All’Istituto Nazionale dei Tumori (INT) di Milano, si garantiscono sempre più energie per la cura e la ricerca scientifica oncologica. Le competenze emergenti si integrano con l’esperienza storica dell’Istituto, consolidando un modello in cui laboratorio e clinica dialogano costantemente e l’innovazione si traduce in risultati concreti per i pazienti.
Nel cuore di questa trasformazione c’è l’oncologia del melanoma, di cui è responsabile Michele Del Vecchio. Negli ultimi 15-20 anni, la prognosi dei pazienti con melanoma è cambiata radicalmente grazie a due approcci terapeutici biologici innovativi: la terapia a bersaglio molecolare e l’immunoterapia. “La terapia a bersaglio molecolare ha rivoluzionato il destino dei pazienti con mutazione BRAF, un gene coinvolto nella regolazione della proliferazione cellulare, mentre l’immunoterapia ha liberato le potenzialità del sistema immunitario indipendentemente dal profilo genetico tumorale”, spiega Del Vecchio. Oggi questi successi sono la base per strategie sempre più sofisticate e personalizzate.
Tra le frontiere più promettenti ci sono i vaccini a mRNA progettati su misura: in principio si analizzano le mutazioni del tumore per identificare i neoantigeni (proteine tumorali); poi, attraverso un algoritmo computazionale che comprende varie tecniche di laboratorio, si ottiene un RNA messaggero (mRNA) che istruisce il sistema immunitario a riconoscere fino a 34 possibili neoantigeni specifici di quel tumore di quel singolo paziente. Il vaccino consiste in mRNA incapsulato in nanoparticelle lipidiche, che gli consentono di raggiungere le cellule deputate alla presentazione dei neoantigeni ai linfociti T; questi ultimi, così attivati, diventano veri “soldati” contro la malattia.
In uno studio preliminare di fase II condotto negli Stati Uniti e in Australia, in pazienti già sottoposti a rimozione dei linfonodi e in assenza di altre localizzazioni di malattia, la combinazione di vaccino e inibitori di checkpoint immunitari, rispetto alla terapia standard con soli inibitori di checkpoint, ha ridotto il rischio di recidiva di circa il 49% e limitato le metastasi a distanza di oltre il 60%. “Questi risultati, ottenuti su 157 pazienti, hanno condotto al disegno di uno studio internazionale di fase 3, in cui l’Istituto ha arruolato il maggior numero di pazienti a livello mondiale (128 pazienti screenati e 82 randomizzati), confermando il ruolo della nostra Istituzione come punto di riferimento mondiale per la validazione del vaccino”, continua Del Vecchio.
“Nel setting avanzato/metastatico della malattia, i risultati a lungo termine confermano l’efficacia dell’immunoterapia con inibitori di checkpoint immunologici. Infatti, oggi sappiamo che nei pazienti con melanoma metastatico trattati con combinazioni di anticorpi monoclonali, oltre il 50% è vivo a dieci anni dall’inizio della terapia, in molti casi senza aver eseguito successivamente ulteriori trattamenti. Diversamente dalla terapia a bersaglio molecolare, che agisce direttamente sulla cellula tumorale, l’immunoterapia stimola le difese naturali del paziente, garantendo una protezione duratura anche con cicli di trattamento limitati nel tempo.”
Accanto ai vaccini, l’INT sta contribuendo a studi che vanno in tre direzioni: identificazione di biomarkers per orientare meglio i trattamenti immunoterapici, individuazione e valutazione di nuove terapie a bersaglio molecolare per mutazioni diverse da BRAF, e nuove combinazioni di terapie biologiche, con l’obiettivo di migliorare i risultati e riservare singole terapie biologiche a quei pazienti che possono realmente trarne beneficio.