di Giuseppe Scuotri

Lo chef italiano: «Prima ho perso mia madre, poi ho cambiato tutto aprendo il ristorante alla National Gallery. Girare Celebrity MasterChef Uk? Quasi più divertente della versione italiana. Lavorare con gli atleti olimpici è stato illuminante»

«È successo subito dopo le registrazioni della finale della nuova edizione di MasterChef Italia. Sono tornato in camerino e ho detto alla mia hair stylist, Carmen, di rasarmi i capelli». Come accade a tante persone, anche Giorgio Locatelli, chef italiano trapiantato da anni a Londra e volto noto della televisione, celava dietro questa richiesta la voglia di sottolineare un cambiamento di vita. Il nuovo look, lontano dall’immagine abituale dello chef, è stato condiviso ieri sui social ed è perfino finito al centro di un’intervista rilasciata al quotidiano britannico The Times.

È stata una decisione improvvisa?
«Non so come mi sia venuto in mente. Qualcuno lo vede come un atto di coraggio. Forse pensano che, se li tagli, non ricrescono? In realtà i capelli ricrescono a tutti. Per molto tempo, siccome detesto andare dal parrucchiere, li lasciavo crescere per uno o due anni e poi li tagliavo a zero. Ricominciavo sempre da capo, perché mi dava una grande sensazione di libertà, di cambiamento, di idee nuove».



















































Poi, quando ha iniziato con MasterChef, la situazione è cambiata
«Esatto, con l’inizio di quel percorso, nove anni fa, non mi è più stato possibile. Questa volta, però, ho deciso di fregarmene. È stato anche un anno molto particolare: ho perso mia mamma, abbiamo chiuso la “Locanda Locatelli” e aperto nella National Gallery di Londra. Ci sono stati tanti cambiamenti. Ho pensato che anche un taglio di capelli ci stesse perfettamente».

Ha avuto reazioni?
«Carmen mi ha detto: “Io te li taglio come vuoi, però prima parliamo con tua moglie”. Così abbiamo chiamato Paxly e, mentre era ancora al telefono, abbiamo iniziato. Purtroppo, qualcuno è passato, ci ha visti ed è andato in studio a dirlo a tutti. Nel giro di poco sono arrivati tutti. È arrivato anche Antonino Cannavacciuolo, che naturalmente ha voluto prendere parte al taglio: mica poteva farsi scappare un’occasione del genere».

MasterChef è ormai una parte importante della sua vita. Quest’anno ha girato per la prima volta anche Celebrity MasterChef Uk. È stato diverso dalla versione italiana?
«Anche se il format è identico, la grande differenza sono i concorrenti. In Italia abbiamo persone, spesso giovani, che si trovano davanti a un cambiamento probabilmente epocale della loro vita, qualcosa che la stravolgerà completamente. Nel Regno Unito, invece, ho lavorato con dei vip: sportivi, attori, comici, blogger. Devo dire che mi sono divertito quasi di più, perché c’era meno senso di responsabilità: era davvero un gioco».

C’è qualcosa che l’ha colpita?
«Lavorare con gli atleti olimpici mi ha davvero affascinato, perché hanno una forza, una capacità di concentrazione e una disciplina straordinarie. Sono persone abituate a lavorare sui secondi, sui grammi, sui chili. Bastava dare loro un piccolo suggerimento, una pacca sulla spalla, e vedevi come lo facevano proprio e lo trasformavano in qualcosa di concreto. È stata un’esperienza davvero illuminante: siamo abituati a leggere sui giornali soprattutto di calciatori viziati e strapagati, e questo rischia di darci un’idea distorta degli sportivi, invece mi sono trovato davanti a persone incredibili. Tra l’altro due concorrenti si stavano allenando in parallelo per i Commonwealth Games, e uno ha vinto una medaglia d’oro. Nella prima intervista dopo la gara ha detto: “Prendere la medaglia d’oro è stato facilissimo. Stare in cucina con Giorgio Locatelli, quello sì che è stato difficile”. Mi ha fatto davvero piacere».

Passiamo al cambiamento di ristorante. Cosa vuol dire portare la cucina italiana alla National Gallery?
«C’è gente da tutto il mondo, un mosaico di lingue. La vera domanda non è cosa si aspettino da noi, ma quanto riusciamo a trasmettere attraverso la cucina italiana. Cerchiamo di raccontare un grande senso di convivialità, di semplicità e la capacità di interpretare prodotti straordinari. È questo che rende la nostra cucina non solo incredibilmente buona, ma anche culturalmente rilevante: non riguarda soltanto ricette e cuochi, ma la storia. Gli inglesi, tra l’altro, sono grandi amanti della cultura italiana. A volte incontro persone con una conoscenza persino più ampia di quella di molti italiani, che spesso hanno una visione campanilistica. Chi la osserva da fuori riesce ad avere uno sguardo più completo, dal Nord al Sud».

Nell’intervista al Times ha sottolineato quanto sia importante, per uno chef, di evitare snobismi.
«
Una delle cose che mi ha sempre affascinato della ristorazione è il suo senso di uguaglianza. Mio nonno diceva sempre: “Quando ci si mette con le ginocchia sotto il tavolo, siamo tutti della stessa altezza”. È una frase bellissima, perché la tavola è uno dei pochi luoghi che ci accomunano davvero tutti. Anche Elon Musk deve mangiare, altrimenti non vive. Questo è qualcosa che abbiamo in comune, indipendentemente dalla presunta posizione sociale. Per questo non considero la cucina una questione di elitismo. Certo, ci sono prodotti che costano di più per ragioni oggettive, ma non è questo che mi interessa. Per me un tartufo e una patata possono diventare alta cucina nello stesso identico modo. Ho lo stesso rispetto per Massimo Bottura e per il cuoco della Community Kitchen con cui lavoro tutte le settimane preparando pasti per le persone in difficoltà. Per me non c’è alcuna differenza: entrambi hanno un’idea straordinaria di cucina e la mettono al servizio degli altri con la stessa passione e lo stesso desiderio di regalare un momento di piacere. Sedersi a tavola, mangiare qualcosa di buono e poi riprendere la propria giornata è una piccola magia, soprattutto in un periodo in cui abbiamo così tanti problemi».

7 agosto 2026 ( modifica il 7 agosto 2026 | 18:54)