Alice De André su un palco è sempre uno spettacolo. Dallo scorso febbraio è in tour col suo primo monologo teatrale, Alice non canta De André, da lei scritto e interpretato, per raccontare la sua storia e il legame con il cognome del nonno Fabrizio e del papà Cristiano, di cui è la quartogenita, «non quella che è andata al Grande Fratello». Noi l’abbiamo seguita in un incontro pubblico durante Tutto Esaurito – Il Festival dello Stress, a Bologna, lo scorso giugno: **Lo stress di… avere un nome pesante **è il titolo della serata, ma lei questo stress non lo sente. Lo dice dopo pochi minuti sul palco dove è accompagnata dalla psichiatra e psicoterapeuta Nicola Rossi oltre che dal giornalista Emilio Marrese. Prima delle polemiche dell’estate c’è comunque tanta famiglia e insieme tanto teatro, passando per il bullismo subito e i pregiudizi. «Il lavoro è una parte fondamentale della mia vita. Io lavoro costantemente, è una cosa che mi piace. Lo vivo quasi come tempo libero. Potermi mettere via a scrivere, riflettere su delle cose, mettere i miei pensieri, pensare a uno spettacolo. Amo follemente il mio lavoro, è una cosa che riempie tanto il mio tempo, è una cosa di cui parlo tanto».
E stare su un palco con uno psichiatra non è un problema.
«Ho cominciato da bambina, ho avuto un’infanzia particolare. Ho continuato questo tipo di percorso cambiando interlocutore, ho fatto una piccola pausa intorno ai vent’anni e l’ho poi ripreso. Io trovo che sia una cosa fondamentale, non bisogna avere dei grandi problemi, dei grandi traumi o dei grandi dolori per andare in psicanalisi. Si tratta di in momento, un’ora che ti concedi per liberarti da tutte quelle cose che ti trascini dietro e avere una persona che ti ascolta».
C’è una lotta per affrancarsi dalla famiglia in tante persone. Lei a che punto è di questo percorso?
«Sono arrivata a un punto, credo, di accettazione, nel senso che ho attraversato varie fasi. All’inizio non mi rendevo conto di che cosa significasse portare un cognome così. Per me era normale e mi chiedevo perché questo cognome avrebbe dovuto crearmi degli ostacoli. È una cosa talmente bella, l’ho sempre vissuto con grande orgoglio e con grande amore. Appena sono entrata un po’ nel mondo del lavoro mi sono resa conto in realtà di quanti pregiudizi ci si porta dietro ad avere un cognome del genere. So auante aspettative questo cognome crea. Ho visto la sofferenza di mio papà. C’è stata una fase di rifiuto, di volermi staccare completamente. Nel farlo mi sono resa conto di quanto in realtà quella parte lì sia fondamentale per me. Non la voglio rinnegare e quindi trovo il modo di portarla con me e di renderla mia. Mio papà l’ha fatto con il tour De André canta De André: ha preso le canzoni di mio nonno e ci ha messo una sua veste, riarrangiando la parte musicale, è il suo modo di tenerlo con sé. Io lo sto portando a teatro con le mie parole, lo sto portando nel mio mondo. Portare un cognome del genere e fingere che non ci sia è poco utile e, mi permetto di dire, secondo me anche un po’ insensato. Ho trovato il modo di girarlo a mio favore e di tenerlo con me. Anche perché voglio tenerlo con me. La chiamerei una fase di accettazione».
E quindi è anche un progetto?
«Un progetto. Sì. Artistico. E c’è altro, ci sono anch’io. Tutti i lavori che faccio, che ho fatto, ci sono sempre io. C’è la mia identità. Dopo questo spettacolo mi piacerebbe comunque rimanere a teatro e raccontare, parlare di me. Sento molto l’esigenza adesso di stare io su un palco e di raccontare una cosa mia, una mia esperienza, un mio punto di vista, che può essere anche il punto di vista di una trentenne in una società come la nostra. Sto buttando giù delle idee, ma almeno per un anno vorrei portare ancora in giro Alice non canta De André. All’inizio avevo la paura del giudizio, paura che quello che sto dicendo non venga compreso. Mi piace tanto parlare e ci tengo che quello che dico venga capito. Sono d’accordo col fatto che l’arte deve essere interpretabile, ma quando scrivi un tuo monologo, sei tu che racconti la tua storia, non stai interpretando un personaggio. Era la prima volta per me salire su un palco senza interpretare un personaggio, sentivo tanto il bisogno di essere compresa e vista, oltre alla paura di toccare un mostro sacro. Quando ho fatto lo spettacolo a Tempio Pausania in Sardegna, dove sono nata e dove mio nonno ha scelto di vivere, sono salita sul palco e vedevo proprio gli sguardi di giudizio. Quando sei su un palco aspetti la reazione, la risata, l’applauso. Quando arriva quel silenzio, denso, nel momento giusto, capisci che il pubblico è lì con te. E allora li hai presi. Quella è una soddisfazione incredibile. Quando ho visto che queste cose entravano, che queste magie si creavano, allora ho iniziato a divertirmi di più anch’io. L’ultima data che ho fatto a Torino prima dell’estate me la sono goduta, sono salita scalza e mi sono divertita come una pazza».