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“Tu da fidanzata ti fa tuccari i miiiinni” circola sui social come una delle tante perle pronunciate da tal “Giovanni da Temptation Island”, 31enne catanese divulgatore di un dialetto così marcato da necessitare di costanti sottotitoli durante le puntate. “Tu da fidanzata ti fai toccare il seno” è la traduzione scritta in sovrimpressione per tutti i telespettatori del format DeFilippiano digiuni di dittonghi e suoni gutturali, ma agevolati da una trasposizione che finisce per smorzare l’effetto irresistibile di un’espressione così verace. Dunque, anche locuzioni come “Mi sembra addormentato. Compare, riprenditi” diventano “Me pare ddurmesciutu, ‘mbare riprenditi”, nel villaggio dell’Isola delle tentazioni come in famiglia, senza differenze.

In quest’epoca usare il diletto premia, in tv e al cinema

Questo, in effetti, è un periodo in cui il dialetto sembra premiare particolarmente chi lo sfoggia ovunque, con la stessa scioltezza che utilizza fuori dal contesto mediatico. La tendenza non è certo novità dell’ultim’ora, considerato quanto cinema e tv generalista (si pensi a Suburra, alle serie di Zerocalcare, a Gomorra, a Mare Fuori) abbiano sdoganato termini romani come “accollo”, “caciara” o “rosicare”, o vocaboli napoletani come “cazzimma” o “scugnizzo” che, a furia di sentirli e di pronunciarli, sono ormai chiari a tutti, da Cuneo a Santa Maria di Leuca. 

Ma l’ultimo caso del seguitissimo programma estivo induce adesso a riflettere su quanto parlare oggi quella che Andrea Camilleri ha definito “la lingua del cuore” premi i suoi affezionati fruitori in termini di simpatia e vicinanza. E pure di “social engagement”, visto il riscontro in termini di follower e interazioni.

Ma gli italiani parlano ancora dialetto?

Secondo i dati ISTAT pubblicati a gennaio scorso, l’uso del dialetto in Italia si è ridotto notevolmente passando dal 32% del 1988 al 9,6% del 2024 (anno su cui è basato lo studio). E sempre nel 2024, quasi la metà della popolazione (48,4%) è risultata parlare solo o prevalentemente italiano in tutti i contesti relazionali come famiglia, amici ed estranei. Il dialetto, tuttavia, resiste per quattro persone su 10 (il 42%) che lo utilizzano per comunicare in forma esclusiva o alternata all’italiano soprattutto nelle relazioni più strette – 38% in famiglia e 35,5% tra amici – e solo il 13% lo utilizza nei rapporti con gli estranei.

Stando ai numeri, dunque, gli italiani l’italiano lo conoscono e lo usano – più o meno correttamente – per dire, informare, sapere. E con la lingua madre mescolano il loro dialetto facendolo rientrare in quello che il noto linguista Paolo D’Achille, tra i maggiori dialettologi e storici della lingua italiani, ha definito “neodialettismo”, ovvero il riuso intenzionale, espressivo e ludico della lingua parlata. Un modo di esprimersi che se ai tempi del boom economico e della prima grande alfabetizzazione televisiva veniva percepita come segnale di scarsa cultura, oggi è scelta stilistica pienamente consapevole, utile ad amplificare l’empatia e accorciare le distanze laddove l’italiano istituzionale rischi di apparire distaccato e formale.

Ma c’è il rischio “analfabetismo funzionale”

La battuta in romanesco, l’esclamazione in napoletano, il commento in siciliano, insomma, funzionano come un’iniezione immediata di spontaneità che diverte e coinvolge. Sempre che l’italiano si conosca per davvero però, perché il pericolo che il ritorno del prestigio del dialetto si sommi al fenomeno dell’analfabetismo funzionale c’è. E bene lo ha spiegato D’Achille: “Il rischio c’è se la ripresa del dialetto si lega a una diminuita competenza dell’italiano che può essere imputabile a fenomeni lontani dal dialetto, come l’elusione scolastica o l’uso esclusivo dell’inglese in alcuni ambiti d’insegnamento”, ha argomentato in un’intervista rilasciata al giornalista Federico Pani, “il recupero del dialetto è senz’altro positivo, a patto che venga intrapreso una volta che abbiamo acquisito una solida competenza dell’italiano, nello scritto, ad esempio, o nella comunicazione giornalistica”.

Eccolo, allora, l’elemento ineludibile perché la gradevolezza non sfoci nell’insofferenza verso l’ascolto: saper dimostrare che la deroga all’italiano non sia una drammatica necessità senza alternative, ma una scelta consapevole. Perché va bene eccome che il dialetto sia parlato e tutelato sempre come parte ineludibile del patrimonio culturale personale, purché sia sempre affiancato alla totale padronanza della lingua italiana, con tutto il suo imprescindibile bagaglio di lessico e sintassi.