di
Gian Antonio Stella
Più di 42 mila cittadini contro il progetto sull’isola
Vale la pena di mettere a rischio l’ultima e preziosa riserva naturale del più remoto mondo lagunare per farci 77 villini turistici?
È il tema che sta spaccando Venezia dove un appello on-line («fermatevi!») è sottoscritto da 42.271 cittadini. Con due dettagli curiosi. Uno è che l’investimento è proposto da 34 soci «peocéti» (sparagnini, in veneziano) che hanno finora messo nel capitale sociale 294 euro a testa per un totale di 10 mila, pochino per un progetto multimilionario. L’altro è che il progetto è firmato dallo studio d’architettura della sorella di una potente assessora dell’allora sindaco Gigio Brugnaro, sorella che in quello studio ha lavorato 25 anni.
Ma partiamo dall’inizio. Cioè da Ca’ Roman, l’estremità meridionale di Pellestrina, una delle isole lunghe e sottili che proteggono Venezia: di qua la laguna, di là il mare. Luogo amatissimo dalla scrittrice newyorkese Donna Leon (otto milioni di copie vendute) che proprio lì ha ambientato Sea of Troubles, uno dei suoi bestseller ma più ancora dagli ambientalisti che perfino su Wikipedia in tedesco leggono righe devote: «Di particolare rilievo è la riserva naturale di Ca’ Roman a sud di Pellestrina, uno dei pochi habitat costieri dell’Alto Adriatico risparmiati dallo sviluppo, dal turismo balneare e dalle infrastrutture associate. Lì, tra la Laguna e l’Adriatico, vivono specie delle coste e dune di formazione naturale, che sono in declino ovunque… Tra il 1992 e il 2011 sono state osservate 152 specie di uccelli, tra cui uccelli nidificanti come la pivieressa, la beccaccia di mare, il succiacapre, lo sparviero, l’assiolo e la cannaiola sarda. Ora sono state registrate circa 200 specie. Inoltre, sono state registrate 107 specie di coleotteri, dodici delle quali sono biogeograficamente importanti…»
Insomma: un microcosmo speciale, poco più esteso della superficie della Città del Vaticano ma sempre più ricco di animali anche perché ci si arriva solo in vaporetto fino all’imbarcadero e poi a piedi lungo i Murazzi, l’imponente diga in pietra d’Istria. La quale in poco più di un secolo ha dato vita a un’area di sabbia e di dune che, spiega Federico Antinori, già responsabile dell’Oasi Lipu, è «l’ultima quasi integra dell’ambiente litoraneo dell’alto Adriatico». Scampata finora al cemento turistico solo grazie al Villaggio Marino Ipab che d’estate, sorretto da donazioni private e dall’affitto di qualche locale, accoglie complessivamente quasi duecento disabili, e a una vecchia colonia marina di Canossiane. Il primo, evviva il volontariato, fatica ma è ancora aperto. La seconda, abbandonata come tante colonie estive al degrado, fu venduta anni fa dalle suore alla Cà Roman Srl, una società che, dice veneziatoday.it, avrebbe appunto 10.000 euro di capitale sociale, zero dipendenti, un fatturato 2024 di 329 euro, 32 su 34 soci non veneziani, sede nello studio d’un fiscalista di Sottomarina, ragione sociale «affitto, vendita, costruzione e consulenza immobiliare» nonché «gestione di stabilimenti balneari e qualsiasi attività turistica, nessuna esclusa».
Cosa farne, di quegli edifici in rovina stuprati dalla volgarità vandalica perfino nell’antica chiesetta? Amministratori seri, davanti alla bellezza delle dune, alla magia della spiaggia solitaria e alla ricchezza della riserva naturale affidata alla Lipu, avrebbero immaginato un progetto ambientalista. Tanto più che lo stesso sito web del Comune ricorda che «dal 1939 l’allora isola di Pellestrina (con Ca’ Roman al suo interno) è interamente vincolata quale “insieme di notevole interesse pubblico”» e che «l’area conserva, grazie al suo relativo isolamento e l’assenza d’un eccessivo sfruttamento turistico, uno degli ambienti dunali più integri di tutto l’alto Adriatico dove si possono trovare associazioni vegetali ormai rare e specie animali di pregio».
Macché. I nuovi padroni dell’ex colonia, tra la laguna e l’adiacente oasi ecologica, pensarono di mettere 84 villette. E nel 2009, dentro l’allora giunta comunale di centrosinistra del sindaco Giorgio Orsoni, poi travolto con Giancarlo Galan nell’uragano giudiziario del Mose, trovavano sponda al loro progetto. Dirà il verde Gianfranco Bettin, allora assessore all’ambiente, in un post di queste ultime ore: «Avevamo in ballo tante battaglie vitali ed eravamo comunque certi che in breve tempo si sarebbe fatta chiarezza e il Piano su Ca’ Roman sarebbe stato bloccato».
Fatto sta che, caduta la giunta e subentrato il commissario straordinario Vittorio Zappalorto, il progetto arrancò per anni tra ricorsi e contro-ricorsi al Tar, al Consiglio di Stato e alla Corte di Giustizia. Di qua Italia Nostra e ambientalisti, di là i favorevoli alla lottizzazione. Senza che gli aspiranti costruttori si facessero scoraggiare dai verdetti negativi. Anzi, decisi ad andare avanti accettando paletti ambientali, rinunciando a invadere col cemento gli «antichi orti» e riducendo il numero delle ville a 77, minacciarono richieste di danni per la mancata conclusione degli iter amministrativi avviati inizialmente dal Comune.
Finché nell’autunno 2024 la giunta destrorsa di Brugnaro diede infine il via libera al Piano Urbanistico Attuativo d’iniziativa privata. Anche se la procedura di Valutazione Ambientale Strategica sarebbe faticosamente arrivata in porto solo un anno dopo, alla fine del 2025. Giusto prima che si bandissero le nuove elezioni comunali. Che peraltro avrebbero visto la sconfitta della sinistra.
«Evviva!», brindò la destra. Su tutti, festeggiarono le sorelle Giovanna e Paola Mar. La prima era l’architetto che dall’inizio aveva firmato il progetto della colata di villini turistici al confine con l’oasi naturale, la seconda (per 25 anni già impiegata nello stesso studio fondato dal padre) l’assessora messa da Brugnaro prima al turismo e poi al patrimonio. Conflitto d’interessi? Ma va là! Che sarà mai una parentela!
E così, giorni fa, il tormentone edilizio è finito in un torrido consiglio di municipalità di Pellestrina dove, racconta sul Corriere del Veneto Anna Maselli, «sono volati gli stracci». Ma come: per fare il villaggio dovranno scavare un pozzo (vietato)? «Sì, ma sarà provvisorio». E i rifiuti dove li butteranno se i cassonetti saranno a mezz’ora a piedi? «Li ritirerà una barca». E l’invasione umana nell’area protetta? «Abbiamo dato mandato sul totale rispetto della contigua area naturalistica e sulla piena tutela delle specie naturali».
Per non fare il bagno nell’acqua salmastra della laguna su cui il villaggio si affaccia, i turisti dovranno raggiungere il mare solcando il delicato paradiso terrestre tra i nidi di uccelli, le dune protette, le piante più delicate e rare... E la spiaggia «sporca» di vegetazione come sono «sporche», ovvio, tutte le spiagge naturali protette? Auguri.
12 agosto 2026
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