Un gruppo di ricercatori dell’Université Côte d’Azur, del CNRS e del Centre Antoine Lacassagne di Nizza ha sperimentato una nuova, sensibilissima sentinella per la protonterapia: una fila di diodi progettata per misurare posizione, intensità e forma di un fascio di protoni. Il dispositivo non vede la massa tumorale, beninteso; sorveglia qualcosa di altrettanto decisivo e assai più sfuggente, cioè lo strumento invisibile che, durante una terapia, dovrebbe raggiungerla senza oltrepassarla.

La protonterapia sfrutta infatti una proprietà sorprendente dei protoni: queste particelle rilasciano la maggior parte della loro energia al termine del percorso, nel cosiddetto picco di Bragg, e subito dopo si arrestano. In altre parole, la radioterapia convenzionale può lasciare che una parte della dose prosegua oltre il bersaglio, mentre i protoni sono, almeno in linea di principio, regolabili in modo da fermarsi proprio nel punto stabilito, risparmiando maggiormente i tessuti sani. Ma è qui che il vantaggio si rovescia in una straordinaria esigenza di precisione: se cambia la densità dei tessuti, se muta l’anatomia o se il paziente non si trova esattamente nella posizione prevista, può cambiare anche il punto d’arresto del fascio. La qualità più preziosa dei protoni — il loro fermarsi — diventa così anche l’incertezza da sorvegliare.

Come si controlla, dunque, una traiettoria tanto selettiva? La risposta proposta nello studio, pubblicato il 26 agosto su Scientific Reports, è il nitruro di gallio (GaN), un materiale semiconduttore già impiegato nei led e nell’elettronica di potenza. I ricercatori hanno costruito con questo materiale un array, cioè una fila ordinata di diodi, e lo hanno esposto a un fascio clinico di protoni da 65 megaelettronvolt. Quando una particella attraversa uno dei diodi, vi deposita energia e produce un segnale elettrico; raccogliendo e confrontando i segnali dei diversi elementi, il sistema può ricostruire il profilo del fascio, localizzarne il centro e determinarne la larghezza.

Per intenderci, immaginiamo il fascio come un filo sottilissimo che debba passare attraverso una serie di piccoli campanelli elettrici: ciascun diodo segnala il punto e l’intensità del passaggio, mentre l’insieme delle risposte permette di capire se quel filo corre diritto, se si è allargato o se si è spostato. Il sensore trasforma così una corrente di particelle non visibile in una figura misurabile. E lo fa con risultati notevoli.

La risposta del dispositivo è rimasta lineare su tre ordini di grandezza, vale a dire mentre l’intensità del fascio cambiava di circa mille volte, e sono state registrate correnti debolissime, fino a 10 picoampere. Facendo scorrere meccanicamente la fila di diodi attraverso il fascio, gli studiosi hanno inoltre ottenuto immagini bidimensionali e, nelle condizioni migliori, hanno limitato l’incertezza a 0,07 millimetri per la posizione e a 0,14 millimetri per la larghezza. Non solo: il nitruro di gallio ha continuato a funzionare dopo esposizioni fino a 100 kilogray, mostrando una considerevole resistenza alle radiazioni.

A scanso di equivoci, quei 100 kilogray non rappresentano una dose da somministrare a un paziente. Il valore indica la radiazione complessivamente sopportata dal rivelatore e serve a stabilire se il componente possa lavorare a lungo in un ambiente irradiato senza perdere affidabilità. È questo un requisito fondamentale per uno strumento che dovrebbe controllare ripetutamente fasci terapeutici con margini d’errore ridottissimi.

Ma non è ancora uno strumento clinico. Lo studio costituisce una prova di fattibilità tecnologica: non sono stati trattati pazienti, non si è dimostrata una riduzione degli errori terapeutici e il profilo completo non viene ancora acquisito in un solo istante. Il prototipo, essendo monodimensionale, ha dovuto spostarsi per ricostruire la seconda dimensione; una vera matrice di diodi potrebbe invece rilevare l’intero fascio senza scansione meccanica e consentire, se avrà successo, un controllo prossimo al tempo reale.

Prima di giungere a quel punto occorreranno esperimenti con protoni di energie differenti, confronti con i dosimetri oggi in uso, calibrazioni e verifiche in condizioni più vicine alla pratica clinica. Del resto, come ricorda anche l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, la qualità della dosimetria — la misurazione della dose di radiazioni — è parte essenziale della sicurezza radioterapica. Non siamo dunque davanti a un nuovo trattamento contro il cancro, ma a un possibile paio d’occhi per accertare che il fascio obbedisca con precisione all’ordine ricevuto. Per ora, è una promessa di laboratorio. La prova decisiva verrà dalla clinica.

Siviero M, Lesourd L, Frayssinet E, et al. “Advancing GaN detectors toward proton therapy applications”. Scientific Reports, 26 agosto 2026. DOI: 10.1038/s41598-026-68432-7.

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