All’inizio ci sono poche domande. Quante persone fanno parte della tua vita? Quanto sono frequenti i contatti? Ti senti solo? Domande brevi, quasi povere, affidate a 277.489 adulti della UK Biobank che, al momento dell’ingresso nello studio, non avevano ricevuto diagnosi per sette grandi patologie croniche. Poi il questionario finisce e comincia il tempo: ricoveri, registri di mortalità, malattie che compaiono, vite che si interrompono. Per circa tredici anni.

È da questo passaggio — da una risposta segnata all’inizio alla storia clinica che viene dopo — che prende forma lo studio pubblicato il 20 agosto su Nature Communications. I ricercatori hanno voluto distinguere due condizioni che nel linguaggio comune tendiamo a confondere. L’isolamento sociale è la scarsità oggettiva dei rapporti; la solitudine è invece l’insoddisfazione per la loro qualità. Si può vivere soli senza soffrirne. Si può stare in mezzo a colleghi, parenti, conoscenti, telefoni che squillano e nomi accumulati in rubrica, sentendo tuttavia che manca proprio ciò che conta: un legame autentico. Non è affatto la stessa cosa.

Gli autori non si sono limitati a contare diagnosi e morti. Hanno posto una domanda più concreta e, in fondo, più vicina alla paura con cui tutti guardiamo l’età che avanza: a partire dai cinquant’anni, per quanto tempo una persona può aspettarsi di vivere prima che compaia una delle malattie considerate? Non dunque soltanto quanti anni restano, ma quanti ne restano senza grandi malattie. È una differenza decisiva: fra durata della vita e durata della vita in salute passa un confine che le statistiche, qualche volta, riescono a rendere visibile.

Il contrasto più duro emerge quando solitudine e isolamento si presentano insieme. Rispetto alle persone che non vivevano nessuna delle due condizioni, le donne perdevano in media 2,4 anni di speranza di vita senza grandi malattie fisiche; gli uomini 1,7. Nel calcolo rientravano diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari, tumori, patologie respiratorie croniche e neurodegenerative.

Ma è sul terreno della salute mentale che la distanza si allarga: 3,7 anni in meno per le donne e 5,8 per gli uomini prima di una diagnosi di depressione o ansia. Considerando insieme tutte e sette le condizioni studiate, il divario era di tre anni per le donne e di 2,2 per gli uomini. Nel periodo osservato si sono verificati 78.829 nuovi eventi di malattia e 16.356 decessi.

Numeri grandi, numeri gravi. Eppure bisogna guardarli per ciò che sono: medie stimate in una popolazione, non orologi nascosti nel corpo di ciascuno, non conti alla rovescia individuali. A una persona sola non si possono sottrarre meccanicamente due anni, tre anni, cinque anni e otto mesi. La scienza, quando è onesta, misura un rischio senza fingere di conoscere il destino.

I ricercatori hanno allora aperto un’altra porta: quella delle abitudini quotidiane. Hanno costruito un punteggio fondato su cinque elementi — fumo, peso corporeo, attività fisica, alimentazione e durata del sonno — e hanno verificato se uno stile di vita più sano potesse modificare il quadro. La risposta è sì, ma è un sì che obbliga a distinguere ancora.

Mangiare meglio, muoversi, dormire abbastanza, non fumare erano associati a più anni senza malattia anche fra le persone sole o isolate. Nel caso dell’isolamento sociale, inoltre, il divario tendeva a restringersi con l’aumentare delle abitudini favorevoli. È possibile, ipotizzano gli autori, che una parte del danno passi proprio attraverso la vita pratica: ciò che si mangia, quanto ci si muove, come si dorme, la cura che si riesce o non si riesce ad avere di sé.

Per la solitudine, però, quella riduzione non risultava statisticamente significativa. Perché? Lo studio non può dirlo con certezza. Gli autori indicano la possibile azione dello stress psicologico e di processi neuroinfiammatori, ma non li hanno misurati direttamente. Sarebbe dunque sbagliato trasformare un’ipotesi in una prova. Resta il contrasto: le buone abitudini proteggono, ma non sembrano sciogliere da sole il nodo del sentirsi separati dagli altri.

Ed è qui che la questione smette di riguardare soltanto il frigorifero, le scarpe da ginnastica, il pacchetto di sigarette o le ore passate a letto. Che cosa chiediamo a una persona quando le diciamo, con quella facilità un po’ crudele, di “uscire di più”? Una folla non è necessariamente una compagnia. Un contatto non è necessariamente una relazione. Cinquanta nomi non fanno, per semplice accumulo, una presenza.

Occorre anche difendere questi risultati dalle conclusioni troppo comode. La ricerca è osservazionale: individua associazioni, non dimostra che solitudine e isolamento causino direttamente gli anni di salute perduti. Le due condizioni sono state misurate una sola volta, all’inizio, mediante poche domande; e il campione della UK Biobank non rappresenta perfettamente l’intera popolazione. Le vite, nel frattempo, possono cambiare: un rapporto finisce, una rete si ricostruisce, qualcuno si ammala, qualcuno ritorna.

Le cautele sono necessarie. Non sono però una scusa per voltarsi dall’altra parte. La vastità del campione e i circa tredici anni di osservazione rendono difficile continuare a trattare la vita sociale come un ornamento del benessere, qualcosa che viene dopo il corpo, dopo la medicina, dopo le cose considerate “serie”. Forse il rapporto fra una persona e il mondo che la circonda appartiene anch’esso alle cose serie.

Questo non significa attribuire la malattia a chi è solo. Sarebbe una colpa aggiunta al dolore, una forma di cecità morale travestita da consiglio sanitario. Significa piuttosto riconoscere che isolamento e solitudine chiedono risposte differenti. Per ridurre il primo possono servire trasporti, occasioni reali d’incontro, spazi di comunità, reti di assistenza. Per affrontare la seconda occorrono relazioni significative e, quando è necessario, sostegno psicologico. Non una ricetta unica, dunque, ma due porte diverse verso la stessa casa.

Tutto era cominciato con quelle poche domande poste tredici anni prima, e dietro di esse si intravede una realtà che nessun questionario riesce a contenere interamente. Si può contare quante persone circondano qualcuno; è molto più difficile misurare se una sola di quelle persone sappia davvero raggiungerlo. Eppure, fra un corpo e il suo mondo sociale, qualcosa passa. Qualcosa che può lasciare un segno misurabile in anni.

Wang X, Ma H, Heianza Y, Liang Z, Franco OH, Qi L. “Associations of loneliness, social isolation and healthy lifestyle with life expectancy free of major physical disease and mental disorder”. Nature Communications, 20 agosto 2026; 17:6816. DOI: 10.1038/s41467-026-74498-8.

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