Mantenere viva l’identità culturale e il senso di appartenenza delle persone che si trovano a vivere sospese tra due mondi geografici e culturali radicalmente differenti non è facile. Si possono incontrare diversi ostacoli: la lingua, le usanze, le tradizioni e anche i contesti abitativi.

In linea con le linee guida dello IED DesignXCommons, incentrato sui beni comuni e l’equità sociale, il progetto si posiziona come uno strumento per mantenere viva l’identità culturale e il senso di appartenenza delle persone che si trovano a vivere tra due contesti geografici e culturali radicalmente differenti, l’Interior Designer Jahnavi Desai, formatasi allo IED di Milano e autrice di una delle prime tesi uscite dai bienni IED.

Il suo progetto esplora le modalità con cui le pratiche culturali quotidiane delle comunità indiane a Milano possono essere supportate e preservate all’interno di contesti abitativi ridotti o condivisi. Anziché riprogettare integralmente lo spazio fisico, la designer propone un sistema di moduli (box) leggeri, pieghevoli e flessibili capaci di adattarsi alle preesistenti abitazioni e ambienti italiani preservando così rituali e soglie domestiche, la gestione della cucina e della luce, la necessità di privacy a vantaggio della comunità indiana e delle sue abitudini all’estero.

Intervista a Jahnavi DesaiJanvi Desai

Jahnavi Desai (MA Product Design)

Jahnavi, lei si è formata allo IED di Milano, capitale del design, ma le sue creazioni rispondono in modo molto specifico alle esigenze della comunità indiana. In che modo la sua esperienza personale da expat a Milano ha ispirato questo progetto? C’è stato un momento preciso in cui ha capito che il design del mobile poteva diventare uno strumento di inclusione sociale?
«Questo progetto è profondamente personale, perché è nato ancora prima di diventare una tesi. Quando mi sono trasferita dall’India a Milano, mi aspettavo di dovermi adattare a una cultura, una lingua e uno stile di vita diversi. Quello che non mi aspettavo era quanto sarebbero cambiati i miei rituali quotidiani semplicemente a causa degli spazi in cui vivevo. Abitare in appartamenti condivisi mi ha fatto capire che molte cose che avevo sempre considerato normali e scontate – un piccolo angolo per la preghiera, conservare e cucinare cibo indiano, avere un po’ di privacy o lasciare le scarpe fuori dall’ingresso – non erano più gesti semplici della quotidianità. Erano rituali identitari che richiedevano continui compromessi. All’inizio pensavo fosse solo una mia esperienza. Poi, parlando con altri studenti, lavoratori e famiglie indiane, ho scoperto che erano esperienze condivise: persone diverse, appartamenti diversi, ma storie sorprendentemente simili. È stato allora che ho deciso di approfondire questi processi di adattamento, chiedendomi: come può il design sostenere la vita quotidiana delle persone senza costringerle a rinunciare alla propria identità culturale? Per me, l’inclusione sociale inizia quando una persona si sente sufficientemente a proprio agio da poter continuare a essere sé stessa e sentirsi a casa, anche in un luogo nuovo. Questo è diventato il fondamento del mio progetto».

Indian Miniature racconto della vita domestica indiana trasformata con i prodotti di Jahnavi Desai

Indian Miniature: racconto della vita domestica indiana trasformata con i prodotti di Jahnavi Desai

Gli appartamenti milanesi – spesso piccoli e condivisi – si scontrano con la concezione indiana della casa, storicamente legata a spazi ampi e flessibili. Quali sono i compromessi più difficili che le famiglie indiane affrontano a Milano e in che modo i suoi arredi modulari riescono a risolvere questa convivenza forzata senza far sentire nessuno sacrificato?
«La sfida più grande non è semplicemente vivere in case più piccole o in contesti completamente diversi, ma abitare spazi che non sono stati progettati per accogliere pratiche culturali differenti. Crescendo in India, ho vissuto in case che cambiavano continuamente durante la giornata e nelle diverse occasioni. Il soggiorno poteva trasformarsi in uno spazio per la preghiera, poi in una sala da pranzo, con decorazioni che cambiavano in base ai momenti e alle festività. La flessibilità era parte integrante della vita quotidiana. Trasferendomi a Milano ho capito che, nel mondo occidentale, gli spazi domestici sono molto più rigidi: ogni stanza ha spesso una funzione precisa, gli spazi contenitivi sono limitati e, soprattutto per gli studenti, anche la privacy è condivisa. Dalle interviste è emerso che le persone non chiedevano case più grandi, ma spazi capaci di adattarsi ai diversi momenti della giornata, anche attraverso piccoli interventi. Le mie “box” non aumentano le dimensioni dell’appartamento, ma ne ampliano le possibilità d’uso: aprendosi, richiudendosi e spostandosi secondo le esigenze quotidiane, permettono a un unico ambiente di ospitare diverse attività culturali senza occuparlo in modo permanente. In questo senso, introducono quella flessibilità che l’architettura, da sola, non riesce a offrire».