Nome da centrocampista brasiliano della Roma, fazza da Pep Guardiola con i capelli: vi presento Wagner Moura, eroe non action (con cameo della simmietta di The Monkey).
Quando l’Apocalisse deflagrerà finalmente in tutta la sua potenza, chi vorreste avere al vostro fianco?
È un gioco che faccio spesso con la mia compagna, e sempre più spesso negli ultimi anni. Perché a un certo punto succederà, no? Supereremo qualche limite che non avremmo dovuto superare e, invece di continuare a bollire lentamente nell’indifferenza generale, il mondo intero esploderà e tutto quello che ci rimarrà sarà cercare rifugio, sopravvivere e sperare di riuscire a ricostruirsi una vita in un pianeta che potrebbe assomigliare a quello di Mad Max ma più probabilmente assomiglierà alla periferia di Rozzano il giovedì notte.
“Chi vorresti al tuo fianco?”.
La prima regola è che bisogna escludere i sentimenti. Cioè, noi un posto dove fuggire ce l’abbiamo, e capiente a sufficienza da portarci dietro gli affetti più cari e provare a svernare (nel senso dell’inverno nucleare, l’avete capita? Se no ve la rispiego) insieme a loro. Ma se ci guardiamo un attimo in faccia con tutta l’onestà permessa da un gedankenexperiment, dove cazzo vogliamo andare? Escludiamo la famiglia e pensiamo agli amici: sono tutti umanisti, letterati, musicisti, gente che fa il mio lavoro, e pure noi due! Facciamo tutti cose bellissime che nutrono il cuore e l’anima quando le cose girano bene, ma chi ha il tempo di scrivere un romanzo o comporre una canzone quando l’acqua sta finendo e fuori ci sono i predoni e gli scarafaggi atomici alti tre metri?
Dai oh ditemi ancora che non è Guardiola con i capelli.
Per cui niente sentimenti: immaginiamo di trattare la questione solo in termini utilitaristici, come se stessimo creando una colonia in Rimworld.
E poi la seconda regola: partiamo con un nome solo. Troppo facile farsi il gruppetto (“e poi invitiamo anche Iolanda che mi sta turbo sul cazzo ma è bravissima a coltivare pomodori e qualcosa dovremo pur mangiare no?”): voglio un solo nome.
Di solito, quando giochiamo al gioco dell’Apocalisse, arrivati a questo punto salta fuori sempre la stessa persona: un mio caro amico che è anche, pensate, un ingegnere.
L’ingegnere è la soluzione definitiva al problema di come sopravvivere in un mondo che sta morendo.
È colto e ha studiato, ma sa anche sporcarsi le mani. Ti serve acqua corrente? Sa progettare un rudimentale sistema idraulico per collegarsi al torrente, e sa pure costruirlo. Gli scarafaggi si stanno facendo troppo aggressivi? Grazie al suo intricato sistema di specchi e leve possiamo respingerli e anche intrappolarli per cucinarne la gustosissima carne. Poi OK, l’amico in questione è un ingegnere delle telecomunicazioni che potrebbe non essere proprio la prima specializzazione che mi viene in mente per cavarsela in un pianeta al collasso, ma quello che conta è l’idea – l’ingegnere che hai nel cuore.
The Last House è un film che parla di me e della mia compagna che giochiamo all’Apocalisse, e giunge alle nostre stesse conclusioni. SIGLA!
Diretto da quel caciarone di Louis Leterrier… ma parliamone un attimo, perché è uno che mi confonde tantissimo. Ha cominciato alla grande, con i due Transporter, soprattutto il secondo, vi ricordate che c’era Alessandro Gassman che faceva Chiellini? (OK era “Chellini”). Poi, dopo un Hulk sul quale non mi pronuncio, ha sparato fuori Clash of the Titans, forse la cosa più brutta successa ai titani dai tempi della Titanomachia. Now You See Me, a sorpresa, era ben più che guardabile, e aveva anche idee di regia non banali. Grimsby era dimenticabile e Due agenti molto speciali 2… vabbe’ quello è il titolo e vi basta. Poi c’è Fast X. Ora sta roba Netflix qui. Non so, è uno che alterna belle cose a cessi impresentabili e lo fa con la regolarità di un orologio – l’unica roba che non ho ancora capito è se è di quelli rotti che ci azzeccano due volte al giorno.
Comunque, è chiaro che Louis Leterrier confonde anche molti exec di Hollywood, perché un paio d’anni fa gli hanno affidato una sceneggiatura originale da trasformare in un film per Netflix. Sospetto in realtà che questa sceneggiatura originale nascesse come progetto più ambizioso per una lunga serie cicciosa o almeno una miniserie con episodi lunghi lunghi, ma ci arriviamo. Il punto è, quello da cui dobbiamo partire è, il presupposto è che in The Last House piove.
Senti come viene giù.
Wagner Moura e la sua famiglia di fazze standard utili a riempire il cast sono simpaticissimi. Sono serio: c’è un approccio alla costruzione di questi quattro personaggi che ci porteremo dietro per quasi due ore che è quasi rivoluzionario nel suo classicismo estremo. I Delgados sono un nucleo misto medioborghese composto da una moglie, una figlia, un figlio e Wagner Moura, che è un ingegnere disoccupato. I quattro vivono in una casetta deliziosa ma che a livello strutturale cade a pezzi, e sono troppo poveri per andarsene. Vivono questa cosa con la giusta sportività, scherzano senza esagerare, si vogliono bene senza nascondere i piccoli conflitti. Roba da film per famiglie, quale The Last House peraltro non è, o forse sì? Dicono sia un horror e in effetti ci sono i mostri, ma è chiaro fin da subito che sono uno sfondo, un motore narrativo, e che il fulcro della faccenda è “come faranno questi quattro a sopravvivere senza poter uscire di casa”?
Che poi è quello che succede dopo un breve training montage che ci presenta la famiglia felice in tutta la sua felicità. Comincia a piovere e questo significa che ogni porta, finestra, portafinestra, botola, fessura di casa Delgado viene magicamente sigillata. I quattro hanno cibo per due mesi: dovranno farselo bastare mentre cercano di capire cosa sia successo, perché anche le altre case del quartiere sono sigillate, perché piove sempre, come sta messo il resto del mondo, cosa sono quelle creature con i tentacoli in fazza che infestano le strade, come facciamo se i due mesi scadono e ancora non possiamo uscire, et cetera. Tutte domande alle quali The Last House risponde facendoci passare il tempo con questa simpatica famiglia, con i giorni che diventano settimane, le settimane mesi e i mesi, addirittura, pensate un po’, anni. È quasi un film generazionale, a un certo punto addirittura gli attori che interpretano i due figli cambiano per riflettere il fatto che sono passati sei anni da quando ha cominciato a piovere. E tutto quanto senza mai far uscire questi poveracci di casa.
“Mi avevi giurato che quando ero qui con te questa stanza non aveva più pareti!”
È quindi The Last House un film high concept? Boh, immagino di sì, e la cosa più strana è che per un’ora e mezza mi è piaciuto da matti. Si potrebbe dire che “gira a vuoto”, nel senso che è pieno di scenette di raccordo che servono a poco o nulla se non a presentarci altri lati del carattere di questi quattro tizi. Eppure, come poi in tutti i film che si basano su un esperimento mentale, questi momenti di passaggio servono anche al cervello di chi guarda per ri-orientarsi, e trovare un po’ di tempo per provare a immaginare “cosa farei io al loro posto?”. È un bello studio di personaggi che per una volta non sono insopportabili, anzi fin troppo ottimisti a tratti, ma d’altra parte il film stesso parla (anche) di come l’ottimismo più cieco possa trasformarsi in fanatismo e portare al distacco dalla realtà. Certo non a tutti è riservato lo stesso trattamento: fa sorridere pensare che Wagner Moura abbia una crescita più marcata rispetto ai suoi due figli che arrivano addirittura a cambiare fazza, ma è accettabile nel momento in cui capisci che The Last House parla (anche) di quanto gli ingegneri ci salveranno il culo quando il mondo finirà.
Eccovi dunque ora un elenco puntato, una delle armi preferite degli ingegneri, nel quale snocciolo una serie di robe che mi sono venute in mente guardando The Last House.
- tutti i film di assedio zombi del mondo, e in particolare, guarda te, il remake dell’Alba di Snyder, uno dei primi (almeno in epoca moderna) a usare il trope della gente che si parla da grandi distanze usando cartelli. Va detto che Leterrier arriva non dico a sovvertirlo ma comunque a usarlo in maniera funzionale a quello che vuole raccontare
- A Quiet Place e tutta quella genìa di recenti survival basati su un trucchetto, un’ondata breve ma intensa che ci ha regalato qualche soddisfazione ma ahinoi anche Bird Box
- Pitagora Suichi, ve lo ricordate? Era una cosina diventata virale agli albori dell’Internet, quando ancora i giga li portavano i piccioni viaggiatori e YouTube era il futuro e non un contenitore di pubblicità. Ovviamente l’idea (da ingegnere, ancora) dei macchinari ipercomplicati, dei succitati sistemi di specchi e leve insomma, che ha una lunga tradizione anche dalle nostre parti con il nome di “macchina di Rube Goldberg”, ha degli illustri precedenti anche nella cultura pop, e come tutti sapete ha raggiunto il suo apice creativo con l’uscita di The Incredible Machine. Ah ah no scherzo intendevo Mamma, ho perso l’aereo!. O forse non scherzavo?
- Cthulhu <3
- quella puntata di Buffy nella quale Dawn si sente trascurata e decide quindi di evocare un demone per trattenere tutti i suoi amici in casa con lei per sempre
- Pep Guardiola con i capelli
C’era anche un film con Lorenzo Lamas nel quale l’acqua era il cattivo che mi è venuto in mente.
Questo ampio respiro è l’aspetto più ambizioso e anche coraggioso del film, ma mi fa tornare al problema di cui accennavo sopra: magari mi sbaglio, ma sospetto che questa roba nascesse per durare molto più di due ore. Per cui la sceneggiatura è necessariamente ipercompressa, lo scorrere del tempo incalzante. È quasi paradossale in un film nel quale per un’ora e mezza non succede granché, ma considerate che The Last House ha novanta minuti per farci vedere come la quotidianità di una normale famiglia venga stravolta da un semplice trucco: riuscire a coltivare dei pomodori indoor è al contempo un momento piccolo e poetico e una svolta narrativa fondamentale utile a giustificare il fatto che dopo sei anni di reclusione questi siano ancora vivi.
E quando una sceneggiatura è troppo densa, il rischio che inciampi è altissimo. E The Last House inciampa eccome, prima di tutto perché non ha davvero il tempo di allargare lo sguardo al di fuori delle quattro mura dei Delgados, e quando finalmente (SPOILER? Ma va’) li fa evadere, non sa più davvero cosa farsene. E tutto questo avviene di corsa nella mezzora finale, che con l’accelerata giusta avrebbe nobilitato e giustificato il curioso esperimento precedente, e invece mannaggia all

Per cui ecco. The Last House carica il suo climax girandoci intorno per un’ora e mezza, e quando deve lasciarsi andare gli scappa uno scoreggione porca l

No serio, credo che il film di Leterrier entri di diritto nella top 10 dei film più rovinati dal loro finale di sempre. Una roba brutta, raffazzonata, girata col culo e risolta con un plot twist che maledizione al

Peccato, perché ero pronto a diventare il difensore numero uno di quello che per il 75% della sua durata è un ottimo film survival. E invece The Last House butta via tutto e ci fa pure il dispetto di promettere un sequel che parte già con i peggiori presupposti del mondo. Sarebbe stato meglio rimanere una metafora del COVID e invece vaffanculo al

Quote
«[REDACTED]»
(Stanlio Kubrick)
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