di
Guido Conti*
«Bisogna camminarci davvero dentro al sabbione, nella canicola, per capire tutta la drammaticità di ciò che sta avvenendo. Il Po in agonia mi angoscia. Il disastro ambientale è già in atto, quello culturale non è da meno»
Ho camminato sulle sabbie roventi del Po nei luoghi a me famigliari: Stagno di Roccabianca, Casalmaggiore, Mezzani per fermarmi infine a Brescello e scendere sotto il ponte di Viadana per toccare l’acqua. Ci sono andato apposta nelle ore più calde per capire lo stato del fiume ridotto a un rigagnolo. Il termometro segna oltre quaranta gradi.
Fa impressione leggere sulla porta della casa dei pontieri le tacche delle grandi alluvioni storiche. Il 19 ottobre del 2000 alle ore otto, l’acqua segnava 9,06 metri sopra lo zero idrometrico. Oggi siamo a meno 8, un vuoto di quasi diciassette metri, una casa di quattro piani per intenderci sopra la mia testa.
Non c’è anima viva, non si sentono nemmeno voci di uccelli. Il caldo soffoca tutto ed è come un tempo sospeso. Cammino lungo un sentiero tra le sterpaglie facendomi strada per scendere alla spiaggia. Qui una volta il Re del Po, Alberto Manotti, scomparso da pochi anni, martellava giorno dopo giorno per costruire la sua opera d’arte con i legni raccolti nel fiume: a Natale ci faceva il suo presepe. Una struttura che resisteva alle piene e che dopo di lui il fiume ha portato via. L’erba e le piante già alte segnano con forza la loro presenza. In Po la natura ha sempre qualcosa di esuberante e prepotente, che schiaccia.
Scendo verso lo spiaggione e c’è una prima sorpresa, qualcuno ha lasciato una sedia pieghevole con sopra una bottiglia vuota di vodka davanti al sentiero, forse per segnarlo. C’è un sole che abbaglia. Dall’altra parte del fiume è attraccata una motonave. Non si viaggia, troppo basso il livello. L’acqua è lontana. Il sabbione è una spiaggia infinita, e si rivede «la vecchia», l’aria all’orizzonte che trema come nei deserti.
Camminando sotto il ponte verso l’acqua ripenso al racconto di Alberto, quando suo fratello Franco, detto «Ringo», il primo gennaio del 1971, inaugurando il nuovo ponte che sostituiva quello di barche, con un freddo cane, si era presentato in ciabatte e accappatoio e si era tuffato rischiando l’osso del collo da diciassette metri all’arrivo della polizia venuta a disperdere i curiosi.
Quando «Ringo» è morto ho disperso le sue ceneri in questo tratto di fiume così quando faccio il bagno sto con lui – mi aveva raccontato Alberto: la corrente del fiume fa respirare anche le anime dei morti.
Mi tolgo la maglietta e sento il sole che brucia la mia pelle. Camminando respiro a fatica. In una pozza l’acqua del fiume è nera, ai bordi una muffa verde e maleodorante. C’è uno pneumatico affondato a metà. Arrivano ondate di calore come da un forno insieme a odori di stantio e di morte. Forse ho fatto una follia, se mi venisse un balordone adesso morirei qui.
Nella sabbia fina il fiume mostra i suoi resti: uno stivale, un vaso da notte mezzo arrugginito, una confezione di Vetril anni ottanta. Lontano vedo i resti di quello che sembra uno scheletro di un uccello morto: la carcassa si rivela il rottame accartocciato di una bicicletta arrugginita.
Mi avvicino all’acqua e mi chino per immergere le dita. Ha un odore di fanghiglia e frescume. La corrente non c’è quasi più. Potrei andare dall’altra parte camminando con l’acqua al polpaccio. Una volta attraversare a nuoto il Po da una sponda all’altra era la prova del passaggio dall’adolescenza alla virilità per tanti giovani rivieraschi.
Gianni Brera lo fece bluffando, nuotando in un periodo di secca; Ugo Tognazzi, incapace di nuotare, fu ripescato per i capelli da un amico barcaiolo davanti alle spiagge di Cremona come racconta nel suo capolavoro L’abbuffata.
La corrente è l’anima del fiume, all’inizio del Novecento stava per portarsi via il giovane maestro Benito Mussolini nel Po di Gualtieri quando fu salvato da Vittorio Re, parente del regista Francesco Barilli. Corrente che salvò il compositore e direttore del Conservatorio di Parma, Renato Falavigna, che si tuffò in mezzo al fiume, durante un rastrellamento, con i tedeschi che spararono vicino alla chiatta mentre lui era sott’acqua, già lontano e veniva trascinato dalla corrente verso il mare: gli altri ragazzi morirono tutti gasati in Germania.
I grandi tronchi degli alberi spiaggiati affiorano dall’acqua quasi putrida, come ossa di giganteschi dinosauri, bianche e levigate, calcinate dal sole. Sopra uno di questi mi siedo e ripenso alle navi degli antichi che hanno risalito il grande fiume, quelle dei greci che commerciavano vasi dall’Eubea e dei grandi miti di Cigno e di Fetonte che hanno dato a questo fiume un’immagine di morte e di tomba, ben diversa da quella a suo modo paradisiaca di Virgilio che nel sesto dell’Eneide paragona il limbo alla golena estiva di Eridano, dove ancora combattono le anime degli avi di Enea nudi tra i cavalli.
E cosa dev’essere stata per i rivaroli l’apparizione di ottanta galeoni veneziani che hanno risalito il Po durante la guerra che si combatté per il controllo del fiume tra il 15 e il 16 luglio 1448 tra Venezia e Milano! O il Bucintoro veneziano, oggi alla Venaria, quando splendente nei suoi ori luccicanti al sole, accompagnato da diverse gondole, arrivò fino al Po di Torino, in pieno centro città, trascinato da uomini e buoi lungo le rive.
Mentre tutto è immobile la memoria corre, il fiume fa vivere l’immaginazione. Vedo un cormorano e un ibis sacro dal becco nero ricurvo che volano radenti alla poca acqua. Gli Ibis scomparsi dalle sponde del Nilo, ora sono qui, lungo il Po, nei fossi e nei canali, fino alle risaie della Lomellina. Quello che per gli egizi era il dio Thot, divinità della scrittura e della sapienza, si è insediato qui da tempo, arricchendo l’immaginario del fiume: invece di essere portatore di fecondità e di rinnovamento, apparendo sul Nilo durante le grandi piene, qui sembra portare morte e squilibri nell’ecosistema. E la dice lunga sui cambiamenti climatici in atto.
Qualche tempo fa ho dipinto un quadro che s’intitolava Food Valley, un teschio di maiale che ride con una spiga di grano che sbuca dall’incavo dell’occhio. Allora quel dipinto lo avevo immaginato come un divertimento ironico, oggi, mentre lo riguardo (sarà in mostra a Parma a Palazzo Pigorini a settembre), ha assunto un aspetto cinico e tragico.
Così come una decina di anni fa avevo scritto un raccontino umoristico dove immaginavo che nel 2050, colpa dei cambiamenti climatici, al posto dei culatelli avrebbero coltivato ananas, per una sorta di analogia della forma: oggi non mi fa più ridere come allora.
Il sole a picco, il caldo, l’odore nauseabondo dell’acqua quasi immobile mi spingono a tornare. Anche la luce è sfiancante. Bisogna provarlo e camminarci davvero dentro al sabbione nella canicola per capire tutta la drammaticità di ciò che sta avvenendo. Il Po in agonia mi angoscia. E mentre ritorno con fatica sui miei passi penso: e se non pioverà nemmeno a settembre, se farà un inverno siccitoso, come vivremo la prossima estate? Che fine farà la Food Valley e le sue industrie? La politica ha un piano per questo?
Ha ragione il mio amico Davide Persico, docente di Scienze chimiche, della vita e della sostenibilità ambientale dell’Università di Parma: insieme agli agricoltori dovremo cambiare le colture e pensare che non si può più attingere alle acque del Po come ad una risorsa infinita. Che ne sarà di questo fiume, delle sue memorie? Il disastro ambientale è già in atto, quello culturale non è da meno. Mentre affondo i piedi nella sabbia e respiro ansimando un terribile pensiero mi assale: se muore il Po muore tutta la pianura.
*Guido Conti è parmigiano. Scrittore e pittore, ha scritto per il «Corriere della Sera» dodici libri de «La scuola del racconto. Leggere per imparare a scrivere» (2014). Tra le numerose pubblicazioni ricordiamo Il coccodrillo sull’altare, Guanda, 1998 (Premio Chiara), Il grande fiume Po (Mondadori 2012, Giunti 2020); Quando il cielo era il mare e le nuvole balene, Giunti, 2028. La siccità, Bompiani, 2023. Ha scritto Giovannino Guareschi, biografia di uno scrittore (Premio Hemingway per la critica; ha curato il volume Zavattini A/Z, Electa 2025. Il 10 settembre inaugura a Palazzo Pigorini di Parma la personale Visioni, opere, disegni, racconti, catalogo Libreria Ticinum editore, Voghera.
13 agosto 2026
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