Un PSA superiore alla soglia significa necessariamente dover affrontare una risonanza magnetica e, successivamente, una biopsia della prostata? La risposta è no. Il PSA rappresenta un importante campanello d’allarme, ma non equivale a una diagnosi di tumore.
Il valore può aumentare anche in presenza di un ingrossamento benigno della prostata, di un’infiammazione, di un’infezione urinaria o in seguito ad alcune procedure urologiche. Il problema, dunque, consiste nel distinguere gli uomini realmente esposti al rischio di un carcinoma prostatico clinicamente significativo da quelli nei quali l’alterazione non dipende da una neoplasia pericolosa.
Una possibile soluzione arriva dalla Svezia. I ricercatori del Karolinska Institutet e della Regione Stoccolma hanno sperimentato un secondo esame del sangue, più articolato del solo PSA, da utilizzare prima della risonanza magnetica.
I risultati dello studio OPT Stockholm3, pubblicati online l’8 agosto 2026 su European Urology Oncology, indicano che questa strategia potrebbe ridurre del 64% le risonanze magnetiche e di circa il 33% le biopsie.
Non significa che questi accertamenti diventino inutili. L’obiettivo è selezionare meglio gli uomini che hanno maggiori probabilità di trarne un beneficio.
Che cos’è Stockholm3
Stockholm3 viene eseguito attraverso un normale prelievo, ma non misura una sola sostanza. Il test combina differenti informazioni: il PSA e altre proteine presenti nel sangue; numerose varianti genetiche associate al rischio di tumore prostatico; età e altri dati clinici; familiarità e precedenti biopsie. Un algoritmo integra i risultati e restituisce una stima individuale della probabilità di avere un tumore prostatico clinicamente significativo. La distinzione è importante. Non tutti i carcinomi della prostata hanno infatti la stessa pericolosità. Alcuni crescono molto lentamente e potrebbero non diventare mai una minaccia concreta per la salute, soprattutto negli uomini anziani o affetti da altre patologie. Scoprire anche queste forme può provocare sovradiagnosi: controlli ripetuti, biopsie, ansia e, in alcuni casi, trattamenti dai quali non deriva un beneficio proporzionato.
Stockholm3 non cerca semplicemente di stabilire se nella prostata sia presente un tumore. Prova soprattutto a identificare le forme che potrebbero crescere, diffondersi e richiedere una terapia.
Lo studio su oltre 13 mila uomini
OPT Stockholm3 è uno studio prospettico di popolazione, interventistico ma non randomizzato. È stato realizzato all’interno del programma organizzato per la diagnosi precoce del tumore prostatico della regione Stoccolma-Gotland. I ricercatori hanno confrontato due percorsi applicati in anni consecutivi a oltre 13 mila cinquantenni. Nel primo percorso, gli uomini con un PSA pari o superiore a 3 nanogrammi per millilitro venivano indirizzati direttamente alla risonanza magnetica multiparametrica.
Nel secondo, dopo il superamento della soglia del PSA veniva effettuato Stockholm3. Soltanto gli uomini con un punteggio di rischio sufficientemente elevato proseguivano verso la risonanza e, quando necessario, verso la biopsia.
Il nuovo esame è stato quindi impiegato come “test reflex”: un approfondimento attivato dopo il PSA per interpretarne meglio l’aumento. Non ha sostituito il dosaggio tradizionale, ma è stato inserito tra questo e la diagnostica per immagini.
Risonanze ridotte del 64%: il risultato più evidente riguarda il ricorso alla risonanza magnetica. Con l’introduzione di Stockholm3, gli esami si sono ridotti del 64% rispetto al percorso basato sul solo PSA.
Anche le biopsie sono diminuite. Il tasso è passato indicativamente dallo 0,6 allo 0,4% degli uomini coinvolti, corrispondente a una riduzione relativa di circa un terzo. Le percentuali assolute possono sembrare limitate, ma assumono un peso considerevole quando un programma di screening coinvolge centinaia di migliaia di persone.
Significano meno attese, minori costi, un utilizzo più appropriato delle apparecchiature e una riduzione del carico di lavoro per urologi, radiologi e anatomopatologi. Per i pazienti vogliono dire anche meno ansia e procedure invasive evitate quando il rischio risulta basso.
Secondo il Karolinska Institutet che aveva presentato i risultati al congresso europeo di urologia, la rilevazione dei tumori più aggressivi è apparsa simile nei due gruppi. Lo studio, tuttavia, non era stato progettato per dimostrare con certezza l’assenza di piccole differenze.
Perché il PSA da solo non basta
Il PSA, o antigene prostatico specifico, è una proteina prodotta dalle cellule della prostata. Il suo dosaggio ha contribuito a individuare numerosi tumori in fase precoce, ma presenta un limite fondamentale: è specifico della prostata, non del cancro.
Un valore elevato può dipendere da un carcinoma, ma anche da ipertrofia prostatica benigna, prostatite, infezioni o recenti manovre urologiche. Allo stesso tempo, un valore relativamente basso non esclude in modo assoluto la presenza di una neoplasia significativa.
Per questo il risultato non dovrebbe mai essere interpretato isolatamente. Devono essere considerati l’età, la familiarità, le condizioni generali, il volume della prostata e l’andamento del PSA nel tempo.
L’aggiunta di altri biomarcatori e delle informazioni genetiche potrebbe rendere questa valutazione più precisa, trasformando un unico numero in un profilo di rischio personalizzato.
La risonanza magnetica resta fondamentale
La risonanza multiparametrica ha cambiato profondamente il percorso diagnostico del tumore prostatico. Consente di riconoscere le aree sospette, valutarne il grado di probabilità e guidare il prelievo dei campioni verso le lesioni più rilevanti.
Ha inoltre permesso di diminuire il ricorso alle tradizionali biopsie sistematiche, nelle quali i campioni venivano prelevati senza avere identificato con precisione l’area sospetta.
La risonanza, però, è un esame costoso. Richiede apparecchiature adeguate e radiologi con una formazione specifica. Eseguirla indiscriminatamente in tutti gli uomini con PSA alterato rischia di allungare le liste d’attesa e sottrarre risorse ai pazienti con una probabilità più elevata di malattia.
Stockholm3 non si propone dunque come alternativa alla risonanza, ma come filtro per individuare chi dovrebbe effettuarla.
Meno biopsie, meno possibili complicanze
La biopsia resta indispensabile per confermare la diagnosi e conoscere le caratteristiche biologiche del tumore. Non è però una procedura completamente priva di rischi.
Può provocare dolore, sangue nelle urine o nel liquido seminale, difficoltà a urinare e, più raramente, infezioni. La tecnica transperineale, oggi sempre più utilizzata, ha ridotto il rischio infettivo rispetto alla tradizionale biopsia transrettale, ma rimane importante evitare i prelievi non necessari.
Una selezione più accurata prima della biopsia potrebbe quindi ridurre i rischi per il paziente sia il carico sostenuto dai servizi sanitari.
Il punto più delicato: non perdere i tumori aggressivi
Ridurre gli accertamenti rappresenta un vantaggio soltanto se non comporta la mancata diagnosi delle neoplasie clinicamente significative.
Nello studio, i tumori diagnosticati sono stati pochi: 15 nel percorso tradizionale e otto in quello con Stockholm3. Proprio il numero limitato degli eventi determina intervalli di confidenza ampi e impedisce di concludere definitivamente che le due strategie abbiano la stessa capacità di individuare le forme più pericolose.
Il lavoro dimostra quindi con maggiore solidità la riduzione delle risonanze e delle biopsie. Sono invece necessari campioni più ampi e un follow-up prolungato per verificare gli effetti sulle diagnosi, sui tumori avanzati e, soprattutto, sulla mortalità.
Gli autori hanno anche valutato quale soglia utilizzare per attivare Stockholm3. Sottoporre al nuovo esame gli uomini con PSA superiore a 2 nanogrammi per millilitro, invece che a 3, avrebbe richiesto circa 400 test aggiuntivi senza individuare altri tumori in questa popolazione di cinquantenni.
Il risultato suggerisce che una soglia di 3 possa essere più efficiente, ma non può essere applicato automaticamente a uomini di età diversa o con un rischio familiare più elevato.
Non è ancora un esame di routine in Italia
Stockholm3 è disponibile in alcuni Paesi nordici e in altri mercati europei, ma non fa parte del normale percorso diagnostico organizzato del Servizio sanitario nazionale italiano.
I risultati ottenuti in Svezia non possono essere trasferiti automaticamente al nostro sistema. Prima di un’eventuale introduzione su larga scala devono essere valutati costi, capacità dei laboratori, sostenibilità, riproducibilità e prestazioni nelle diverse popolazioni.
Anche il britannico NICE ha esaminato questa tecnologia. Una precedente valutazione aveva riconosciuto risultati promettenti rispetto al PSA isolato, ma nel successivo processo di prioritizzazione ha giudicato ancora insufficienti le prove disponibili per sviluppare una raccomandazione diagnostica specifica.
Il test comprende inoltre informazioni genetiche. L’impiego su larga scala richiederebbe procedure rigorose per il consenso informato, la conservazione dei campioni e la protezione dei dati personali.
Stockholm3 non va infine confuso con una biopsia liquida capace di diagnosticare direttamente un tumore. È un modello di valutazione del rischio: un punteggio elevato non dimostra la presenza del carcinoma, mentre un risultato basso non può escluderlo con certezza.
Che cosa deve fare oggi chi ha il PSA alto
Per il singolo paziente italiano, lo studio non modifica ancora il percorso previsto. Un PSA elevato, tuttavia, non deve essere interpretato come una diagnosi automatica di cancro né come un’indicazione inevitabile alla biopsia.
Il valore deve essere discusso con il medico e, quando indicato, con l’urologo. In alcuni casi può essere opportuno ripetere il dosaggio, escludere infezioni o infiammazioni e considerare gli altri fattori di rischio prima di decidere come procedere.
Non bisogna sospendere o rinviare autonomamente una risonanza o una biopsia già prescritta affidandosi alla notizia del nuovo test.
Il futuro della diagnosi precoce del tumore prostatico potrebbe non consistere nell’eseguire più esami a tutti, ma nel combinare meglio le informazioni disponibili per riservare gli accertamenti più complessi agli uomini che ne hanno davvero bisogno.
Fonti essenziali: studio OPT Stockholm3 su European Urology Oncology, Karolinska Institutet, valutazione NICE.