Le sorprese di un viaggio in Alaska non finiscono mai. Tra queste c’è il ruolo del petrolio nel finanziare un Welfare di tipo scandinavo, riservato alle minoranze etniche dei nativi. L’Alaska è uno Stato che vota a destra dalla fine degli anni Sessanta, nelle ultime presidenziali è stato un bacino di voti per Donald Trump, eppure è molto diversa dalle semplificazioni che circolano in Europa o tra le élite di New York e San Francisco. Etnicamente è perfino più variegata della California e della East Coast. Anchorage è una delle città a più alta densità di immigrati.
L’Alaska è un gigante geografico e un nano demografico: 1,7 milioni di chilometri quadrati, più di Francia, Germania, Italia e Inghilterra messe insieme, per appena 737.000 abitanti, meno della popolazione di Torino. Ma questo piccolo universo umano è molto più variegato di quanto suggerisca l’immagine di una remota frontiera bianca.
La caratteristica più originale è il peso delle popolazioni indigene. Secondo il Census Bureau, il 15,6% degli abitanti si identifica esclusivamente come American Indian or Alaska Native: circa 115.000 persone, quasi un abitante su sei. La percentuale sale se si includono coloro che dichiarano origini miste. E «nativi dell’Alaska» è un’etichetta che racchiude mondi diversi: gli Iñupiat (quelli che in Groenlandia vengono chiamati Inuit) e gli Yupik delle regioni artiche e occidentali; gli Unangan, o Aleutini, dell’arcipelago omonimo; i popoli athabascan dell’interno; Tlingit, Haida e Tsimshian nel Sud-Est. In alcune zone rurali dell’Alaska occidentale i nativi superano ancora il 70% della popolazione.
Anche il resto della società è un mosaico. I bianchi non ispanici sono circa il 57% degli abitanti. Gli asiatici rappresentano il 6,5%, con una presenza filippina particolarmente significativa, legata alla storia militare, marittima e pacifica dell’Alaska. Gli ispanici e latinoamericani sono oltre l’8%, gli afroamericani poco più del 3%, mentre un abitante su dieci dichiara di appartenere a due o più gruppi razziali. Quasi l’8% della popolazione è nato all’estero.
Dietro l’immagine degli spazi vuoti emerge così un’Alaska sorprendentemente multietnica: una società di frontiera dove America, Asia e Pacifico s’incontrano, e dove i popoli originari conservano un peso demografico e culturale che ha pochi equivalenti negli altri Stati dell’Unione.
Ho avuto tra i miei accompagnatori un “nativo”, Harley, un quarantenne che nella sua persona racchiude molte sorprese di questo Stato. Orgoglioso della sua etnìa, mi ha portato a vedere musei dedicati alla loro storia: un’immersione nella “cultura del pentimento bianco”, perché ovunque ci sono denunce della colonizzazione, degli abusi contro le popolazioni autoctone.
Roccaforte repubblicana, sì, e tuttavia l’Alaska per questi aspetti è perfettamente allineata con il pensiero progressista dominante negli Stati Usa che votano democratico.
Harley è rappresentativo di questa America anche per un’altra ragione. Lavora come tecnico dell’industria petrolifera, è uno dei tanti nativi arricchiti dal boom energetico che qui iniziò negli anni Settanta. Di solito ha dei contratti stagionali nell’estremo Nord dell’Alaska, dove sono concentrati giacimenti e infrastrutture estrattive. Ma ora si prepara per un’altra missione: ha vinto un concorso per andare a lavorare qualche mese al Polo Sud, nell’Antartico.
“Arricchito” dal petrolio, non lo è solo chi lavora nel settore o nei suoi numerosi indotti. Le etnìe dei nativi hanno saputo contrattare bene i risarcimenti per gli abusi subiti dai loro antenati. I terreni dove sono state concesse licenze all’industria energetica sono spesso riconosciuti come proprietà dei nativi, che quindi hanno diritto a royalties gigantesche. Con queste viene finanziato da decenni una sorta di fondo sovrano, e un Welfare di tipo norvegese: grazie al petrolio Harvey, come tutti gli appartenenti ai popoli autoctoni, ha sanità gratuita, scuola gratuita per i figli, borse di studio universitarie, un dividendo annuo dal fondo energetico, più molte altre provvidenze dallo Stato. Siamo nel cuore del trumpismo, e al tempo stesso in un Welfare molto “nordeuropeo”.
L’Alaska offre un laboratorio interessante su quel che accade quando si incontrano/scontrano due correnti del pensiero progressista: l’ambientalismo da una parte, la tutela dei diritti delle minoranze etniche dall’altra. In sintesi: vince la seconda. Gli ambientalisti hanno sempre cercato di limitare lo sfruttamento delle immense risorse energetiche dell’Alaska, ma non hanno potuto impedire che i nativi abbracciassero il boom del petrolio per arricchirsi. Gli animalisti hanno cercato di proibire la caccia alle balene, ma sono stati bloccati da quelle popolazioni native che difendono il sacrosanto diritto di praticare quell’attività ancestrale: la caccia alle balene continua.
Ho incontrato anche esponenti di altre minoranze etniche, più diffuse nel resto degli Stati Uniti. Gli afroamericani sono pochi rispetto alla loro presenza nella mia New York, e spesso sono ex-militari. Molto prima che cominciasse la competizione strategica fra superpotenze per conquistare il Grande Nord (di cui parlo nella terza sezione di questa newsletter Long Read), l’Alaska era diventata importante a fini militari durante la seconda guerra mondiale. Dopo l’attacco a Pearl Harbor (Hawaii) nel dicembre 1941, i giapponesi erano riusciti a spingersi anche fino all’arcipelago delle Isole Aleutine, che sono l’estremità occidentale dell’Alaska.
L’Amministrazione Roosevelt dovette correre ai ripari costruendo nuove basi militari. Poi con la guerra fredda lo Stretto di Barents era diventato cruciale: è la frontiera marina di pochi chilometri che separa le due superpotenze americana e russa. Gli afroamericani che ho incontrato ad Anchorage sono stati spesso in servizio in una delle basi militari locali, poi hanno messo radici qui. Tra gli altri incontri più o meno sorprendenti: una discendente di immigrati norvegesi, che ricorda quando i suoi nonni erano soggetti a multe se osavano parlare norvegese in pubblico; e una comunità di immigrati balcanici, serbi e albanesi.
Tra le controversie più recenti che occupano l’attenzione dei media locali, c’è un ritorno di “febbre dell’oro” (nel vicino Klondike, Canada, Charlie Chaplin ambientò il suo capolavoro “La febbre dell’oro” nel 1925, all’epoca in cui anche l’Alaska fu invasa dai cercatori venuti dal mondo intero).
Il prezzo record dell’oro giustifica il progetto della società americana Contango Silver & Gold, che vuole aprire una miniera nel cuore del Lake Clark National Park, a circa un’ora di volo da Anchorage. Il giacimento, chiamato Johnson Tract, si trova all’interno del parco nazionale ma su terreni privati appartenenti alla CIRI, una società di proprietà dei nativi dell’Alaska. I diritti minerari risalgono a un accordo con il governo federale del 1976: la CIRI cedette altri territori, contribuendo alla creazione del parco, e in cambio conservò questa enclave ricca di minerali.
A rendere oggi conveniente un progetto rimasto a lungo nel cassetto è l’impennata dell’oro, che vale circa 4.500 dollari l’oncia, più del doppio rispetto all’inizio del 2024. Contango ha acquistato nel 2024 la società che possedeva i diritti di sfruttamento. Per limitare l’impatto ambientale, non intende trattare il minerale sul posto con sostanze chimiche: vuole estrarlo, chiuderlo in container e trasportarlo altrove per la lavorazione.
Ma questo comporterebbe un intenso traffico di camion e chiatte attraverso un ecosistema delicato. Lake Clark ospita una delle maggiori concentrazioni di orsi bruni dell’Alaska ed è frequentato dalle balene beluga del Cook Inlet, una popolazione in pericolo ridotta a circa 300 esemplari. Ambientalisti, operatori turistici, pescatori e alcuni gruppi tribali temono danni alla fauna, alla pesca e al turismo naturalistico. È già in corso una battaglia giudiziaria sui permessi ambientali. La divisione attraversa anche le comunità indigene. Alcuni leader sostengono la miniera perché crea occupazione e rende economicamente più autonome le popolazioni locali. Rivendicano inoltre un principio: i diritti minerari furono garantiti ai nativi dal governo federale mezzo secolo fa e impedirne oggi l’esercizio significherebbe rinnegare quell’accordo. La questione ha infine una dimensione strategica. Johnson Tract contiene, oltre all’oro, rame e zinco. Washington lo considera quindi un progetto di «metalli critici» e lo ha inserito in un programma federale che accelera le procedure di autorizzazione. Le valutazioni ambientali dovrebbero concludersi entro il 2028. Il caso Lake Clark concentra così molte delle contraddizioni dell’Alaska contemporanea: diritti dei nativi contro campagne ambientaliste, e infine la nuova corsa americana alle materie prime strategiche.
N.B. – Colgo l’occasione per correggere l’errore di un mio articolo precedente. Anchorage, capitale economica e demografica, è la città di gran lunga più grande e importante, ma non la capitale politico-amministrativa dell’Alaska: quella è Juneau, dal 1906. A conferma che in Alaska nulla è “normale”: Juneau è l’unica capitale di uno Stato Usa continentale a non essere collegata da alcuna strada al resto del territorio, è raggiungibile solo via mare o in aereo.
17 agosto 2026
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