di
Sara Bettoni
Otto persone tra medici specializzandi di Medicina legale alla Statale, altri specialisti e operatori hanno sviluppato la malattia. In sette sono positivi ai test. E il sindacato attacca: ora chiarezza
«È sottoposto/a regolarmente a controlli di sorveglianza sanitaria?». Il 38 per cento degli specializzandi di Medicina legale della Statale nel 2024 ha risposto «no» a questa domanda. Il dato emerge dal questionario che il ministero dell’Università ogni anno propone ai medici in formazione specialistica. I risultati sono pubblici e consultabili sul sito dell’ateneo. Seppur non direttamente collegato al focolaio di tubercolosi che in queste settimane sta coinvolgendo l’Istituto di Medicina legale di via Mangiagalli, secondo l’Associazione medici specializzandi (Als) è un elemento da considerare nella vicenda.
Al momento otto persone tra medici specializzandi, altri specialisti e operatori hanno sviluppato la malattia, altre sette sono positive ai test che identificano il contatto con il batterio. L’Als, però, ritiene che non tutti i protocolli di sicurezza siano stati rispettati e in una lettera inviata alla rettrice dell’Università Statale Marina Brambilla — a cui fanno capo i medici in formazione specialistica — e all’Ispettorato del lavoro chiede chiarimenti su una serie di aspetti: dal coinvolgimento nella vicenda del medico competente alle caratteristiche della sala dove si eseguono le autopsie e dove potrebbe essere avvenuto il contagio, a partire da un cadavere con sospetta tubercolosi. E, appunto, pone l’accento sui risultati del questionario, a cui hanno risposto in 21 su 28 iscritti. «Quasi quattro specializzandi su dieci tra i rispondenti dichiaravano esplicitamente di non essere sottoposti regolarmente a sorveglianza sanitaria — sottolinea il presidente dell’associazione, Massimo Minerva — , in una Scuola nella quale le attività formative possono comportare esposizione ad agenti biologici e ad altri rischi professionali».
Da qui le ulteriori domande poste ai vertici della Statale: cosa è stato fatto dopo la pubblicazione del questionario? Si è cercato di correre ai ripari? «Qualora nessun approfondimento fosse stato effettuato — riflette Minerva —, l’attuale vicenda potrebbe non rappresentare una mera criticità occasionale, ma inserirsi in un problema più generale della sorveglianza sanitaria».
Nel frattempo, continuano i controlli sui medici e gli operatori positivi ai test ma che al momento non hanno sintomi. Dalle radiografie infatti potrebbero emergere tracce altrimenti difficili da scovare. Ed è previsto che siano sottoposti a un nuovo screening a due mesi dal contatto con la fonte del contagio — ancora da stabilire con esattezza — anche i negativi. Secondo Minerva, i primi casi risalgono a maggio.
Oltre ad Als, anche il sindacato Anaao Assomed chiede chiarezza. Il segretario regionale Massimiliano Oliva e il responsabile dei giovani Matteo Sibilla parlano di «assoluta mancanza di sicurezza e dei sistemi per la tutela delle condizioni di lavoro dei dirigenti medici e dei medici specializzandi». Chiedono inoltre una serie di interventi, dall’aggiornamento del documento di valutazione dei rischi per le attività che espongono a rischio biologico all’installazione di cappe di aspirazione in tutte le sale autoptiche.
Sul caso interviene anche la politica. La consigliera regionale del Pd Carmela Rozza ritiene «grave, se dovesse essere confermato, il fatto che non ci sia una sala adatta alle autopsie sulle salme infettive» e si domanda perché non siano state seguite le procedure di sicurezza. Nicola Di Marco, capogruppo M5s, aggiunge: «L’auspicio è che il focolaio non si allarghi e che le persone contagiate possano presto rimettersi. La notizia pone però un interrogativo: come è potuto succedere? È ciò che intendiamo domandare all’assessore al Welfare Guido Bertolaso, attraverso l’atto che depositeremo in Consiglio».
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26 agosto 2026
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