La frase che si fa sfuggire il ministro della Difesa va spezzata in due e analizzata con lenti diverse. La prima parte è rassicurante ed è rivolta ai cittadini: «Un attacco dell’Iran alle basi americane in suolo italiano? Irrealistico», dice con tono deciso Guido Crosetto. Il quale, allo stesso tempo, racconta anche l’approccio che i militari si sono imposti in questi anni di guerra alle porte e che in queste ore hanno ribadito a tutti i generali: «Nulla è precluso». Tradotto: vietato farsi trovare impreparati. E per questo il grado di allerta per il Comando operativo di vertice è ai massimi livelli. Gli apparati difensivi, tutti continuamente testati, sono pronti a intervenire. Oggi, come sempre. Ma con un’attenzione maggiore del solito. Radar in azione, jet in prontezza, Samp-T pronti per essere dislocati in zone più a rischio e ovviamente in grado di entrare in azione in qualunque parte d’Italia. Anche perché l’Esercito li ha dislocati in due zone strategiche: nella sede del 4° Reggimento artiglieria controaerei di Mantova e il 17° Reggimento di Sabaudia. Facile, dunque, spostarli in caso di emergenza, da una parte all’altra della penisola. Il resto è tutto pianificato su più livelli e in coordinamento con i 2 grandi centri di controllo attivi 24 ore su 24 in Spagna e Germania.
La trincea dell’aria
Il cielo italiano sembra tranquillo, ma non lo è del tutto. Dietro le nuvole, sopra il mare, c’è sempre qualcuno che osserva. Le antenne radar continuano a ruotare anche quando tutto tace. Ogni traccia viene raccolta, confrontata e poi classificata. È da qui che comincia la difesa dello spazio aereo, prima ancora dei caccia, prima ancora dei missili da terra. L’arma più potente è la sorveglianza. A Poggio Renatico c’è uno dei cuori del sistema nazionale: qui, nel cuore del Comando operazioni aerospaziali dell’Aeronautica, arrivano informazioni da radar e sensori distribuiti sul territorio e il quadro viene continuamente aggiornato e interpretato. È la fotografia del cielo, quella che i militari chiamano “Recognised Air Picture”, il quadro aereo riconosciuto. Dentro ci finiscono aerei civili, militari, droni e altre tracce, ma una traccia, da sola, non racconta ancora una minaccia. Bisogna capire da dove arriva e soprattutto dove sta andando. Una rotta insolita può richiedere soltanto attenzione in più, una traiettoria sospetta può invece far salire l’allerta. È allora che la macchina della difesa cambia passo, non necessariamente con qualcosa che il pubblico possa vedere: prima cambiano i livelli di prontezza e le sale operative, poi, se serve, si accendono gli strumenti della risposta.
Decollo immediato
Gli Eurofighter dell’Aeronautica sono il volto più visibile di questa risposta. Sono schierati nei principali reparti della difesa aerea, a Grosseto, a Gioia del Colle e a Trapani-Birgi. Da queste basi può partire uno scramble, cioè un decollo d’allarme. Il caccia non sale in cielo per sparare automaticamente: sale per arrivare sulla traccia e capire che cosa sia. Identificare resta il primo obiettivo dell’intercettazione e la risposta viene scelta soltanto dopo aver capito la minaccia. Ma oggi il problema non arriva soltanto con un aereo. Il cielo della guerra moderna è molto più complicato: ci sono missili da crociera, droni, minacce diverse, velocità diverse, dimensioni molto diverse. E per questo non può esistere una sola difesa per tutto. L’Italia ha costruito una risposta fatta di più gradi. Ad Amendola entrano in gioco anche gli F-35. Sono caccia, ma soprattutto sensori avanzati, collegati in rete, capaci di raccogliere informazioni e condividerle rapidamente. In una crisi significa vedere prima e decidere prima. E spesso sono quei minuti a fare la differenza.

Lo scudo di terra
Più in basso, sul terreno, c’è un altro pezzo dello scudo. L’Esercito tiene pronti i Samp-T, gli apparati missilistici capaci di intercettare e distruggere altri missili ma anche aerei nemici. Il loro impiego (non immediato e pure costoso) dipende ovviamente dal tipo di minaccia e dalle priorità. Ma i sistemi sono considerati molto efficaci, al punto che anche l’ultimo vertice Nato in Turchia è stato blindato con i nostri Samp-T. Per la guerra contro i droni Esercito e Aeronautica schierano i C-Uas, veri e propri cannoni da sfruttare per fermare le minacce dei piccoli bombardieri senza pilota. Oggi è la frontiera più delicata della protezione dei cieli, da cui ovviamente arrivano anche i rischi per basi e altre installazioni strategiche. Ma le armi sono anche altre. L’Esercito dispone di sistemi come il Drone Dome, l’Ad3S e l’Acus Enhanced: le 3 colonne dell’architrave anti-drone, che consentono di fermare la minaccia senza usare un caccia per inseguirla tra le nuvole. Per ponderare meglio i costi, risparmiare missili, e organizzare più velocemente la reazione.
Le basi da difendere
La prima barriera resta comunque molto lontana dal cancello di una caserma. Radar e sensori cercano di intercettare bombe, droni o aerei sospetti a grande distanza, i centri di comando decidono quale risposta sia necessaria. Poi arriva la protezione dell’infrastruttura vera e propria: più controlli agli ingressi, più sorveglianza e più personale, con le aree sensibili sottoposte a maggiore tutela. Perché una base militare non è soltanto una pista d’atterraggio. È un sistema di radar, hangar, carburante e comunicazioni. Ci sono energia, comando, manutenzione e migliaia di persone. Se un anello si ferma, può risentirne tutto il dispositivo. Per questo esiste anche una difesa meno spettacolare, quella passiva, che si vede molto meno. Proteggere le infrastrutture significa anche poter resistere e soprattutto continuare a lavorare dopo un attacco. Alcune basi, naturalmente, hanno un peso maggiore di altre. Sigonella è uno dei grandi occhi italiani sul Mediterraneo e qui opera anche la componente Isr della Nato, con i grandi droni RQ-4D Phoenix capaci di arrivare a grande distanza dalla Sicilia. Trapani-Birgi è invece uno dei presidi della difesa aerea, mentre Gioia del Colle guarda verso il Mediterraneo orientale. Amendola è il principale polo italiano degli F-35 nel Sud, Grosseto e Istrana restano i pilastri della difesa nazionale. Pratica di Mare svolge una funzione differente, ma decisiva: qui operano capacità di sorveglianza, comando e supporto. Poi ci sono Ghedi, Camp Darby e Aviano, che ospitano i militari americani, tasselli fondamentali del puzzle della grande organizzazione Nato in Europa. Anche qui da ieri l’allerta è più alta, anche se formalmente era già ai massimi livelli. Radar, caccia, missili, droni, sensori e uomini lavorano insieme. Perché il vantaggio si costruisce nei minuti precedenti. Vedere prima, capire prima, decidere prima.
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