di
Giovanni Caprara
Intervista al geologo Fabio Florindo, presidente dell’Ingv: «Dal 1950 in quella zona soltanto due eventi simili. Non ci sono prove per stabilire un rapporto tra questo terremoto e quelli che hanno colpito il Venezuela»
«Nessuno si aspettava un terremoto in Colombia di questa violenza», precisa subito Fabio Florindo, presidente dell’Ingv, l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia.
Come mai una sorpresa, dopo che nel vicino Venezuela in giugno c’è stata un’ecatombe?
«È vero. La terra trema di frequente e purtroppo la zona è critica lungo tutta la costa ovest del Sudamerica. Ma dal 1950 a oggi nel raggio di 250 chilometri dall’epicentro attuale si sono registrati soltanto due sismi di uguale o maggiore intensità. Quindi vediamo questo evento come un terremoto anomalo».
Secondo il servizio geologico degli Stati Uniti la profondità in cui si è scatenato è intorno a cento chilometri. Questo non dovrebbe aiutare a limitare gli effetti?
«Anzi, al contrario: più l’origine è profonda più accade che le onde si trasmettano con maggiore efficacia negli strati geologici raggiungendo anche distanze lontane. Così è stato anche ieri».
Ma che cosa è successo nel sottosuolo per arrivare a una magnitudo tanto elevata?
«La situazione di quel territorio è complessa perché la placca di Nazca che arriva dall’area dell’oceano Pacifico sprofonda sotto l’America meridionale alla velocità media di 8 centimetri all’anno, con fasi più lente e momenti accelerati ancora più rischiosi. Ciò provoca un accumulo di energia che prima o poi si deve liberare. Ed essendo notevole la spinta esercitata, altrettanto rilevante è la magnitudo che si raggiunge».
Tenendo conto che la placca di Nazca è molto estesa, dal momento che arriva sino all’isola di Pasqua (dove tra l’altro è presente una microplacca) e abbraccia l’intera costa sudamericana, il livello raggiunto è storicamente eccezionale…
«Indubbiamente, anche perché l’aumento di un solo grado della scala Richter significa che il terremoto è 32 volte più forte. Arrivare a 7,4 gradi significa che una potenza straordinaria si è scatenata con rapidità verso la superficie».
Avete dei dettagli sui processi innescati nelle viscere della Colombia?
«Dai primi dati si ritiene che un’imponente faglia si sia prodotta all’interno della placca di Nazca nella fase di inabissamento in corso ed è stimata di una lunghezza di almeno 110 chilometri. Data la sua ampiezza sarebbe in grado di generare altri fenomeni altrettanto intensi».
Che cosa potrebbe succedere ?
«Sicuramente ci saranno delle repliche anche se non è possibile stimare la potenziale magnitudo. Anche perché dipende da eventuali inneschi di ulteriori faglie in altre zone del sottosuolo che la nuova faglia potrebbe far nascere. Di sicuro la terra potrà tremare a lungo, anche per mesi, magari a più bassa intensità, ma non si può dire perché i terremoti, come sappiamo, sono imprevedibili nelle loro manifestazioni».
Ma è immaginabile un collegamento tra questo sisma e quello verificatosi in Venezuela?
«Escludo un possibile legame tra i due eventi. Non ci sono prove o indizi per riuscire a stabilire un rapporto. Bisogna tener conto che lo sprofondamento della placca sotto il Sudamerica, proprio per la sua estensione, è in grado di provocare effetti molto forti lungo tutta la costa ovest».
Dato il rischio continuo con effetti potenzialmente disastrosi, esiste nella zona un monitoraggio adeguato?
«Il servizio geologico della Colombia è sempre attivo ed effettua controlli, per quanto è possibile. Gli scienziati colombiani collaborano con il servizio geologico degli Stati Uniti e con anche con altri Paesi. Anche noi abbiamo avuto dei rapporti nel campo della ricerca».
11 agosto 2026 ( modifica il 11 agosto 2026 | 08:05)
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