di Francesco Battistini

Ana Mladic si tolse la vita a 23 anni, dopo avere scoperto le atrocità del padre. Che mai accettò l’accaduto, parlando sempre di un «omicidio». E che le «dedicò» la distruzione di Gorazde, e – secondo la scrittrice Clara Uson – non solo: «Il massacro di Srebrenica non aveva alcuna logica militare. Fu la sua vendetta sul mondo»

Ratko Mladic, il generale serbo architetto del massacro di Srebrenica, è morto il 27 agosto, all’età di 84 anni. Ripubblichiamo l’articolo di Francesco Battistini apparso su 7 sulla storia della figlia del «macellaio dei Balcani».

Cuore di babbo. Luce dei miei occhi. Vita mia. 



















































Pure i criminali sanno dire queste cose. Papà Ratko le diceva alla sua Ana. La più grande. La preferita. La chiamava figlio mio, come s’usa nelle Krajine. Figlio anche se era una figlia, perché in certi mondi non c’è modo migliore d’amare una primogenita che considerarla un maschio

Il generale e la bambina. Ratko la coccolava, coccolato. Ana l’abbracciava, abbracciata. Lui le dava da smontare e pulire la Zastava, la pistola dell’accademia militare, e le diceva un giorno te la regalerò e tu la darai a tuo figlio, mio nipote. Lei scovolava energica meglio d’un attendente, olio e acquaragia, felice d’ubbidire cieca. 

Poi accadde che Ana diventò grande. Meno cieca. Meno allegra. Meno bella, anche. Vide il cuore vero, nero, del babbo. Gli occhi presero un’altra luce. La vita, un’altra via. Ana che sognava di diventare chirurgo, perché da giovane era stato il sogno frustrato di papà, una notte si svegliò nell’incubo. 
Era il 24 marzo 1994, aveva 23 anni. Aprì l’armadietto di casa. Tirò fuori la Zastava. Si sparò un colpo alla tempia.

Spararsi e sparire. S’è portata il segreto nella tomba, s’usa dire. Quando certe tombe non hanno alcun segreto. La scrittrice catalana Clara Usòn ha letto e ascoltato e viaggiato, quaranta mesi per raccontare «La figlia» (edizioni Sellerio) dentro un romanzo che in Spagna incoronarono libro dell’anno, adornandolo di paragoni: scespiriano, puro Cechov; per Adriano Sofri, il più bello sul ventennio balcanico. Il racconto d’una famiglia svaporata nelle guerre: «Quand’ho letto questa storia sul Times», dice Clara, che una volta faceva l’avvocato, «ho pensato subito che fosse poderosa. Una tragedia greca. O russa. Il rapporto di Ana con suo padre non ha nulla d’edipico, è tutto in un video che si può vedere su YouTube. Ci sono loro due che scherzano durante un picnic. Lo schermo nero. La scena dopo è Mladic che si dispera su una bara. Io volevo occuparmi di quel nero». 

La storia di questa ragazza cambia in un viaggio a Mosca, dove va coi compagni e sente delle cose, ne discute altre. Torture. Stupri. Ana realizza che il suo punto di riferimento, forse, non è l’eroe che crede. Torna a casa cambiata, introversa, non dice a nessuno che cosa pensi: «Ci sono molte interpretazioni possibili: Ana s’uccide per uccidere in realtà suo padre. O perché sente il peso della colpa e non può conviverci. O è una specie di sacrificio: mi ammazzo perché tu capisca, io sono la persona al mondo che tu ami di più e devi capire la sofferenza che stai infliggendo agli altri».

A Belgrado, non è un segreto dov’è la tomba di Ana. Ratko ci andava di nascosto, nei sedici anni da latitante. Il giorno dell’arresto, volle deporvi sei rose prima d’essere portato all’Aja e processato per l’assedio di Sarajevo, la pulizia etnica in Bosnia, il genocidio di Srebrenica. 

«Qualunque fosse il messaggio di sua figlia, lui non l’ha mai accettato: parla ancora d’omicidio, di cospirazione. Dice che lei non si sarebbe mai ammazzata con la Zastava, perché sapeva bene che cosa significasse per lui. Forse è proprio lì la risposta: la pistola che avrebbe dovuto simboleggiare la stirpe, è quella usata per interromperla». 

Ana s’è cancellata, come tanti suoi fratelli disperati della storia: se i piccoli Goebbels non ebbero il tempo di sentire il peso del cognome, perché fu il cianuro di mamma ad alleviarlo, Bettina Goering scelse di sterilizzarsi, pur di non trasmettere quel sangue. «Mladic non è stato capace di suicidarsi: quando lo presero, aveva molte armi, ma non ci provò nemmeno. Le colpe dei padri, è ingiusto ma è così, pesano sui figli più di quelle dei figli sui padri. Nella Bibbia, Dio pone il problema ad Abramo ed è il ragazzo che deve sacrificarsi, per provare l’amore di Dio. Oggi, il figlio d’un politico corrotto va a scuola e i compagni gli dicono: tuo padre è un ladro. Se il mostro è il genitore, non hai scelta: o neghi tutto o lo rinneghi»

Certi dna sono prove dure: il figlio di Stalin, tenentino catturato dalla Wehrmacht, s’uccide nel campo di prigionia dopo che papà, sprezzante, s’è rifiutato di scambiarlo col grande Von Paulus preso dai sovietici («non do un feldmaresciallo per ricevere un semplice tenente»). Figli di sensibilità diverse: Alina Castro ha sfogato in un libro tutto il suo disprezzo, Katrin Himmler è una signora che cerca d’argomentarlo

Il fratello di Ana, Darko, sopravvive negando il padre genocida: il libro di Clara non gli è piaciuto, ha vietato all’editore d’usare immagini di famiglia. «In Serbia ci sono molte coscienze oneste, ma senti ancora dire che i campi di concentramento serbi erano stati costruiti sui set di Hollywood con modelli anoressici. Il premier Nikolic disse cose vergognose su Srebrenica».

La tragedia di Ratko e Ana muore lì, nel più feroce sterminio mai visto in Europa dopo il nazismo. Il lavacro familiare diventa il bagno di sangue collettivo. 

Qualche settimana dopo la morte di Ana, che lui chiamava Stella, Mladic rade al suolo Gorazde: in codice, «operazione Stella». Un anno dopo, gli ottomila massacrati nell’estate contadina della Bosnia orientale: «C’è un Mladic prima e dopo la morte di Ana. Un uomo impazzito dal dolore, disperato. Sono convinta che Srebrenica sia stata una vendetta sul mondo. Gli esperti militari dicono che ammazzare tutta quella gente non aveva alcuna logica, neanche sul piano strategico». 

Ratko ora langue in una cella olandese, il processo pure. I giudici ascoltano i suoi deliri sull’Europa in pericolo e sull’Islam da fermare con ogni mezzo. «Lo leggo e mi spavento, perché quei discorsi li riconosco», dice Clara: «Spagnoli ed ex jugoslavi, siamo passati per le stesse esperienze. La guerra civile, la dittatura, le etnie, il baluardo della cristianità contro i mori (noi) e contro gli ottomani (loro). Ora che rispuntano la xenofobia e le Albe Dorate, in Europa non si vedono nuovi Mladic, ma rispuntano le loro vecchie idee. Al Bundestag, un deputato s’allarmava perché i turchi si stanno riproducendo troppo e distruggono l’identità tedesca. È quel che si diceva per gli albanesi in Kosovo! E abbiamo visto come finì…». 

Ana lo vide troppo tardi, e non sopportò il troppo.

27 ago 2026

27 agosto 2026 ( modifica il 27 agosto 2026 | 17:05)