella di centinaia di persone più interessate a vivere la serata che a raccontarla attraverso uno schermo. L’anfiteatro Ivan Graziani ha vissuto una serata di puro rock. Sul palco la band celebrava i quarant’anni di 17 Re, riportando dal vivo uno degli album che hanno segnato la storia della musica italiana e che gli stessi Litfiba hanno sempre raccontato come parte di una trilogia dedicata alle vittime del potere. Come poter saltare il 2026 e le sue vittime? Di sicuro, dai Litfiba, non sono stati dimenticati nemmeno i carnefici.
La diciassettesima
Il tour celebra i quarant’anni di 17 Re, il doppio album pubblicato nel 1986, capolavoro del rock italiano. Quest’anno, a rendere ancora più speciale la reunion, è arrivata anche la pubblicazione della title track 17 Re, rimasta per quarant’anni chiusa in un cassetto perché all’epoca la band aveva scelto di escluderla dal disco. Rielaborata con un nuovo arrangiamento e pubblicata per la prima volta nell’aprile 2026, è diventata il simbolo di questo ritorno sul palco. Fin dalle prime pause tra una canzone e l’altra è stato chiaro che non sarebbe stato soltanto un concerto celebrativo. La prima bandiera a essere sventolata è stata quella della Palestina, accompagnata da un lungo appello contro la guerra e in sostegno alla popolazione civile. Il cantante ha spiegato di non poter salire su un palco senza parlare di quello che sta accadendo in Palestina e ha rivolto il suo pensiero alla popolazione civile coinvolta nel conflitto.
Rock
Al di là delle parole, il concerto ha confermato perché i Litfiba continuino a occupare un posto particolare nella storia del rock italiano. Sul palco non c’è spazio per effetti speciali o costruzioni sceniche elaborate: sono le chitarre, la sezione ritmica e la voce di Piero Pelù a tenere insieme quasi due ore e mezzo di spettacolo. Il suono resta riconoscibile fin dalle prime battute, potente e diretto, capace di alternare momenti più duri ad altri più melodici senza perdere quella cifra rock che ha accompagnato la band fin dagli esordi. Pelù domina il palco con la stessa fisicità che lo ha reso uno dei frontman più riconoscibili della musica italiana. Cammina continuamente da una parte all’altra, cerca il contatto con il pubblico, scherza, provoca e poi torna immediatamente dentro le canzoni. La sua voce porta inevitabilmente i segni di oltre quarant’anni di carriera, ma conserva quel timbro graffiato e inconfondibile che ha reso riconoscibili brani diventati parte della storia del rock nazionale. Se negli acuti estremi il tempo sembra non aver lasciato traccia, è anche nella capacità interpretativa che Pelù continua a fare la differenza: ogni canzone viene vissuta prima ancora che cantata, con un’intensità che riesce ancora oggi a coinvolgere un pubblico composto da generazioni diverse.

La politica è rock perché è di tutti
Nel mirino sono finite innanzitutto le lobby del petrolio e poi delle armi. Pelù ha chiamato direttamente in causa la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, facendo riferimento anche al tema delle accise, sostenendo che dietro molte scelte politiche continuano a pesare interessi economici, ma anche tante bugie e propagande. Subito dopo ha rivolto parole altrettanto dure al ministro della Difesa Guido Crosetto, indicandolo come espressione delle lobby delle armi e criticando un sistema che, secondo il frontman dei Litfiba, continua a produrre e vendere armamenti mentre nei territori di guerra. Più avanti Pelù ha impugnato anche la bandiera italiana, gridando a gran voce e sottolineando la sua natura “antifascista” e “martoriata da chi ne abusa con la propaganda”. In un altro momento del concerto è stata la volta della bandiera dei Quattro Mori, mostrata dal frontman come gesto di sostegno al presidio di Cala Finanza, al centro in queste settimane della mobilitazione contro il progetto Tavolara Bay (ne abbiamo scritto qui). Pelù ha ricordato che l’Italia “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, invitando a riflettere sul significato di quelle parole in un momento storico segnato da conflitti sempre più vicini all’Europa e al Mediterraneo. Tutto questo facendo roteare a una catena una parrucca bionda, quella di Donald Trump.
E ancora
Poi il tono è diventato più intimo e non di certo vuoto di senso. Il cantante ha raccontato del nonno, partito al fronte quando aveva appena diciotto anni, spiegando che era stato proprio lui a trasmettergli il rifiuto della guerra. “La guerra è la cosa più schifosa inventata dall’uomo”, ha ricordato Pelù, ripetendo quella frase che, ha raccontato, il nonno gli aveva consegnato come una lezione di vita. Le ultime note hanno chiuso il concerto, ma non il filo del racconto costruito da Pelù tra una canzone e l’altra. Per tutta la serata il palco è stato insieme luogo di musica e di parola, davanti a un pubblico che ha ascoltato, applaudito e cantato. Tre generazioni unite dalle stesse canzoni. Quarant’anni dopo 17 Re, il rock dei Litfiba continua a parlare anche del presente.
Un momento del concerto