di
Greta Privitera
Il parroco cattolico Fawadleh: «Vorrei che il Papa ci invitasse a Roma»
DALLA NOSTRA INVIATA
TAYBEH (CISGIORDANIA) – Dal punto più alto del cimitero, Taybeh si vede tutta. E tutt’intorno si vede ciò che la stringe. Sette avamposti, bianchi e provvisori solo all’apparenza, caravan e roulotte appoggiati alla terra brulla di Palestina, come denti appena spuntati. Dall’alto, le case del villaggio cristiano sembrano raccolte in una conca. Sulle creste si muovono le sagome dei giovani coloni. Ogni tanto ne scende un gruppetto lungo il sentiero. Nel paese, ci si chiede che cosa faranno stavolta.
«Di giorno entrano con le pecore. Di notte arrivano per vandalizzare», racconta don Bashar Fawadleh, seduto sui banchi della chiesa del Cristo Redentore. Arrivano armati, dice, passano davanti alle case, spaventano le famiglie, danneggiano gli ulivi, rompono ciò che trovano.

A nord di Ramallah
Taybeh è 20 chilometri a nord-est di Ramallah e ha 1.208 abitanti, tutti cristiani. La tradizione la identifica con l’Efraim del Vangelo di Giovanni, dove Gesù si ritirò dopo la resurrezione di Lazzaro. Tre chiese custodiscono questa memoria — la latina, la greco-ortodossa e la greco-cattolica melchita — e poco più in là restano le rovine di San Giorgio al-Khader, chiesa del V secolo e luogo più antico del Paese.

Il sole si posa sulla pietra bianca delle case e dei campanili, che suonano con i muezzin vicini. Fra le stradine passano le suore, e un ragazzo con le sneakers attraversa distratto e si fa il segno della croce. Le vie dei pellegrini sono deserte, i negozi chiusi.
«Con i musulmani non abbiamo problemi», dice il parroco. «Non è una guerra di religione questa. Gli invasori vogliono la terra». Taybeh è l’ultima cittadina cristiana della Cisgiordania, ma condivide la sorte di molti villaggi palestinesi sotto assedio — i coloni sono oltre 700 mila. Le colline a est si sono riempite di avamposti. «Vivono nelle roulotte, come beduini, e vogliono questa striscia di terra perché arriva fino al Giordano», racconta don Bashar.
A luglio del 2025 hanno appiccato un incendio dietro San Giorgio al-Khader. I residenti e vigili del fuoco hanno salvato la chiesa, ma le fiamme sono tornate nei campi. Negli ultimi mesi sono state bruciate otto auto, «rubano trattori, telefoni, attrezzi. Entrano in città con le pistole, con i kalashnikov. Lo fanno per provocare una reazione, per avere il pretesto di trasformare la difesa in scontro aperto».
Il paese è stato dichiarato zona militare dall’esercito israeliano, per fermare le aggressioni. Ma chi vive qui non sa più che cosa significhi quella formula. «Protezione dovrebbe voler dire poter andare sulla propria terra senza paura. Noi non possiamo farlo». Per questo, a ottobre, la raccolta delle olive rischia di andare perduta. «Chi entra nei campi può essere aggredito. È già successo».
Don Bashar accusa l’esercito di non fermare gli attacchi. «Quando vedete l’Idf in uniforme sono soldati. Quando se la tolgono sono coloni». La polizia palestinese ha una stazione a Taybeh, ma non interviene. «Non lo fa per non entrare in conflitto. Una volta li ho cacciati io dalla nostra Chiesa. L’Anp di Abu Mazen non muove un dito. A noi chi ci pensa?».
Dal 7 ottobre 2023, sedici famiglie hanno lasciato il paese, il 5% della popolazione. Non ci sono più permessi per andare a lavorare a Gerusalemme, né turismo per le botteghe. «La chiesa è rimasta l’unico rifugio», dice il don. «La gente viene a chiedermi aiuto per le medicine, le bollette, le rette scolastiche».
Il cardinale Pierbattista Pizzaballa è stato a Taybeh la scorsa settimana e, ricorda il parroco, li ha aiutati più volte, anche mobilitando i canali della Santa Sede. «Ho ottimi rapporti con il Vaticano, ma vorrei che facesse di più», continua. «Vorrei che il Papa ci invitasse a Roma. Vogliamo sentire che abbiamo un padre che si prende cura della nostra comunità». Pizzaballa ha detto che, se Taybeh fallisce, «falliamo ovunque». «Noi siamo pochi, ma qui è nato il Cristianesimo. Non possiamo lasciare che la paura metta un punto alla nostra storia».
Le viti danneggiate
A qualche metro dalla chiesa, c’è la Taybeh Brewing Company di Madees Khoury e della sua famiglia, «il primo microbirrificio del Medio Oriente», dice lei, un’azienda che produce anche vino. La sua birra arriva in Europa, ma i coloni «ci impediscono di usare l’acqua della sorgente: per noi è un danno enorme». Poi racconta di un colono che «da solo, in una notte, ci ha tagliato tutte le vigne del cabernet. Che gioco è questo? Qui viviamo a metà», dice. Ogni giorno dipende dal possibile prossimo attacco, da un cancello che diventa all’improvviso un checkpoint e che per ore non ti lascia passare. «Non ho speranza che le cose cambino, siamo esausti e siamo soli». Quando però le chiedi perché non se ne vada, risponde che «restare è l’unico modo che abbiamo per resistere. Questa è casa nostra»
28 agosto 2026
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