di
Mariolina Iossa

Parla Alessandro D’Amato, giornalista al quale il faccendiere chiese di creare una mailing list per la struttura politica: «Dopo l’attentato sono passato da lui e gli ho chiesto: ne sai qualcosa? Lui ha risposto: nulla. Ma abbassò gli occhi»

Alessandro D’Amato, caposervizio di Open, il giornale online di Enrico Mentana, ha una lunga esperienza nel giornalismo digitale. Prima ancora ha fondato e diretto NextQuotidiano. Al Corriere racconta, dopo averne scritto per Open, della sua personale conoscenza di Valter Lavitola e dei suoi progetti politici su Ranucci.

Come hai conosciuto Lavitola?
«Mi ha contattato nel settembre 2023, voleva scrivere un libro su di lui, un’autobiografia, mi ingaggiò perché gli preparassi un database cui attingere, con tutto il materiale emerso su di lui, biografia politica, vicende processuali. Mi disse che lo faceva soprattutto per suo figlio Giuseppe, che aveva cominciato a muovere i primi passi in politica con Forza Italia. Voleva riabilitarsi almeno agli occhi del figlio, perché non pensasse che suo padre fosse un delinquente. All’epoca Lavitola aveva già avuto diverse condanne, alcune pene ridotte e altri procedimenti finiti in prescrizione. In quel periodo l’ho incontrato almeno una quindicina di volte. Alla fine gli ho consegnato tutto il materiale e mi ha pagato»



















































Che impressione ti sei fatto di lui?
«Che era una persona molto generosa, affabile. Mi parlava dei suoi problemi e mi sembrava quasi un povero imprenditore, gravato dai problemi. Però aveva sempre tante idee, tanti progetti. Mi sembrava ormai fuori dai giochi, sebbene continuasse a parlarmi delle sue ambizioni politiche, soprattutto in Forza Italia. Insomma, un sognatore. Aveva in testa un’idea della politica legata a un mondo che non esisteva più: i congressi di partito, le vecchie dinamiche, una certa strumentazione politica. Pensava ancora che la politica si potesse fare in quel modo».

Un ingenuo o un millantatore?
«Più un ingenuo che millantatore. Di certo non lo consideravo una fonte affidabile. Mi raccontava della vecchia politica, delle persone che aveva conosciuto, delle cose che erano accadute, ma io prendevo tutto con le pinze. È un uomo pieno di progetti, ha sempre qualche idea in testa. Non è pazzo, il problema però è che oggi può raccontarti una cosa con assoluta convinzione e domani avere già completamente cambiato progetto. Il libro, per esempio, non si è fatto più. A un certo punto gli ho chiesto: “Ma il libro?”. E lui mi ha risposto: “Ah, guarda, forse ne facciamo un film”. La volta dopo: “No, guarda, forse ne facciamo una serie televisiva, o una fiction”».

Dopo quel periodo non l’hai più frequentato in maniera assidua?
«No, non più in maniera assidua. Ogni tanto però capitava che andassi nel suo locale. Avevo già visto la fotografia pubblicata dal Riformista in cui c’erano lui e Ranucci e avevo letto il pezzo di Torchiaro. Sapevo che Lavitola era amico di Ranucci, ma quando avevo lavorato con lui non avevamo mai parlato di questo».

Poi c’è stato l’attentato a Ranucci. Sei andato da Lavitola?
«Sì. Sono passato da lui e gli ho chiesto: Ne sai qualcosa? Lui ha risposto: “Non ne so nulla”, però ha cominciato a parlarmi dei progetti che aveva per Ranucci».
 
Di che cosa si trattava?
«Mi chiese di lavorare a una lista di indirizzi, una sorta di mailing list, che avrebbe dovuto servire a costruire l’embrione di una struttura politica che facesse capo a Ranucci. Io gli dissi che si poteva fare, non era un lavoro complicato. Mi disse che gli indirizzi me li avrebbe forniti una collaboratrice di Ranucci. Mi fece anche il nome di questa persona, ma non lo ricordo. Assistetti anche a una telefonata tra Lavitola e questa persona. Io non ci ho mai parlato e non l’ho mai incontrata: ho soltanto sentito la voce di una donna mentre lui le spiegava come avrebbe dovuto essere fatta la lista, che poi avrebbe consegnato a me».

Ma eri sicuro che fosse davvero una collaboratrice di Ranucci, qualcuno che lavorava a Report?
«No, non la conosco. Ho ascoltato la telefonata, sentivo la voce di una donna, e Lavitola mi disse che era una collaboratrice di Ranucci. Io ho ritenuto del tutto plausibile che fosse così».

Lavitola ti fece intendere che Ranucci fosse d’accordo con questo progetto politico? Che avesse dato il via libera?
«Premesso che non conosco Ranucci, io non penso che gli avesse dato un vero e proprio via libera. Lavitola mi parlava del progetto e io gli avevo dato la mia disponibilità per fare il lavoro, ma quelle che mi raccontava mi sembravano idee bislacche perché è uno che ha sempre un progetto nuovo, e una quantità enorme di cose nella testa. Un giorno vuole una cosa, il giorno dopo ne ha pensata un’altra. Ma non mi ha mai detto che Ranucci fosse realmente d’accordo».

Quando poi è venuto fuori il collegamento dell’inchiesta con Lavitola, sei tornato da lui. Che cosa gli hai detto?
«Sono andato da Lavitola prima che il suo nome fosse collegato alla vicenda. Gli chiesi ancora: “Valterino, sai qualcosa di tutta questa storia dell’attentato?”. Lui rispose: No, figurati. Ma abbassò gli occhi: e questa sua reazione mi sembrò strana».

Nel frattempo, però, continuavano a emergere altre cose: la scorta, il sondaggio sulla sua popolarità, l’ipotesi di una candidatura. Lavitola ti ha mai detto che Ranucci volesse davvero entrare in politica?
«Lavitola me lo chiese: “Che ne pensi”? Per me Ranucci in politica non esiste proprio. Questa cosa l’ho detta a Lavitola. Gli ho proprio detto che secondo me Ranucci non sarebbe mai entrato in politica. Non solo perché non credo che lo volesse, ma anche perché penso cher non sia realistico, e ancor di più entrare in politica con lui come consigliere. Valterino, gli dissi, ma dai! Ma lui mi rispose: “Eh, poi vedremo”. Mi disse: “Vedrai, poi ci riparleremo e ci diremo queste cose”».

E allora perché, secondo te, Ranucci continuava ad ascoltarlo e a mantenere questo rapporto se lui stesso non credeva il progetto realizzabile?
«Io credo che Lavitola gli abbia solleticato l’ego. Penso che Ranucci magari gli rispondesse: “Sì, vabbè, ma dai, non scherzare”. Però intanto lo ascoltava. Secondo me Lavitola con questo progetto gli ha proprio solleticato l’ego».

Dopo l’arresto di Lavitola hai deciso di raccontare questa storia su Open. Perché solo dopo?
«Quando è stato arrestato e sono emerse tutte queste cose, ho pensato che valesse la pena raccontare quello che sapevo. Io l’ho frequentato, ho lavorato con lui, poi l’ho rivisto dopo l’attentato e ancora a luglio ho avuto con lui queste conversazioni. Il progetto politico, la lista di indirizzi. Mi sembrava di avere un punto di vista particolare sul personaggio e sulle cose che erano successe negli ultimi tempi».

E oggi che prospettiva vedi per Ranucci e soprattutto per Report?
«Io penso che Report continuerà a essere un programma di giornalismo d’inchiesta. È un programma importante e troveranno qualcuno che lo porterà avanti. Ranucci è bravo, questo non lo metto in discussione, ma non penso che senza di lui Report sia destinato a morire. In Italia ci sono altri giornalisti capaci di fare quel lavoro, magari anche meglio. Ogni bene ha il suo meglio, no?».


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16 agosto 2026 ( modifica il 16 agosto 2026 | 08:32)