di
Francesco Chiamulera

La stanza di una pensione al Lido, negli anni Sessanta. La madre in vacanza che bisbiglia alla cornetta di bachelite mentre i figli dormono. E un inquietante segreto che riaffiora nei ricordi di due fratelli

La stanza di una pensione al Lido, fine anni Sessanta. Una madre in vacanza con i tre figli. La più piccola, Marina, dorme in camera con lei. Ha sette o otto anni. Gli altri due, Nathalie ed Emmanuel, ne hanno rispettivamente dieci e dodici. Papà è rimasto a Parigi. Il telefono dal lungo filo, ce lo immaginiamo nero, in bachelite, oppure bianco, come nei film, è lì sul comodino accanto al letto. La portafinestra si affaccia sull’Adriatico. E appena crede che la figlia sia addormentata, la donna scivola sul terrazzo e si mette al telefono, il filo teso attraverso la porta socchiusa. Per fare una lunghissima chiamata. A chi? Al suo amante, «il signor N.», un diplomatico, in forza all’ambasciata francese a Mosca. «Non posso, non posso», la sente bisbigliare la figlia. Mentre gli altri già sanno, e segretamente si disperano: la mamma ci ha abbandonati, tutti. La sua voce quando chiama «lui» non è la stessa, la sua intimità materna, la complicità genitoriale, i modi di dire condivisi spariscono, il tono si fa duro, e così lo sguardo.

Il kolchoz si spezza

Il kolchoz consumato affettuosamente nel recinto della famiglia, tra le lenzuola del lettone, si spezza. Soffrono tutti quando si divorzia, soffrono tutti quando si vorrebbe divorziare e non si può, come avviene in quella famiglia, soffrono i figli e la madre stessa. Ma per una volta quello che soffre di più è il papà: Louis, ovvero Loulou, come lo chiamano fraternamente alcuni amici di lavoro, il mite e dolce Loulou che da poco si è trasferito, nella casa parigina di Auteuil, nella «camera in fondo», così piccola che nessuno aveva mai pensato di metterci un letto, e invece ora ci dorme lui, più autorecluso che fuggitivo. Non dormirà mai più con lei, con Hélène. Non si ameranno più. Non si lasceranno mai.



















































Una storia che affiora sessant’anni dopo

A Venezia quella sera è già tutto finito, eppure non finirà mai davvero, perché lui, racconta il figlio, ha appena sganciato «la bomba atomica»: se lei lo lascia, se se ne va col suo amante, lui si uccide. Hélène ha capito che Louis non scherza, che è pronto a usarla, la bomba. Così, tutto resta fermo, immobile. La telefonata al Lido della signora Zourabichvili, della signora Carrère d’Encausse, la lunga telefonata di quella sera, è solo una tra tantissime, un rimando indefinito, intrappolato nel ricatto reciproco. Ora, quasi sessant’anni dopo, Emmanuel si è sentito di raccontare quella storia. Ora che Hélène non c’è più, e resta il ricordo, trasmesso da Marina, vivo e plastico, come se la mamma avesse riattaccato giusto un minuto fa.


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25 agosto 2026