di
Andrea Laffranchi
La forza della parola, come messaggio universale che va oltre lo schieramento
Facciamo un gioco. Immaginatevi il cantautore impegnato tipo. Chiunque di noi lo disegnerebbe con un bel barbone nero, seduto su una sedia, chitarra in braccio e fiasco di vino a fianco. Non è l’identikit di Guccini? Il Maestrone è stato l’icona del cantautorato impegnato anni 70, quello che prima di altri aveva capito la lezione di Dylan, quello che aveva intercettato il pensiero di una generazione e aveva portato una sensibilità sociale e politica nella canzone italiana.
Già come autore, per l’Equipe 84 con «Auschwitz» o per i Nomadi con «Dio è morto», Guccini aveva chiara l’idea che un artista dovesse avere anche una funzione pubblica. Qualcuno lo aveva etichettato come comunista. Errore. Il suo messaggio, sicuramente contro il comune sentire borghese, non aveva connotazione partitica, insofferente all’appartenenza, anarchico. Analisi più che schieramento.
Come il fiasco di lambrusco era più racconto che realtà. «Era un goccio di rosè», aveva chiarito spiegando come vino e performance non vadano d’accordo. Il Guccio ci credeva veramente nella missione.
Due canzoni per tutte. «Io non perdono e tocco» cantava in quella «Cirano» (1996) che è stata la sua autobiografia morale. Si identificava nel poeta spadaccino di Rostand: la parola come una lama, un’invettiva contro la società, la politica e pure i colleghi «inutili cantanti di giorni sciagurati, buffoni che campate di versi senza forza, avrete soldi e gloria, ma non avete scorza». Con la scorza, anche nel carattere burbero ma temperato da ironia e sense of humour, ci era nato. Già con «L’avvelenata» aveva detto la sua sull’avere la schiena dritta: «Credete che per questi quattro soldi/ questa gloria da stronzi/ avrei scritto canzoni?». L’artista deve essere libero, figuriamoci se Guccini poteva accettare che gli si desse del venduto.
Sarebbe riduttivo però considerarlo soltanto un cantautore impegnato. Era un cantautore senza bisogno di aggettivi. Torniamo a «Cirano». Dentro a quel testo c’è una grande dichiarazione d’amore per Rossana, una visione poetica dell’amore come rifugio a una sofferenza esistenziale universale, il desiderio di essere accettati per quello che si è. E c’è soprattutto una fede assoluta nella scrittura: «Mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo».
Per Guccini le parole non servono a sostenere un’ideologia, ma a dare un senso all’esperienza umana. Se una canzone continua a parlare anche quando il contesto storico è cambiato, è perché è riuscita a trasformare un sentimento personale in qualcosa di universale. È la stessa idea che attraversa «L’avvelenata». Dietro lo sfogo c’è una dichiarazione di poetica: a guidare una canzone non devono essere le regole del mercato, ma l’urgenza del racconto.
Chissene se il buon discografico preferirebbe brani da tre minuti e mezzo. La forma deve piegarsi alla storia, non il contrario. E quando il racconto chiede spazio, Guccini glielo concede. «La locomotiva» supera gli otto minuti perché non potrebbe esistere in una forma diversa. Il racconto detta il tempo della musica, non la soglia di attenzione del pubblico. E la scrittura è l’arma per arrivare a chi ha smesso di avere il desiderio della conoscenza.
7 agosto 2026
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