La guerra fra Stati Uniti e Iran è entrata in una fase diversa. Washington ha ridotto il ricorso alla forza militare e tenta di trasferire lo scontro sul terreno dove ritiene di possedere la superiorità più schiacciante: finanza, commercio, trasporti, energia, controllo delle transazioni internazionali. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha dato un nome solenne a questa offensiva: Operation Economic Outcast, operazione «paria economico». Donald Trump usa una formula ancora più bellicosa: Economic D-Day.
L’obiettivo americano non è semplicemente imporre qualche sanzione aggiuntiva a un Paese che ne subisce da decenni. È tentare di avvicinarsi a un embargo globale, costringendo banche, compagnie di navigazione, società tecnologiche, commercianti di oro, intermediari delle criptovalute e soprattutto acquirenti di petrolio a scegliere: o l’Iran o l’accesso al sistema economico americano. Il paradosso è che Washington promette di recidere «ogni ultima linea di vita» dell’economia iraniana, ma per ora evita di colpire con la massima forza quella più importante: la Cina.
È una nuova fase della guerra perché arriva dopo sei mesi nei quali la potenza militare non è riuscita a produrre una conclusione politica. Stati Uniti e Iran non hanno raggiunto un accordo stabile sulla riapertura dello Stretto di Hormuz, né sul nucleare. I colloqui fra Iran e Oman su un corridoio di navigazione e sulla rimozione delle mine hanno alimentato speranze di una riapertura parziale dello Stretto. Ma siamo ancora molto lontani da una normalizzazione. Bessent sostiene che il Tesoro ha ormai ricostruito «ogni nodo», ogni intermediario e ogni rete utilizzati dall’Iran per esportare clandestinamente petrolio ed eludere le sanzioni. Washington ha annunciato misure contro oltre sessanta individui, società e navi accusati di aiutare Teheran a procurarsi tecnologie nucleari e missilistiche, vendere energia, finanziare il regime o condurre operazioni informatiche.
Le sanzioni secondarie possono colpire chi intrattiene rapporti con l’Iran in cinque settori: criptovalute e altre attività digitali, tecnologia, oro, aviazione e navigazione. Washington vuole inoltre convincere altri governi a chiudere le filiali estere di Bank Melli, la principale banca pubblica iraniana. Altre restrizioni dovrebbero colpire istituzioni finanziarie e collegamenti aerei e marittimi.
Dietro questa escalation c’è una valutazione politica. L’economia iraniana era fragile prima della guerra ed è molto più vulnerabile oggi. Il rial è precipitato a circa due milioni per un dollaro. L’inflazione si avvicina al 90 per cento e quella alimentare al 130 per cento. La guerra, le sanzioni e il blocco navale rendono più difficile finanziare le importazioni e soddisfare i bisogni quotidiani della popolazione. Trump sostiene che l’Iran è ormai prossimo al collasso. Secondo il Financial Times, l’Iran soffre una carenza quotidiana di circa 15 milioni di litri di carburante rispetto a una domanda di circa 135 milioni. Le infrastrutture di raffinazione sono state danneggiate dai bombardamenti; le importazioni sono più difficili; il governo attinge alle riserve strategiche. A Teheran sono comparse lunghe file alle stazioni di servizio. È uno dei segnali più concreti che la guerra economica entra nella vita quotidiana.
La benzina è anche una mina politica. In Iran è da sempre sovvenzionata. Aumentarne il prezzo significa toccare uno dei pochi benefici materiali che lo Stato offre a una popolazione impoverita. Il governo sta valutando una riduzione delle quote agevolate, ma ricorda cosa accadde nel 2019, quando un rialzo dei prezzi dei carburanti contribuì a scatenare proteste di massa. Un recente tentativo di aumentare i prezzi nella provincia di Kerman è stato rapidamente ritirato di fronte alle reazioni. Il presidente della Repubblica islamica Pezeshkian e il presidente del Parlamento Ghalibaf hanno pronunciato dichiarazioni insolite per la loro franchezza. Pezeshkian ha detto che ogni guerra deve finire e che sarebbe meglio proclamare vittoria, salvando la dignità nazionale, per poi chiudere il conflitto. Ghalibaf è stato ancora più esplicito sul rapporto fra economia e potenza militare: non esiste sicurezza, ha detto in sostanza, se la popolazione soffre, il denaro non circola e l’economia non cresce.
È un riconoscimento importante. L’Iran può continuare a possedere missili, droni e capacità di interdizione nello Stretto di Hormuz; ma la resilienza militare non elimina il deterioramento economico. Queste dichiarazioni rivelano una divisione dentro il regime. Pezeshkian e Ghalibaf sembrano voler utilizzare la forza militare ancora disponibile come capitale negoziale: trattare adesso, prima che il deterioramento economico riduca il potere contrattuale dell’Iran. I settori più radicali ragionano in modo opposto. Diffidano di qualsiasi intesa con Trump e utilizzano la pausa nei combattimenti per prepararsi a una nuova escalation.
C’è poi il problema Cina. Pechino acquista oltre l’80 per cento del petrolio esportato dall’Iran. Anche dopo il blocco americano, la Cina avrebbe importato in agosto più di 500.000 barili al giorno di greggio iraniano. Senza colpire seriamente questo circuito, l’isolamento economico iraniano non può essere completo. L’embargo ha ridotto quasi a zero le esportazioni dirette dai porti iraniani, ma Teheran dispone ancora di una gigantesca riserva galleggiante. 80 milioni di barili di greggio iraniano sono stoccati su petroliere nelle acque asiatiche, soprattutto al largo della Malaysia. Sono miliardi di dollari di entrate potenziali. Il petrolio viene trasferito da una nave all’altra in alto mare: una petroliera sanzionata scarica su un’altra che non lo è, l’origine della merce si perde nei documenti, e il carico arriva in Cina registrato come proveniente da altrove. È un commercio clandestino, ma su scala industriale.
Il rapporto con la Cina non è solo petrolio. È un sistema finanziario parallelo. Sempre più transazioni vengono regolate in yuan anziché in dollari. L’Iran vende il greggio, accumula valuta cinese, poi la utilizza per comprare beni e servizi cinesi. In altri casi pratica una sorta di baratto moderno: petrolio in cambio di infrastrutture costruite da aziende cinesi. Più questo circuito si allontana dal dollaro, più diminuisce il potere del Tesoro americano di controllarlo. Bessent ha evitato inizialmente di nominare la Cina, salvo poi assicurare che nessuno è immune dalle sanzioni americane. Ma fra il principio e la sua applicazione c’è un abisso geopolitico. L’ultima ondata di misure ha colpito petroliere cinesi, società di Hong Kong, piccole aziende accusate di acquistare tecnologia sensibile per l’Iran. Non ha colpito le grandi banche cinesi né i gruppi più importanti integrati nel sistema finanziario mondiale.
Sanzionare una piccola banca asiatica o un armatore compiacente è una cosa. Colpire grandi istituzioni finanziarie cinesi significa aprire un nuovo fronte con Pechino. Trump ha appena attraversato diciotto mesi segnati dalla guerra dei dazi e dal braccio di ferro sulle terre rare; ha visitato Xi Jinping a Pechino in maggio e attende il leader cinese a Washington il mese prossimo. Dovrebbe decidere se subordinare questa delicata stabilizzazione dei rapporti sino-americani all’obiettivo di strangolare l’economia iraniana.
Il ricordo della controffensiva cinese sulle terre rare pesa molto. Quando Washington ha alzato i dazi, Pechino ha dimostrato di avere strumenti di ritorsione capaci di colpire direttamente l’industria americana. La Cina ha già respinto l’Operation Economic Outcast come un’applicazione illegittima di sanzioni unilaterali e ha promesso di difendere i propri interessi. Washington starebbe lasciando a Pechino una via d’uscita: ridurre discretamente i rapporti con Teheran senza subire l’umiliazione pubblica di sanzioni contro le sue grandi banche. La prova vera potrebbe arrivare dopo il vertice Trump-Xi previsto a Washington.
È il limite strutturale delle sanzioni secondarie. Sono potentissime perché il mercato americano e il dollaro rimangono indispensabili. Ma la loro efficacia dipende dalla disponibilità degli Stati Uniti a punire davvero chi le viola, anche quando il trasgressore appartiene a una grande potenza. L’Iran ha avuto anni per perfezionare le sue contromisure. Una rete di società-schermo e cambiavalute sposta i proventi del petrolio fra Hong Kong, Dubai e il Medio Oriente, convertendo yuan, dollari, euro e dirham. Le criptovalute offrono un altro canale. Il regime e i Guardiani della Rivoluzione hanno utilizzato miliardi in valute digitali per commercio, acquisti di armi e incassi petroliferi. Washington ha sequestrato più di un miliardo di dollari in criptovalute iraniane e colpito diversi exchange, rendendo queste operazioni più costose, ma non impossibili.
La stessa rete clandestina non serve soltanto a vendere petrolio. Serve anche a continuare a produrre armi. Il caso dei droni Shahed è istruttivo. La Cina è diventata il principale snodo per componenti, motori, servomeccanismi e giroscopi usati nei droni iraniani. In passato molti pezzi erano occidentali e venivano dirottati verso l’Iran attraverso società di comodo cinesi o di Hong Kong; oggi una quota crescente è direttamente prodotta in Cina. L’isolamento economico dell’Iran ha quindi generato un risultato imprevisto: invece di distruggerne l’industria militare, l’ha costretta a integrarsi più profondamente nelle catene di fornitura cinesi.
L’altra arena decisiva è Hormuz. Qui la guerra economica si confonde con quella militare. Washington sostiene di essere riuscita a erodere il controllo iraniano sullo Stretto grazie alla Marina americana, che accompagna alcune petroliere lungo una rotta protetta sul lato omanita. Arabia Saudita ed Emirati hanno inoltre aumentato l’uso degli oleodotti che consentono di aggirare Hormuz, portando il greggio verso il Mar Rosso o il Golfo di Oman. L’obiettivo americano è evidente: sottrarre all’Iran la capacità di trasformare lo Stretto in una leva sull’economia mondiale.
Ma i numeri sono controversi. Il segretario all’Energia Chris Wright ha sostenuto che, in una singola giornata, oltre quindici milioni di barili di greggio e prodotti petroliferi sono usciti attraverso lo Stretto grazie anche all’azione americana. Ha indicato medie settimanali superiori agli otto milioni di barili al giorno. I grandi servizi privati che seguono le petroliere vedono molto meno: generalmente fra due e sei milioni di barili al giorno. Kpler stima circa 2,3 milioni di barili quotidiani in agosto, contro 4,9 milioni in luglio; altre rilevazioni arrivano più in alto, ma rimane una notevole distanza fra i dati commerciali e quelli dell’amministrazione Trump.
Una parte della discrepanza ha spiegazioni tecniche. Molte petroliere attraversano Hormuz di notte spegnendo i transponder. Una superpetroliera può trasportare due milioni di barili: basta non individuarne due o tre perché le statistiche cambino radicalmente. Il dato più interessante, però, viene dal mercato. Se davvero il petrolio fosse diventato drammaticamente scarso, i prezzi dovrebbero segnalarlo. Invece il Brent, pur elevato attorno ai 90 dollari, è molto lontano dai massimi raggiunti durante la guerra. Anche il premio pagato per avere consegne immediate rispetto ai futures si è ridotto drasticamente: da un massimo di 36 dollari a meno di sei. Questo suggerisce che, almeno per ora, l’Iran non è riuscito a trasformare Hormuz nell’arma economica devastante che molti temevano.
Questo equilibrio precario spiega perché la guerra economica abbia assunto tanta importanza. Sul piano militare nessuno dei due contendenti è riuscito a imporre la soluzione finale. Sul piano energetico nessuno controlla completamente Hormuz. Sul piano diplomatico mancano ancora le condizioni minime per un accordo.
Resta quindi il logoramento. L’America scommette sulla propria capacità di sopportarlo meglio. Possiede la moneta dominante, il sistema finanziario più importante del mondo, alleati nel Golfo, una Marina capace di proteggere almeno una parte dei traffici. L’Iran risponde con gli strumenti tipici di una potenza più debole: opacità commerciale, petroliere fantasma, intermediari, triangolazioni finanziarie, rapporti con la Cina, minacce contro le rotte energetiche alternative.
Teheran sta tentando di trasformarsi in un’economia della sopravvivenza: più povera, meno efficiente, ma costruita per resistere alle sanzioni. Ma la sopravvivenza del regime non coincide con il benessere della popolazione. È qui che la nuova fase può diventare politicamente esplosiva. Un sistema clandestino può garantire al governo abbastanza valuta per finanziare apparati militari e di sicurezza, senza essere capace di assicurare alla società normale disponibilità di carburante, stabilità dei prezzi o potere d’acquisto. La domanda decisiva è quanto possa durare. Reuters, facendo il bilancio dei primi sei mesi di guerra, stima che le esportazioni petrolifere iraniane siano crollate dell’85 per cento. E tuttavia il regime non è crollato. È questa la parte del quadro che Trump e Bessent devono tenere presente: il danno economico può essere enorme senza produrre automaticamente il risultato politico desiderato.
Anche per questo la Cina diventa l’arbitro esterno più importante. Se Pechino continua a garantire ossigeno commerciale, finanziario e tecnologico a Teheran, l’Operation Economic Outcast resterà incompleta. Se invece le imprese e le banche cinesi temeranno le sanzioni secondarie americane abbastanza da ritirarsi, la pressione sull’Iran potrebbe cambiare scala. È dunque una guerra economica che contiene un’altra guerra economica: quella fra Washington e Pechino. Per strangolare davvero l’Iran, Trump potrebbe essere costretto a mettere a rischio la tregua commerciale con Xi Jinping. Il vero test non è soltanto quanto può soffrire l’economia iraniana. È se Washington sarà disposta a pagare il prezzo geopolitico necessario per chiudere davvero la principale via di fuga di Teheran. E quella via, ormai, passa soprattutto per la Cina.
26 agosto 2026, 15:34 – modifica il 26 agosto 2026 | 16:37
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