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In questi giorni in Danimarca si è tornato a discutere molto di un test assai controverso, che viene effettuato sui neogenitori per valutare le loro capacità di crescere un figlio, per il caso di Ivana Nikoline Brønlund, una donna di origini groenlandesi che ha partorito l’11 agosto e a cui è stata tolta la figlia dopo appena un’ora dal parto, proprio sulla base dei risultati del test.
Brønlund ha 18 anni e ha genitori groenlandesi. Anche se è nata a Nuuk, la capitale della Groenlandia, vive con la famiglia a Copenhagen. Brønlund ha detto al Guardian che dopo il parto la figlia le è stata portata via. Da allora sono passati 12 giorni: lei è riuscita a vederla solo una volta, per un’ora.
Il test, che è un esame psicometrico (che serve, cioè, a determinare certi aspetti della psicologia, del carattere e del comportamento di una persona) è stato criticato in passato da gruppi e associazioni che lo ritengono discriminatorio perché non tiene conto delle differenze culturali delle minoranze, in particolare delle persone di origine groenlandese (la Groenlandia è un territorio semi indipendente della Danimarca). Tra le altre cose, si svolge in danese, una lingua che tante di queste persone parlano con difficoltà.
A gennaio il governo aveva annunciato che avrebbe vietato di sottoporre al test persone di origini groenlandesi, dopo molte polemiche successive a storie assai travagliate di separazione dei figli da madri non ritenute adatte.
La nuova legge che vieta l’utilizzo del test di “competenza genitoriale” (in danese si chiama forældrekompetenceundersøgelse, abbreviato in FKU) su persone di origini groenlandesi è entrata in vigore a maggio. Nonostante questo, secondo la ricostruzione del Guardian, Brønlund sarebbe stata sottoposta ai primi test ad aprile e agli ultimi a giugno, perché non è stata ritenuta sufficientemente groenlandese per essere esonerata. Non è chiaro il perché: è nata in Groenlandia, i suoi genitori biologici erano groenlandesi, e la madre adottiva è per metà groenlandese e ha vissuto in Groenlandia fino ai 37 anni.
Tre settimane prima del parto le autorità locali di Høje-Taastrup, il comune in cui ha partorito, le hanno detto che non avrebbe potuto crescere la figlia per via del trauma dovuto agli abusi sessuali subiti dal padre adottivo, che è attualmente in carcere. Al momento Brønlund può vedere la figlia solo una volta ogni due settimane, per due ore e sotto supervisione: l’unica volta che l’ha vista dopo la nascita le è stata lasciata solo per un’ora perché, ha raccontato, i servizi sociali hanno detto che era stanca.
Molti attivisti e associazioni stanno protestando per chiedere perché la legge non sia stata rispettata nel caso di Brønlund. La ministra degli Affari sociali Sophie Hæstorp Andersen ha commentato la vicenda dicendo che «la legge è chiara» e chiedendo spiegazioni all’amministrazione di Høje-Taastrup, che ha ammesso vagamente di aver fatto degli errori e ha detto che si assicurerà che i diritti della famiglia vengano rispettati.
Le proteste di associazioni e attivisti continuano a riguardare anche il caso di un’altra donna, Keira Alexandra Kronvold, che a novembre dell’anno scorso era stata raccontato molto dai media internazionali, e che è precedente all’introduzione della nuova legge. La storia di Kronvold era diventata emblematica del trattamento della minoranza groenlandese nel paese. Secondo un rapporto del 2022 citato dal Guardian, i figli di genitori groenlandesi che vivono in Danimarca hanno maggiori probabilità di essere presi in carico dai servizi sociali: avviene nel 5,6 per cento dei casi, contro l’1 per cento dei figli di genitori danesi. Secondo il Danish Institute for Human Rights, il test non tiene conto delle barriere linguistiche né delle differenze culturali, e produce quindi valutazioni errate sulle persone delle minoranze nazionali.