di
Federico Rampini

Ogni epoca ha le sue materie prime strategiche e quando una risorsa diventa un’arma, il resto del mondo cerca un’altra strada

L’intelligenza artificiale viene chiamata «economia immateriale». È un’espressione ingannevole. Dietro un algoritmo ci sono data center, centrali elettriche, rame, silicio, terre rare, litio, grafite. Dietro un’automobile elettrica ci sono miniere e raffinerie. Perfino le tecnologie più avanzate ci riportano alla geografia e alla geologia

Dopo avere parlato nella lezione precedente della gara tecnologica fra America e Cina, arriviamo al piano terra della potenza: chi controlla le risorse necessarie per far funzionare tutto il resto. Non è una novità. Il carbone alimentò la prima Rivoluzione industriale e la potenza britannica. Il petrolio fu decisivo nelle due guerre mondiali. Franklin Roosevelt incontrò il fondatore dell’Arabia Saudita Ibn Saud nel 1945, inaugurando un rapporto strategico destinato a durare ottant’anni. Il Giappone attaccò Pearl Harbor anche perché l’embargo petrolifero americano minacciava di paralizzarne l’espansione imperiale. L’Unione Sovietica ebbe negli idrocarburi una fonte di potenza e di valuta pregiata. Ogni epoca ha le sue materie prime strategiche.



















































La nostra ne ha molte più di quanto immaginassimo. Litio, cobalto, nichel, grafite, gallio, germanio, antimonio, terre rare: fino a poco tempo fa questi nomi appartenevano al linguaggio degli ingegneri e dei geologi. Oggi compaiono nei vertici fra capi di Stato. Servono per automobili elettriche, smartphone, turbine eoliche, radar, missili, droni, satelliti e semiconduttori. La transizione energetica, anziché liberarci dalla geopolitica delle risorse, ne ha creata un’altra

Le terre rare sono l’esempio più importante. Il nome trae in inganno: molte non sono scarse né concentrate in pochi luoghi. Il problema è estrarle, separarle, raffinarle e trasformarle in magneti ad alte prestazioni. Qui la Cina ha costruito una posizione dominante. Non è stato un regalo della geologia. Pechino ha deciso decenni fa che l’intera filiera era strategica, ha tollerato costi ambientali elevati, ha finanziato imprese e capacità di raffinazione. America ed Europa facevano il contrario: chiudevano miniere e impianti inquinanti.

Dal petrolio alle terre rare: la corsa (in evoluzione) per le riserve strategiche

La reazione americana

La dipendenza è diventata un’arma. La Cina usa controlli sull’export di gallio, germanio, grafite e altri materiali. Nella guerra commerciale con Trump ha mostrato di poter colpire un punto vulnerabile dell’industria americana. Una grande potenza non deve possedere tutte le risorse: basta che controlli i passaggi senza i quali gli altri non possono utilizzarle.

L’Occidente sta reagendo. Gli Stati Uniti vogliono ricostruire una filiera «dalla miniera al magnete»: estrazione, raffinazione, lavorazione e produzione finale. Il Pentagono finanzia direttamente alcuni progetti. Washington usa prestiti, garanzie pubbliche e contratti di acquisto a lungo termine per rendere redditizie industrie che altrimenti rischierebbero di essere eliminate da una nuova caduta dei prezzi provocata dalla sovrapproduzione cinese. È un ritorno della politica industriale: per resistere al capitalismo di Stato di Pechino, anche l’America liberista riscopre lo Stato.

La Pax Silica

La novità del 2026 si chiama Pax Silica. Iniziativa americana, riunisce ormai una vasta coalizione di economie alleate e partner. Collega ciò che un tempo trattavamo come dossier separati: minerali critici, energia, semiconduttori, manifattura avanzata, data center e intelligenza artificiale. L’Italia vi ha aderito quest’estate. L’obiettivo è creare catene produttive «fidate», nelle quali una dipendenza dalla Cina venga sostituita da una rete di Paesi amici.

Esiste poi un’altra risposta alla scarsità: cambiare tecnologia. Se una materia prima diventa troppo cara o politicamente pericolosa, aumenta l’incentivo a farne a meno. È già accaduto nella storia. Oggi una parte della ricerca sulle batterie segue proprio questa strada. Le batterie agli ioni di sodio possono ridurre la dipendenza da litio, nichel e cobalto; altre tecnologie puntano su anodi al silicio, litio metallico e zolfo.

Il caso Hormuz 

Le risorse strategiche non sono soltanto minerali. Il petrolio continua a ricordarcelo. La guerra con l’Iran ha trasformato ancora una volta lo Stretto di Hormuz in una delle strozzature più pericolose dell’economia mondiale. Prima del conflitto vi transitava circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto commerciati via mare. Missili, droni, mine, premi assicurativi e minacce iraniane hanno ridotto il traffico.

Sarebbe però sbagliato trarre una lezione statica. Hormuz non sarà sempre in grado di tenere in ostaggio il mondo. La storia delle crisi energetiche è istruttiva. Dopo lo choc petrolifero del 1973 l’Occidente migliorò l’efficienza energetica, costruì riserve strategiche, sviluppò il Mare del Nord e accelerò il nucleare. Dopo le impennate degli anni Duemila l’America inventò la rivoluzione dello shale oil e dello shale gas. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina l’Europa sostituì gran parte del gas russo con Gnl americano, norvegese e altre forniture.

Lo stesso adattamento è cominciato nel Golfo. L’Arabia Saudita ha portato a piena capacità l’oleodotto East-West verso il Mar Rosso, per aggirare Hormuz. Gli Emirati vogliono ampliare l’oleodotto che porta il greggio direttamente a Fujairah, sull’Oceano Indiano. Giappone e Corea cercano nuovi fornitori e rafforzano le riserve; la Cina diversifica gli acquisti e rilancia il carbone domestico.

Un’Europa vulnerabile

È la differenza fra una risorsa fisicamente scarsa e una risorsa strategicamente scarsa. La seconda categoria cambia nel tempo. Un giacimento che ieri era inutile diventa redditizio quando salgono i prezzi. Una tecnologia sostituisce un minerale con un altro. Un oleodotto aggira uno stretto. Una raffineria costruita in Australia o America riduce il monopolio cinese. La geografia impone vincoli, ma gli esseri umani reagiscono. 

Questo spiega perché il nuovo Risiko planetario non può essere letto con una semplice carta delle miniere e dei pozzi petroliferi. Conta chi possiede il giacimento, ma anche chi sa raffinare il minerale, finanziare l’impianto, costruire la batteria, proteggere la rotta navale, inventare il sostituto. L’Europa resta più vulnerabile perché importa molto e trasforma troppo poco.

Arriviamo così alla conclusione delle nostre nove lezioni. Siamo partiti dall’idea che «l’economia è guerra». Le risorse strategiche ci riportano allo stesso punto. Nel mondo della geoeconomia, un magnete, una batteria, un oleodotto o un porto possono diventare armi. Le grandi potenze cercano di controllare le dipendenze altrui e di ridurre le proprie.

È forse la regola più utile con cui chiudere questo viaggio nella geopolitica: le carte geografiche contano ma non sono immobili. Quando una risorsa diventa un’arma, il resto del mondo comincia a cercare un’altra strada.

26 agosto 2026 ( modifica il 26 agosto 2026 | 23:20)