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Una rete totalmente spostata a sinistra, con un unico nemico: il centrodestra. Ancor di più se questo è al governo. È l’immagine dell’attuale La7 che, a dire il vero, non si è mai nascosta in tal senso. Anzi, ha sempre rivendicato la sua posizione, affrontando non a caso la fase di maggior calo nel momento in cui al potere c’erano esecutivi tecnici, con i partiti messi in disparte e costretti a guardare.

“A poco a poco il canale è diventato la voce dell’opposizione”, fa notare la vicedirettrice del Tg La7 Gaia Tortora, che ha aggiunto le sue lamentele a quelle di Enrico Mentana, intento ad osservare come su La7 a parlare siano soltanto quelli di una precisa parte: “O ci si apre alla possibilità di fare qualcosa che possa essere vista da tutti, o penso che potrò fare altro”, avverte lui.

Inutile elencare i conduttori schierati, significherebbe citarli tutti. In massa – seppur con gradazioni diverse – portano avanti precise posizioni su questioni migratorie, economiche, di diritti civili, di sicurezza ed identità nazionale. Si va dai più militanti come Formigli, Gruber, Floris, Saviano e Zoro, per arrivare a chi, in maniera più mite, detta comunque lo spartito come Panella, Augias, Telese, Aprile e Parenzo, con quest’ultimo parzialmente sfilatosi dai colleghi per via delle sue posizioni scomode sul conflitto israelo-palestinese.

Quello che però potrebbe sembrare un vizio sgradevole ed ostentato, in realtà va considerato un principio studiato. Sì, una strategia bella e buona, coltivata non nell’ultimo quinquennio meloniano, bensì negli ultimi tre lustri. Che, tra l’altro, Mentana ha vissuto in pieno.

La7 volle diventare la nuova Rai3

In un’ottica di scontri diretti, La7 decise di puntare Rai3, ponendosi come obiettivo quello di svuotarne la platea. E come si mosse? Innanzitutto ingaggiando nel 2011 Paolo Ruffini come direttore del canale, ruolo che aveva ricoperto per la terza rete di Stato dal 2002 al 2009.

Ruffini aprì pertanto le porte a Serena Dandini, Sabina Guzzanti, Michele Santoro e, provvisoriamente, a Fabio Fazio. Un prelievo proseguito in seguito alla sua uscita di scena con l’arrivo di Giovanni Floris e, più recentemente, di Corrado Augias, Massimo Gramellini e Giovanna Botteri.

Le identità non si costruiscono in cinque minuti e La7 ne è la prova. Il risultato attuale è il frutto di un lunghissimo consolidamento, che ha portato l’emittente a respingere tutto ciò che, a pelle, risultasse estraneo e distante.

Chi proponeva altro ha fallito

Su La7 hanno fallito Cristina e Benedetta Parodi, ha fallito Salvo Sottile con “Linea Gialla”, hanno fallito i giochi (“Lingo” e “Famiglie d’Italia”), hanno fallito le serie e le soap opera e ha fallito persino “Miss Italia”, che nelle intenzioni di Urbano Cairo avrebbe dovuto assicurare un afflusso popolare. E a boicottare la manifestazione, risputandola come se fosse un corpo estraneo, fu proprio Mentana: “Miss Italia su La7? Anche no, grazie – sentenziò – l’identità di rete è una cosa seria”.

Restringendosi ad un solo genere – il talk e l’approfondimento politico – La7 ha così rinunciato ad una grossa fetta di torta, preferendo una radicalizzazione e una riconoscibilità che la rendesse esattamente l’alternativa all’ex TeleKabul.

L’esempio di Rete4

Una metamorfosi oggi sarebbe assolutamente possibile, ma richiederebbe un tempo identico per effettuare il procedimento inverso. Il pericolo di una trasformazione, che si tradurrebbe con un riequilibrio delle posizioni, è già visibile e per osservarlo basta volgere lo sguardo su Rete4. Qui gli innesti di Bianca Berlinguer, Tommaso Labate e, tempo addietro, di Gerardo Greco, non hanno portato ad ascolti fenomenali. Per il semplice motivo che per decenni il pubblico di Rete4, da Emilio Fede in poi, è stato abituato a tutt’altro.

I programmi più visti

Tornando a La7, in cima al podio dei programmi più visti di sempre in un quarto di secolo di esistenza c’è la puntata del 10 gennaio 2013 di “Servizio Pubblico”, che vide duellare Santoro e Berlusconi, ovvero l’emblema della guerra tra il centrodestra e il giornalismo di opposizione. Gli spettatori furono 8,670 milioni, per uno share monstre del 33,7%.

Nei gradini più bassi, invece, troviamo gli appuntamenti speciali di Fazio e Saviano che il 14, 15 e 16 maggio 2012 portarono in scena “Quello che non ho”, risposta polemica al successo che nell’autunno 2010 avevano ottenuto su Rai 3 (corsi e ricorsi) con “Vieni via con me”, progetto non confermato a causa di forti dissapori con Viale Mazzini. Gli affezionati furono 3 milioni all’esordio, 2,7 milioni alla seconda e 2,8 milioni nella serata conclusiva.

Record che spiegano molto. Se non tutto.

A La7 fa terribilmente comodo Mentana. Ma anche a Mentana fa terribilmente comodo La7