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La forza dei piedi potrebbe raccontare molto più di quanto immaginiamo sul nostro futuro, compreso il rischio di cadere con l’avanzare dell’età. In particolare, la capacità delle dita di esercitare forza e di mantenere stabilità durante il movimento viene considerata un indicatore importante dell’equilibrio e della mobilità. È uno degli aspetti più sorprendenti emersi dagli studi dedicati alla funzione del piede e al rischio di cadute negli anziani.
APPROFONDIMENTI

Una ricerca pubblicata sulla rivista Clinical Interventions in Aging, che ha analizzato il rapporto tra la forza delle dita dei piedi e le cadute nelle persone anziane, ha rilevato un’associazione tra una minore forza delle dita e una maggiore probabilità di essere caduti.
Il piede, insomma, non è soltanto la parte del corpo che ci permette di avanzare: è una struttura attiva, ricca di muscoli e recettori sensoriali, fondamentale per mantenere l’equilibrio.Perché le dita dei piedi sono così importanti
Quando pensiamo alla perdita di forza con l’età, pensiamo immediatamente alle gambe o alle braccia. Ma il fenomeno riguarda anche i piedi. Con l’invecchiamento può diminuire la massa e la forza dei piccoli muscoli che stabilizzano il piede, con conseguenze che possono ripercuotersi sulla camminata e sull’equilibrio.
Secondo Conley, la forza delle dita è particolarmente importante perché interviene nella fase finale del passo. Quando il tallone si solleva da terra e il corpo viene spinto in avanti, l’avampiede deve sostenere un carico significativo.
«Deve essere largo, stabile e robusto», spiega la specialista. Non soltanto per ridurre il rischio di problemi locali, come alluce valgo o neuromi, ma anche perché la stabilità del piede contribuisce all’allineamento di ginocchio, anca e zona lombare.
Anche la capacità di divaricare e muovere indipendentemente le dita può essere un segnale della funzionalità del piede. Un semplice test consiste, per esempio, nel provare a sollevare l’alluce mantenendo le altre dita appoggiate oppure nel tentare di allargare le dita osservando lo spazio che si crea tra loro.
Un collegamento diretto tra piedi e cervello
Il ruolo dei piedi non è soltanto meccanico. La pianta del piede contiene numerosi recettori che raccolgono informazioni sulla superficie su cui camminiamo e le trasmettono al sistema nervoso. Una buona mobilità e una maggiore consapevolezza del piede possono quindi migliorare l’input sensoriale diretto al cervello.
Per Conley, allenare questa parte del corpo significa quasi «aprire una finestra sul cervello». Ogni passo richiede infatti una continua elaborazione di informazioni: posizione del corpo, pressione sul terreno, equilibrio e risposta muscolare.
Dal dolore al piede al dolore al ginocchio
La perdita di forza o mobilità può inoltre avere conseguenze lungo tutta la catena muscolare. Un piede che non riesce a sostenere correttamente il carico può modificare il modo in cui camminiamo, con compensazioni che, secondo Conley, possono coinvolgere tallone, alluce, ginocchio, anca e altre strutture.
Un altro punto fondamentale è la mobilità della caviglia. Una ridotta capacità di portare il ginocchio in avanti sopra il piede può rendere più difficile, per esempio, scendere le scale. In questo caso entrano in gioco anche i quadricipiti, che svolgono un’importante funzione di controllo e assorbimento del carico a livello del ginocchio.
Plantari e scarpe: quando il supporto non basta
Conley non esclude l’utilità di plantari e ortesi, che possono essere necessari in alcune condizioni. Ma invita a evitare, quando possibile e sotto controllo di uno specialista, una dipendenza permanente dal supporto esterno senza lavorare anche sulla capacità del piede di sostenere il carico.
Lo stesso vale per le scarpe. Molte calzature tradizionali, secondo la podologa, non rispettano completamente la forma naturale del piede, comprimendo soprattutto la parte anteriore e limitando il movimento delle dita.
Per chi soffre di alluce valgo o di altri problemi, l’esercizio può essere utile in alcune situazioni, attraverso un lavoro graduale sulla mobilità e sul rafforzamento. Ma non tutti i problemi possono essere risolti semplicemente camminando o facendo esercizi.
Quando l’alluce diventa rigido o una deformità è ormai avanzata, possono essere necessarie valutazioni mediche e trattamenti più invasivi. «Quando si iniziano a prendere in considerazione queste soluzioni, bisogna essere consapevoli di cosa succederà al resto del corpo», osserva Conley.
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