La carriera di David Robert Mitchell inizia a somigliare, nel bene e (speriamo non troppo) nel male, a quella di Richard Kelly. Togliendo provvisoriamente dall’equazione l’esordio, il già interessante e riuscito The Myth of The American Sleepover (sguardo notturno e delicato sull’adolescenza), potremmo instaurare degli stringenti parallelismi. It Follows e Donnie Darko erano due film di genere che evadevano dal genere per dotarsi di una spiccata personalità/originalità che li qualificava come autoriali; in Under The Silver Lake e Southland Tales i due registi sembravano subito crederci (forse un po’ troppo) e confezionavano due ambiziosi sogni distopico/paranoidi intrisi, specialmente quello di Mitchell, di riferimenti letterari piuttosto precisi ed evidenti (Pynchon su tutti) e di molta cinefilia più o meno esibita [tra parentesi quadre: uno dei riferimenti espliciti di Mitchell sembra proprio Kelly, anche ne La Fine Di Oak Street i liquidi varchi temporali sono molto donniedarkiani]; La Fine di Oak Street e The Box, infine, segna(va)no il tentativo di tornare a un cinema meno ambizioso e più “commerciale” ma comunque riconoscibile.
La Fine di Oak Street, in particolare, sembra un deciso detour rispetto alla filmografia precedente. Perfino troppo. Come si passa da un (a mio avviso interessantissimo) oggetto libero e coraggioso fino all’autodistruttivo come Under The Silver Lake a un tranquillo, estivo film per famiglie che torna sul luogo di un delitto ormai risaputo fino all’esaurimento come “la nostalgia eighties”? Perché a un primo sguardo, sembra esattamente questo, col nume tutelare di JJ Abrams (Super 8) a incoraggiare la pigrizia critica. E sicuramente in parte lo è. Il film è ambientato nel 1982, ci sono i bambini/ragazzini con le BMX, i bulletti, le famiglie con i genitori in crisi, i cani che abbaiano alle luci misteriose e, insomma, ci siamo capiti. Non solo. Volendo/dovendo prendere Spielberg come referente – e metareferente – privilegiato (ma non unico: tra gli altri, almeno il nome di Zemeckis va fatto), anche la dilatazione nineties di “quel cinema lì”, ossia Jurassic Park (citato spesso al fotogramma), sembra chiarire il senso dell’operazione al di là di ogni ragionevole dubbio.
Eppure, non tutto forse è così chiaro come sembra e conviene vincere la citata pigrizia per azzardare qualche lettura un po’ più articolata (anche se potrebbe essere semplice sovrainterpretazione). I fratelli Duffer ci hanno (di)mostrato – almeno nelle prime stagioni di Stranger Things – che i meccanismi della nostalgia non vanno solo riprodotti ma bisogna anche farli funzionare con sincerità e dedizione. Mitchell fa una cosa diversa. Il suo non sembra un semplice film-revival mirato all’intrattenimento nostalgico ma piuttosto un assemblaggio di elementi. Un “film alla Spielberg” scomposto, quasi molecolare, che teoricamente ha lo stesso sapore dell’originale ma, di fatto, non ce l’ha. Gli ingredienti ci sarebbero tutti ma non c’è amalgama né calore: siamo sempre sul punto di emozionarci, di (sor)ridere, di lasciarci andare ma qualcosa va puntualmente, costantemente storto e ci lascia interdetti, tra il distante e il dubbioso. Una specie di tuffo nel passato in cui ci si rende conto che quel passato non è poi così bello come ce lo ricordavamo.
Il risultato è che La Fine Di Oak Street riesce a ritagliarsi un suo spazio, a dotarsi di una sua personalità, a innestare un mood piuttosto preciso e definito. Magari per eterogenesi di fini, ma lo fa. E, tra le altre cose, contribuisce a certificare che questa riscoperta dei magnifici anni ’80 sta iniziando a sclerotizzarsi (rectius: ha rotto i coglioni). E forse non è un caso che Spielberg himself, con Disclosure Day, abbia in un certo senso voluto chiarire chi e perché può permettersi di riproporre quell’immaginario del quale è stato uno dei principali artefici e che ormai sembra diventato un ready-made usurato per il troppo, scriteriato (ri)utilizzo.
Rimane l’incognita Mitchell, che a onor del vero rimane anche registicamente riconoscibile – la teoria del pedinamento visivo, del guardarsi intorno con circospezione con inquadrature e movimenti di macchina (spesso panoramici) che rendono il profilmico minaccioso, tornano anche qui a mo’ di marchio di fabbrica – ma a questo punto è difficile immaginare un futuro registico. Quattro film in 16 anni di carriera, un solo acuto certificato (It Follows) e un (molto) interessante tentativo autoriale (Under The Silver Lake) risalente a 8 anni fa cominciano a preoccupare un po’. Richard Kelly, che come si diceva in apertura, aveva avuto una carriera tutto sommato simile, a oggi è purtroppo scomparso dai radar. Ci auguriamo che La Fine di Oak Street non sia la fine di David Robert Mitchell e non diventi il suo The Box.