A Dire Dawa, nell’Etiopia orientale, la malaria è tornata quando nessuno se l’aspettava: durante la stagione secca e nel cuore di una città. Tra gennaio e maggio, i casi registrati nelle strutture sanitarie sono passati da 205 nel 2019 a 2.425 nel 2022, quasi dodici volte di più. Le indagini hanno collegato l’epidemia alla presenza di Anopheles stephensi, una zanzara originaria dell’Asia meridionale capace di trasmettere sia Plasmodium falciparum sia P. vivax. La sua forza è trasformare la città in un ambiente ideale: depone le uova in cisterne, bidoni, serbatoi e altri contenitori utilizzati per conservare l’acqua. A differenza dei principali vettori africani, più legati alle aree rurali e alle piogge, può quindi restare attiva nei quartieri densamente abitati e nei mesi tradizionalmente considerati meno pericolosi.

A ricostruire il viaggio della zanzara è ora uno studio pubblicato sulla rivista Science, basato sul sequenziamento completo di 645 esemplari raccolti in Africa, Medio Oriente e Asia. Il confronto genetico indica che la popolazione invasiva sarebbe arrivata dall’Asia meridionale, trovando nel porto di Gibuti una sorta di “testa di ponte”. Da lì sarebbero partiti fronti distinti verso Sudan, Etiopia, Kenya e Yemen. In Sudan, una delle linee di espansione avrebbe percorso circa 1.450 chilometri fino al Darfur in tre anni, con una velocità media vicina ai 483 chilometri l’anno. Non è una marcia casuale: porti, strade, merci e corridoi logistici possono trasformarsi in autostrade biologiche. Secondo gli autori, l’ulteriore diffusione della specie potrebbe minacciare fino a 126 milioni di persone che vivono nelle città africane.

Nel suo bagaglio genetico, però, Anopheles stephensi non avrebbe portato soltanto la capacità di vivere in città. Lo studio mostra che molte popolazioni possiedono già un’articolata resistenza agli insetticidi, sostenuta soprattutto da geni che permettono all’organismo di neutralizzare le sostanze chimiche e da amplificazioni di alcune porzioni del DNA. Non si tratta, quindi, di una sola mutazione che potrebbe essere aggirata semplicemente cambiando prodotto. La resistenza sembra poggiare su una vera architettura metabolica, probabilmente arrivata in Africa insieme alle popolazioni provenienti dall’Asia meridionale. Zanzariere trattate e spray residuali rimangono strumenti fondamentali, ma possono perdere parte della loro efficacia quando il vettore riesce a sopravvivere ai piretroidi e ad altre classi di insetticidi utilizzate nella sanità pubblica.

Il caso di Dire Dawa mostra anche perché questa invasione potrebbe modificare il calendario stesso della malaria. La specie tollera temperature elevate e continua a riprodursi nei recipienti domestici quando pozze e raccolte naturali si prosciugano. Durante l’epidemia etiope, i ricercatori hanno trovato zanzare infette da P. falciparum e una forte associazione tra la loro presenza e i casi umani. Nello stesso focolaio circolavano inoltre parassiti con firme molecolari legate alla resistenza all’artemisinina e con alterazioni capaci di compromettere l’affidabilità di alcuni test diagnostici rapidi. Il rischio è la convergenza di tre problemi: un vettore invasivo, insetticidi meno efficaci e parassiti più difficili da riconoscere o trattare. Se la trasmissione diventa urbana e meno stagionale, ospedali e laboratori devono prepararsi a fronteggiarla durante tutto l’anno.

La posta in gioco è enorme. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2024 la malaria ha provocato circa 282 milioni di casi e 610 mila morti, con il 95% dei casi e dei decessi concentrato nella Regione africana. Nell’aprile 2026 l’OMS ha quindi indicato un obiettivo più ambizioso del semplice contenimento: eliminare Anopheles stephensi dal continente prima che riesca a stabilizzarsi definitivamente. La strategia prevede sorveglianza precoce, risposta rapida alle nuove introduzioni, controllo dei focolai larvali e coordinamento tra sanità, amministrazioni cittadine, servizi idrici e gestione dei rifiuti. Una cisterna senza coperchio non è più soltanto un problema domestico, ma può diventare un anello della trasmissione. La domanda non è più se questa zanzara cambierà la geografia della malaria africana, ma se le città riusciranno a cambiare abbastanza velocemente da impedirglielo.

Dennis T. P. W. et al., “The origin, history, and resistance architecture of an invasive urban malaria mosquito in Africa”, Science. DOI: 10.1126/science.adx6925.

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