Sul foglio dei risultati ci sono due numeri, uno accanto all’altro: 1,12 e 1,17. Il primo indica la riduzione media dell’indice di massa corporea ottenuta con una dieta a carboidrati ridotti; il secondo quella ottenuta con una dieta standard. Dodici settimane, due strade alimentari, praticamente lo stesso punto d’arrivo.

Eppure i carboidrati sono da tempo seduti sul banco degli imputati. L’accusa ha una sua logica, semplice e seducente: meno carboidrati, meno insulina; meno insulina, meno grasso accumulato; meno grasso, più dimagrimento. Ma quando dal mondo degli adulti si passa a quello dei bambini e degli adolescenti — corpi che non devono soltanto perdere peso, ma continuare a crescere — quella logica non basta. Servono prove. E le prove, finora, sono assai meno categoriche delle formule con cui vengono spesso vendute le diete low-carb.

Uno studio randomizzato, pubblicato il 15 agosto 2026 su BMC Pediatrics, ha provato a separare la promessa dal risultato. I partecipanti erano 84, tutti con obesità, fra i 7 e i 16 anni. A metà di loro è stata assegnata una dieta nella quale i carboidrati avrebbero dovuto fornire il 30–40% delle calorie; non carboidrati qualsiasi, ma soprattutto cereali integrali, legumi, frutta, verdura, frutta secca e semi. L’altra metà ha seguito una dieta standard, con il 50–55% dell’energia proveniente dai carboidrati.

La differenza stava lì. Ma sotto quella differenza ce n’era un’altra, comune e decisiva: entrambe le diete erano ipocaloriche, con una riduzione programmata di 250–500 calorie al giorno. È questo il dettaglio che impedisce di raccontare lo studio come un duello elementare fra carboidrati e dimagrimento. Tutti mangiavano meno energia di quanta ne avrebbero altrimenti assunta; poi, dentro quel deficit, cambiava la quota dei macronutrienti.

Dopo dodici settimane, peso e adiposità erano diminuiti nei due gruppi. Si erano ridotti l’indice di massa corporea, il BMI z-score — la misura che interpreta il peso tenendo conto dell’età e del sesso durante la crescita —, la circonferenza della vita e la percentuale di grasso corporeo. Ma fra le due strategie non compariva alcuna differenza statisticamente significativa.

La vita si era assottigliata in media di 2,93 centimetri con la dieta a carboidrati ridotti e di 2,88 centimetri con quella standard. Cinque centesimi di centimetro. Anche il BMI z-score era sceso quasi nello stesso modo. Non ha vinto la low-carb. Non ha perso.

Ha prodotto, almeno nel breve periodo, un dimagrimento sostanzialmente uguale a quello della dieta tradizionale. Il dato è meno spettacolare di uno slogan contro pane, pasta o zuccheri; proprio per questo può essere più utile. Ci dice che, quando l’obiettivo è ridurre peso e grasso corporeo, il deficit energetico potrebbe contare più dell’esatta percentuale di carboidrati. Non sempre il macronutriente sul quale concentriamo tutta la luce è quello che governa da solo la scena.

C’è tuttavia un punto in cui le due strade si dividono. È il dato dei trigliceridi. Nel gruppo con meno carboidrati sono diminuiti di circa 44 mg/dL; nel gruppo standard non è stato osservato un calo significativo. Dopo aver tenuto conto dei valori iniziali, la differenza fra i gruppi è risultata di 40,3 mg/dL a favore della dieta a carboidrati ridotti. È migliorato anche il rapporto fra trigliceridi e colesterolo HDL, usato come possibile segnale del rischio metabolico.

Perché? Una spiegazione possibile passa dal fegato: riducendo soprattutto gli zuccheri e i carboidrati rapidamente disponibili, potrebbe diminuire la produzione epatica dei trigliceridi e delle lipoproteine VLDL che li trasportano nel sangue. La dieta low-carb, dunque, non sembra aver fatto perdere più peso, ma potrebbe aver agito in modo specifico sul metabolismo dei grassi. Potrebbe: è una parola da non dimenticare.

Per glicemia a digiuno, insulina, HOMA-IR, colesterolo totale, LDL, HDL e pressione arteriosa non sono infatti comparsi vantaggi significativi. Sarebbe quindi scorretto trasformare un risultato circoscritto in una vittoria generale. Sarebbe altrettanto scorretto concludere che la composizione della dieta non conti affatto. Comprendere una differenza non significa gonfiarla; riconoscere un limite non significa cancellare ciò che lo studio ha trovato.

I limiti, qui, hanno un peso concreto. Il trial è durato soltanto 12 settimane e, degli 84 partecipanti iniziali, lo hanno completato in 61. Inoltre, il gruppo che avrebbe dovuto ricavare dai carboidrati il 30–40% delle calorie è arrivato, nella pratica, a circa il 46%. La dieta sperimentale è risultata dunque meno povera di carboidrati di quanto prevedesse il progetto. Possiamo davvero ricavare da un periodo così breve, da un numero ridotto di partecipanti arrivati alla fine e da un’aderenza incompleta una regola definitiva per l’età evolutiva? No. Non ancora.

Una revisione recente di 19 studi suggerisce che le diete low-carb possano favorire nei giovani la perdita di peso e alcuni miglioramenti metabolici. Ma la stessa revisione conclude che le prove non consentono di stabilire con sicurezza la loro superiorità rispetto alle strategie tradizionali. È il genere di risposta che delude chi cerca un colpevole unico e una soluzione rapida; è anche il genere di risposta che la medicina deve avere il coraggio di dare.

Dire “meno carboidrati” non equivale necessariamente a dire “alimentazione migliore”. Anche la qualità conta. L’OMS continua a indicare cereali integrali, legumi, frutta e verdura come fonti centrali di una dieta sana. Mettere nello stesso sacco ogni carboidrato significa confondere alimenti, fibre, strutture e funzioni diverse sotto un’unica etichetta, comoda per la propaganda alimentare ma troppo larga per descrivere ciò che accade nel corpo.

Per un bambino o un adolescente con obesità, la questione non dovrebbe allora essere quale nutriente espellere dalla tavola come un nemico. La domanda più onesta è un’altra: quale alimentazione può ridurre l’energia in eccesso, restare nutrizionalmente adeguata, durare nel tempo ed essere seguita con l’aiuto di professionisti?

Le percentuali passano, le mode si rovesciano, un imputato prende il posto dell’altro. Intanto, davanti a quel ragazzo, resta un piatto che deve nutrire un corpo ancora in crescita. È da lì che bisogna ricominciare.

Khorshidi Y, Hadaegh F, Rafiei N, et al. The effect of reduced carbohydrate diet on cardiometabolic risk factors and gut microbiota in children and adolescents with obesity: a randomized controlled trial. BMC Pediatrics. Pubblicato il 15 agosto 2026. DOI: 10.1186/s12887-026-07516-9.

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