Uno studio pubblicato nel 2026 e firmato anche da ricercatori del TIGEM di Pozzuoli identifica 126 RNA non codificanti potenzialmente coinvolti nel controllo dei geni responsabili delle malattie ereditarie della retina. Uno di questi sembra avere una relazione con ABCA4, gene fondamentale nella malattia di Stargardt. Intanto avanzano terapia genica, organoidi retinici e strategie per sostituire i fotorecettori perduti.

Per molto tempo la retina è stata considerata un territorio dal quale, una volta perdute le cellule nervose, è estremamente difficile tornare indietro. Quando i suoi neuroni altamente specializzati, soprattutto coni e bastoncelli, degenerano, l’organismo umano non possiede infatti una capacità naturale sufficiente per ricostruirli. È questa una delle ragioni per cui malattie come la retinite pigmentosa, la malattia di Stargardt e numerose altre distrofie retiniche ereditarie possono determinare una perdita progressiva e anche molto grave della vista.

Nel 2026, tuttavia, la ricerca sulla retina sta vivendo una fase particolarmente interessante. Questo non significa che sia stata trovata una cura universale per la cecità e neppure che oggi sia possibile rigenerare normalmente una retina distrutta. Gli scienziati stanno però imparando a intervenire a livelli differenti della malattia: dal controllo dell’espressione dei geni alla terapia genica, dalla protezione delle cellule ancora vitali alla possibilità, ancora sperimentale, di rimpiazzare in futuro i fotorecettori perduti.

Ed è proprio in questo scenario che si inserisce una nuova ricerca che porta anche la firma del TIGEM, Telethon Institute of Genetics and Medicine di Pozzuoli.

I 126 RNA della retina che potrebbero controllare i geni della malattia

Lo studio, pubblicato nel 2026 su Cellular and Molecular Life Sciences, ha analizzato una componente del nostro patrimonio genetico molto meno conosciuta rispetto ai tradizionali geni che producono proteine: i long non-coding RNA, o lncRNA.

Sono lunghe molecole di RNA che non vengono utilizzate direttamente per fabbricare proteine. Per anni una parte di questo enorme universo è stata considerata quasi un rumore di fondo del genoma. Oggi sappiamo invece che diversi RNA non codificanti possono svolgere importanti funzioni di regolazione, contribuendo a stabilire quando, dove e quanto determinati geni debbano essere attivi.

Il gruppo internazionale di ricerca, tra i cui autori figurano ricercatori del TIGEM, ha cercato proprio gli lncRNA caratteristici della retina e potenzialmente associati ai geni responsabili delle inherited retinal diseases (IRD), le malattie retiniche ereditarie.

Il risultato è una sorta di nuova mappa genetica: sono stati individuati 126 lncRNA potenzialmente coinvolti nella regolazione di geni associati alle malattie ereditarie della retina. Undici sono stati caratterizzati più approfonditamente e tra questi compare anche un nuovo lncRNA, LINC03128.

La novità è importante perché suggerisce che, per comprendere completamente una malattia genetica, potrebbe non essere sufficiente individuare il gene mutato. Bisogna comprendere anche la complessa rete biologica che ne controlla l’attività.

Tra gli RNA analizzati ce n’è uno che merita particolare attenzione: LINC03127.

I ricercatori lo hanno silenziato sperimentalmente sia in espianti di retina umana sia negli organoidi retinici, strutture tridimensionali coltivate in laboratorio che riproducono alcune caratteristiche fondamentali della retina.
Riducendo LINC03127 è stata osservata una marcata diminuzione dell’attività di vie genetiche coinvolte nella funzione dei fotorecettori. Gli esperimenti hanno inoltre indicato una possibile interazione regolatoria con ABCA4, un importante gene delle distrofie retiniche ereditarie.
Ed è proprio qui che occorre spiegare che cosa sia la malattia di Stargardt, perché ABCA4 ne rappresenta il principale protagonista genetico. Stargardt è una distrofia ereditaria della retina che colpisce prevalentemente la macula, la piccola regione centrale della retina responsabile della visione più dettagliata. È grazie alla macula che riusciamo a leggere, riconoscere un volto, distinguere piccoli particolari e svolgere molte delle attività che richiedono una visione centrale precisa. Nella forma più comune della malattia sono presenti mutazioni nelle due copie del gene ABCA4. L’alterazione interferisce con il normale metabolismo di sostanze prodotte durante il ciclo visivo e favorisce l’accumulo di composti tossici, tra cui componenti della lipofuscina, nell’epitelio pigmentato retinico. Con il passare del tempo vengono danneggiati l’epitelio pigmentato e i fotorecettori della regione maculare.

La malattia può manifestarsi nell’infanzia o nell’adolescenza, ma esistono anche forme che diventano evidenti in età adulta. Il problema principale è la progressiva compromissione della visione centrale: leggere diventa più difficile, i volti possono essere meno nitidi e al centro del campo visivo può comparire un’area sfocata o scura. La visione periferica può invece rimanere relativamente conservata per molto tempo. Stargardt, dunque, non significa automaticamente perdita completa della vista. È per questo che il collegamento individuato dal nuovo studio tra LINC03127 e ABCA4 suscita interesse. Non significa affatto che sia stata scoperta una terapia per Stargardt. Suggerisce però che l’attività di ABCA4 potrebbe essere inserita in una rete regolatoria più complessa di quanto suggerisca la semplice lettura della sequenza del gene.

In prospettiva si apre così una domanda affascinante: oltre a correggere una mutazione, potremmo un giorno riuscire a intervenire anche sui meccanismi che regolano l’attività dei geni della retina? Stargardt, nel 2026 anche una sperimentazione di fase 3. La ricerca di base procede mentre avanzano anche gli studi clinici. Nel 2026 è entrato in fase 3 NORTHSTAR, studio internazionale dedicato proprio alla malattia di Stargardt. Viene studiato gildeuretinol acetato (ALK-001), una molecola orale progettata per ridurre la formazione di sottoprodotti tossici della vitamina A coinvolti nel processo degenerativo. Lo studio dovrebbe coinvolgere circa 230 pazienti tra 8 e 45 anni. Uno degli obiettivi principali è stabilire se il trattamento riesca a rallentare la progressione dell’atrofia retinica. È fondamentale sottolineare che si tratta di una terapia sperimentale e non di una cura già disponibile per i pazienti. Ma l’arrivo alla fase 3 mostra quanto rapidamente si stia muovendo questo settore della ricerca.

Terapia genica: correggere il difetto alla sua origine. Un’altra delle grandi frontiere riguarda la terapia genica. Nel 2026 sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine risultati relativi alla terapia genica della retinoschisi X-linked, malattia ereditaria provocata da alterazioni del gene RS1 e caratterizzata da anomalie della struttura della retina e compromissione della funzione visiva. Il principio è quello di introdurre nelle cellule retiniche, attraverso un vettore virale opportunamente modificato, una copia funzionante del gene. Non significa che lo stesso trattamento possa essere utilizzato per tutte le degenerazioni retiniche. Le malattie ereditarie della retina comprendono infatti centinaia di differenti alterazioni genetiche. Il principio generale, tuttavia, è rivoluzionario: quando conosciamo con precisione il difetto responsabile della malattia, in alcuni casi possiamo provare a intervenire direttamente sulle sue cause molecolari.

Non solo DNA: si può intervenire anche sull’RNA. Un’altra strategia emergente riguarda USH2A, uno dei geni coinvolti nella sindrome di Usher e in alcune forme di retinite pigmentosa. In questo caso la ricerca sta studiando oligonucleotidi antisenso, piccole molecole progettate per intervenire sull’RNA e modificarne l’elaborazione. Il concetto amplia ulteriormente lo scenario: la medicina della retina non cerca più soltanto di aggiungere una copia corretta di un gene. In determinate malattie si tenta di intervenire sul passaggio intermedio che porta dal DNA alla produzione delle proteine. Ed è anche per questo che la scoperta TIGEM sugli RNA non codificanti assume particolare interesse.

Le “mini-retine” costruite in laboratorio. Una delle innovazioni che stanno accelerando queste ricerche è rappresentata dagli organoidi retinici. Partendo da cellule staminali è possibile ottenere in laboratorio strutture tridimensionali capaci di riprodurre alcune caratteristiche della retina umana e di sviluppare differenti popolazioni cellulari, compresi i fotorecettori. Non sono occhi in miniatura e non possiedono la complessità di una retina collegata al cervello. Rappresentano però modelli sperimentali estremamente preziosi. Permettono di osservare come nasce una determinata alterazione, verificare che cosa accade modificando un gene e valutare potenziali strategie terapeutiche direttamente su cellule umane. Sono proprio questi modelli, insieme agli espianti di retina umana, ad essere stati utilizzati anche nello studio su LINC03127.

La frontiera più ambiziosa: sostituire i fotorecettori morti. Resta però un problema fondamentale. Se una degenerazione retinica viene diagnosticata quando un numero molto elevato di fotorecettori è già morto, correggere il difetto genetico potrebbe non essere sufficiente. Non basta infatti correggere le istruzioni genetiche di una cellula che ormai non esiste più. Da qui nasce la ricerca sulla photoreceptor replacement therapy, cioè sulla possibilità di sostituire i fotorecettori perduti. È una prospettiva estremamente interessante perché, almeno teoricamente, potrebbe essere meno dipendente dalla singola mutazione responsabile della malattia. Diverse distrofie retiniche, pur originate da difetti genetici differenti, arrivano infatti allo stesso risultato finale: la perdita di coni e bastoncelli. Le difficoltà restano enormi. Le nuove cellule devono sopravvivere, maturare, disporsi nel punto corretto della retina e soprattutto integrarsi nei circuiti nervosi ancora funzionanti per trasmettere un segnale utile al cervello. Per questo siamo ancora prevalentemente nel campo della ricerca sperimentale e non della normale pratica clinica.

Dalla protezione alla possibile ricostruzione della retina

Le ricerche del 2026 mostrano quindi che non esiste una sola strada per combattere le malattie degenerative della retina.

Una consiste nel comprendere la regolazione genetica, ed è qui che si colloca la scoperta dei 126 RNA non codificanti dello studio che coinvolge il TIGEM. Un’altra punta a intervenire direttamente sul DNA o sull’RNA. Una terza cerca di proteggere più a lungo i fotorecettori ancora vitali. La frontiera più ambiziosa tenta invece di rimpiazzare le cellule ormai perdute.

Sono strategie differenti che potrebbero un giorno diventare complementari. Ed è forse questo il messaggio più importante delle ricerche recenti. La retina non viene più studiata soltanto come un tessuto da preservare il più a lungo possibile. Gli scienziati stanno imparando a decifrarne i programmi genetici, riprodurne alcuni aspetti negli organoidi, intervenire sui geni e sull’RNA e studiare la possibilità di sostituire le cellule perdute.

Non siamo ancora alla “retina rigenerata” nell’uomo e sarebbe sbagliato creare questa aspettativa. Ma il confine tra rallentare la perdita della vista e intervenire sulle cause biologiche della degenerazione si sta progressivamente spostando.

Bibliografia essenziale

Delanote E. et al. Retina-specific long non-coding RNAs associated with inherited retinal disease genes. Cellular and Molecular Life Sciences, 2026. DOI: 10.1007/s00018-026-06259-1.

Liang L. et al. Subretinal Gene Therapy for X-Linked Retinoschisis. New England Journal of Medicine, 2026;394:2223-2234. DOI: 10.1056/NEJMoa2515953.

Pearson R.A. Photoreceptor replacement: a disease-agnostic approach for the treatment of advanced retinal degeneration. Eye, 2026.

Chen Y. et al. Human retinal organoids: from developmental biology to translational applications. Experimental Eye Research, 2026;269:111051.

Zhang Y. et al. Functional development of photoreceptors in human retinal organoids. Stem Cell Research & Therapy, 2026.

ClinicalTrials.gov. NORTHSTAR – Phase 3 study of gildeuretinol acetate (ALK-001) in Stargardt disease, NCT07419334.

Così Stargardt non resta un nome tecnico: diventa il ponte narrativo fra la scoperta TIGEM su LINC03127/ABCA4 e le nuove strategie terapeutiche sulla retina.