Nel suo ufficio romano – una stanza d’angolo piena di luce, di libri, di premi – Domenico Procacci ha un biliardino. Fino a qualche mese fa era sepolto sotto pile di volumi; adesso è di nuovo libero. Ogni giorno passa suo figlio Leone, giocano. «Lo fa vincere?». «No, mai», ride. «Vincerà, ma per adesso no». È un buon modo per cominciare da un uomo che, dopo 37 anni alla guida di Fandango, non concede nemmeno il pareggio al biliardino perché il gioco, come il cinema, è una cosa seria.
Nel suo caso, precisa, il talento è degli altri: il produttore può riconoscerlo, accompagnarlo, qualche volta sbagliare. Da quell’intuito sono passati gli esordi di Gabriele Muccino e Paolo Sorrentino, Radiofreccia, Gomorra, Diaz, L’amica geniale, molti film di Nanni Moretti; e poi libri, musica, podcast e «imprese un po’ strampalate», come pubblicare Infinite Jest di David Foster Wallace quando tutti i grandi editori italiani l’avevano scartato. A un certo punto «Fandango» è diventato perfino un aggettivo: un film Fandango, uno che rischia, e, quando serve, sa essere politico. Non partitico, precisa.
Procacci, invece, è più difficile da trasformare in un aggettivo. Sessantasei anni, una moglie (l’attrice e regista Kasia Smutniak), un figlio di 11 anni – Leone, quello del biliardino – e una figlia di 21, Sophie (nata dalla relazione di Smutniak con Pietro Taricone, scomparso nel 2010). Si racconta poco e, quando lo fa, tende a cavarsela con una battuta. Gioca a tennis, e resta un timido. Da ragazzo voleva scrivere e dirigere: «Se un adolescente pensa di fare il produttore, va ricoverato». Oggi dice che legge «troppe cose safe», che molti degli esordi che ha prodotto non riuscirebbe più a farli, che il cinema pigro lo intristisce.
A settembre torna alla Mostra del Cinema di Venezia con due film in concorso – Succederà questa notte, il quinto Moretti prodotto insieme, e Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis – e molto altro ancora. La prima volta era il 1981: aveva 21 anni, dormiva in sacco a pelo e girava per gli alberghi del Lido a raccogliere i press book. Uno in particolare: quello di Sogni d’oro di Nanni Moretti.

Quarantacinque anni dopo con Succederà questa notte chiude un cerchio?
«Spero non si chiuda del tutto (ride). Con Nanni abbiamo fatto cinque film insieme in 15 anni, per me è un privilegio che voglia produrre con noi. Non ci sono mai stati accordi preesistenti: ogni volta è stata una sua scelta».

I festival contano ancora davvero?
«Sono vetrine importanti e a volte possono cambiare la vita di un film».

Con i red carpet, invece, che rapporto ha?
«Quelli possono fare male» (ride).

Ce n’è uno che la mette ancora in imbarazzo?
«A Cannes, con Il sol dell’avvenire. Poco prima di salire la Montée des marches, non so chi ebbe l’idea che a un certo punto avremmo dovuto cominciare tutti a ruotare su noi stessi, sulle note di Franco Battiato. Io mi sono defilato, sono andato vicino a Thierry Frémaux (il presidente) e ho fatto finta di niente. Questa cosa mi è stata rinfacciata molte volte».

È timidezza?
«Sì. Quella è una cosa che mi porto dietro da sempre».

Domenico Procacci 66 anni produttore ed editore. Ha fondato nel 1989 Fandango casa di produzione cinematografica...

Domenico Procacci, 66 anni, produttore ed editore. Ha fondato nel 1989 Fandango, casa di produzione cinematografica, editrice e discografica.

ghilardi