Il grande studio pubblicato il 25 agosto su Nature Aging chiarisce un punto che la medicina non può più trascurare: uomini e donne non attraversano necessariamente l’invecchiamento biologico secondo la stessa traiettoria. L’età anagrafica aumenta per tutti con identica regolarità; l’età biologica, cioè lo stato funzionale dell’organismo, dipende invece dall’insieme di condizioni metaboliche, cardiovascolari e cellulari che possono differire profondamente anche fra persone nate nello stesso giorno.
Va fatta subito una distinzione, perché su questi temi il rischio del miracolismo è sempre presente. I cosiddetti “orologi dell’invecchiamento” non predicono quanto vivremo e non scoprono lancette nascoste nelle cellule. Sono modelli che raccolgono numerosi segnali clinici e verificano se il profilo complessivo di una persona risulti fisiologicamente più giovane o più anziano rispetto alla sua età. Il problema è che molti di questi strumenti sono stati costruiti supponendo, implicitamente, che il tempo agisca allo stesso modo nei due sessi. Ma i dati indicano che non è così.
Nell’ambito del progetto X-Age, i ricercatori hanno esaminato oltre 100 mila persone, fra i 18 e i 98 anni, visitate in tre centri cinesi. Hanno considerato 172 parametri clinici — dagli esami del sangue agli indicatori metabolici, fino alle misure relative a differenti sistemi dell’organismo — e hanno quindi elaborato due modelli distinti, uno maschile e uno femminile, capaci di stimare l’età fisiologica e il suo scarto da quella anagrafica. Le differenze risultavano più evidenti nella mezza età, mentre tendevano a ridursi nelle fasi più avanzate della vita. Non si tratta dunque di stabilire chi “invecchi prima”, secondo una graduatoria tanto semplice quanto fuorviante; si tratta di comprendere quando e attraverso quali segnali l’invecchiamento si manifesti diversamente negli uomini e nelle donne.
Tre aspetti meritano particolare attenzione. Innanzitutto, con l’aumentare dell’età e con un profilo biologico più avanzato crescevano alcuni fattori ben noti alla pratica clinica: colesterolo LDL, trigliceridi, glucosio e acido urico. In secondo luogo, il modello comprendeva anche marcatori impiegati in oncologia, fra i quali l’antigene carcinoembrionario e la proteina HE4. Questo non significa che un loro incremento costituisca, da solo, una diagnosi di tumore: tali valori possono modificarsi per ragioni differenti e devono essere interpretati dal medico nel quadro clinico complessivo. Infine, l’associazione statistica è stata affiancata da verifiche sperimentali, indispensabili per passare dalla semplice osservazione alla comprensione dei possibili meccanismi.
Esponendo cellule endoteliali umane, cioè le cellule che rivestono internamente i vasi sanguigni, ai fattori metabolici individuati, i ricercatori hanno osservato caratteristiche compatibili con la senescenza e una riduzione della funzionalità. Inoltre, in un modello murino sottoposto a una dieta ricca di grassi, il ritorno a un’alimentazione normale ha attenuato una parte del carico metabolico. È un risultato significativo, perché suggerisce che almeno una componente dell’invecchiamento misurato possa essere modificabile. Tuttavia, non dimostra che sia sufficiente correggere un singolo parametro per “ringiovanire” una persona. Modificabilità non significa reversibilità garantita.
Qual è allora la conseguenza concreta? Non acquistare indiscriminatamente test dell’età biologica, non affidarsi a integratori presentati come scorciatoie, non interpretare autonomamente ogni valore fuori dall’intervallo atteso. La conseguenza razionale è un’altra: lipidi, glicemia e acido urico sono già controllabili nella pratica clinica e possono essere affrontati mediante alimentazione, attività fisica, gestione del peso e, quando necessario, terapie prescritte dal medico. La ricerca più avanzata ci riporta dunque a una responsabilità molto concreta: prevenire, misurare correttamente, intervenire con metodo.
Ciò non toglie che i limiti dello studio siano rilevanti. La parte condotta sull’uomo è prevalentemente trasversale, vale a dire confronta persone di età differenti senza seguirne per decenni l’evoluzione individuale; inoltre, la popolazione studiata è cinese, per cui i risultati dovranno essere confermati in altri Paesi. Non disponiamo ancora di due ricette anti-età, una per gli uomini e una per le donne, né sarebbe scientificamente corretto sostenerlo. Disponiamo però di un’indicazione importante: un solo orologio per tutti può nascondere proprio la fase della vita nella quale le differenze iniziano a diventare più evidenti.
Io credo che questa sia la direzione giusta: non trasformare l’invecchiamento in una promessa commerciale o in una nuova fonte di ansia, ma studiarlo con strumenti più precisi, capaci di riconoscere le differenze senza convertirle in disuguaglianze. La conoscenza ha valore quando diventa prevenzione, organizzazione sanitaria e responsabilità condivisa. Non la ricerca di un’impossibile giovinezza, dunque, ma la costruzione di una vita più lunga e più sana, nel rispetto della dignità di ogni persona.

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Li J, Gao DD, Li J, et al. Sex-specific aging clocks from a large-scale human phenome reveal distinct aging transitions and circulating signatures. Nature Aging. Pubblicato il 25 agosto 2026. doi: 10.1038/s43587-026-01180-5.

