di Stefania Ulivi
Romana, 45 anni, è in concorso con il thriller psicologico “L’estranea dell’esordiente Paolo Strippoli (e con Succederà questa notte di Nanni Moretti). «Mettersi in discussione è molto femminile», dice, «va trasformato in qualcosa di potente». E ancora: «I modelli di madri assolute sono lontanissimi dal mio vissuto. Faccio fatica a stare dentro alle costrizioni»
«Portatore di modi di pensare e agire superati e perfino nocivi». È il significato, insegna il vocabolario Treccani, del termine boomer. L’ultimo che ci si aspetterebbe in bocca a Jasmine Trinca, 45 anni, per parlare di sé. Eppure, racconta l’attrice a 7, è così che si è sentita al cospetto di Paolo Strippoli, 33, il regista de L’estranea, uno dei due film con cui l’attrice romana è in concorso a Venezia 83 (l’altro è Succederà questa notte di Nanni Moretti, in coppia con Louis Garrell, a cui si deve il suo esordio ai tempi de La stanza del figlio, 2001).
È vero che quest’anno ha festeggiato i 25 anni di carriera, ma, ci perdoni, si fa fatica a considerarla una boomer, e non solo perché è nata nel 1981. Non è esattamente una passatista…
«Ma è così che mi sono sentita di fronte a Paolo Strippoli, soprattutto quando mi ha annunciato che a Toronto, dove porteremo il film dopo Venezia, al TIFF 2026, mi avrebbe fatto conoscere il gotha del cinema di genere, nomi di culto che io ignoravo. Mi sono sentita giurassica».
C’è molta curiosità a proposito de L’estranea. Si sa che è un thriller psicologico. «Una donna si presenta all’improvviso a casa di sua figlia per raccontarle la verità sulla loro famiglia, segnata da un patto stretto molti anni prima con un’estranea. Un segreto custodito troppo a lungo, che ora torna a reclamare il suo prezzo», recita la sinossi.
Lei l’ha presentato come «una bomba», «un esempio di cinema capace di rinnovarsi». Cosa l’ha colpita?
«Strippoli mi ha convinta quando mi ha fatto leggere la sceneggiatura, scritta con Salvatore de Chirico. Ci ho trovato alcuni temi che mi intrigano, i mostri che abbiamo dentro di noi, non quelli che arrivano da fuori e compaiono la notte. Non si tratta di un semplice film di genere ma è un’opera che va nel profondo. E che mi ha permesso di giocare, attraversando epoche e stati d’animo dello stesso personaggio. Un bel luna park come attrice».
Lei interpreta Anna, una donna borghese sposata con Walter e madre di due figli: Tobia e Alice. Che da adulta è Romana Maggiora Vergano.
«Ho passato metà del film con un trucco prostetico per apparire una signora più grande, una maschera che però mi ha permesso anche di nascondere alcuni aspetti come l’ipocrisia, l’appartenenza a un’idea di perfezione, di controllo. Tutte caratteristiche molto lontane da me».
L’impressione è che, come attrice, cerchi sempre più spesso personaggi sfidanti. Come la Elena de Gli occhi degli altri di Andrea De Sica, ispirato al delitto Casati. Ultimamente l’abbiamo vista in personaggi di madri ai suoi antipodi, come ne La scuola cattolica, il film di Stefano Mordini, o La gioia di Nicolangelo Gelormini. È una coincidenza?
«Lo prendo anche come un tentativo politico di dire che rispetto alla maternità le donne possono comportarsi in tutti i modi, tutti leciti. Essere madri o non esserlo, essere incasinate o risolte. E mi è piaciuta che nel film di Strippoli ci sia, sottotraccia, una denuncia di quanto un certo concetto di materno sia influenzato dalla società, dal giudizio, dal formalismo. I modelli di madri assolute che, appunto, sono lontanissimi dal mio vissuto. Per carattere e cultura, faccio fatica a stare dentro alle costrizioni».
Da cinefila, si è ispirata a qualche personaggio mutuato da film?
«Adoro le figure di donne assolute, crudeli, anche un po’ fuori controllo che il cinema ha raccontato magistralmente. E dunque, certo, ho pensato a una cosa estrema come Psycho. E mi sono ricordata di Katherine Hepburn, la Violet Venable di Improvvisamente l’estate scorsa, nella scena di culto in cui scende con l’ascensore. Ma anche di un film come Gente comune, di come sa evocare il peso delle cose rimosse nei rapporti madre figlio».
Per tornare al presente, nella sua carriera Valeria Golino ha giocato un ruolo chiave: lei è stata protagonista di Miele, esordio alla regia di Golino, che poi l’ha diretta in Euforia, di recente nella serie tv L’arte della gioia tratto da Goliarda Sapienza, e che parla di lei come di una musa. E lei, Jasmine, come diverse sue colleghe, ha descritto Golino come una complice e una mentore. Non pensa di esserlo diventato anche lei con attrici ventenni come Romana Maggiora Vergano o Tecla Insolia?
«Non sta a me dirlo. Sono attrici che stimo molto. Mi rendo conto che sono arrivata a quella fase in cui interpreto le loro madri. Nel caso di Tecla, nella serie, ero in realtà una madre superiora. Anche lei, lontana dagli schemi, una nota molto dissonante. Con Romana ci siamo conosciute sul set de La storia di Francesca Archibugi e ritrovate di recente nel nuovo film che sta girando Maria Sole Tognazzi. Qui, ne L’estranea, lavorare con lei è stato un bel passo a due. Guardare giovani attrici piene di talento ti spinge a metterti in discussione. Mi piace poter dire a una giovane donna che ancora, per questioni anagrafiche, non ha fatto alcuni passaggi: “Stai tranquilla”».
Un po’ materna?
«No, no, per nulla. Non da madre, semmai da sorella. Vorrei dire che tutta questa inquietudine che portiamo con noi, non dico che non si debba avere ma va utilizzata in un modo propulsivo. Mettersi in discussione è molto, molto femminile, ma è una cosa che dobbiamo usare come un vero e proprio carburante. Per trasformare la fragilità o l’incertezza in qualcosa di potente: trovare la propria voce e farla sentire».
Nel 2018 era una delle 82 donne sulla scalinata del Palais du cinema per la spettacolare protesta guidata dalla presidente di giuria Cate Blanchett e da una veterana come Agnès Varda contro la disparità di genere nell’industria cinematografica. Cosa pensa del fatto nel concorso di Venezia 83 ci sia solo una regista, May el-Toukhy con Woman Unknown?
«Quell’immagine sulla scalinata era legata all’ondata del “Me Too” che si era portato dietro non soltanto una nuova coscienza rispetto a tutta la questione degli abusi, ma anche rispetto allo spazio delle donne. E dopo portammo anche a Venezia, come in altre rassegne internazionali, l’impegno per l’equità di genere della campagna #5050×2020. Ora siamo nel 2026 e un dato simile salta all’occhio. È una cosa sistemica, che attraversa i festival reputati più importanti al mondo. Secondo me è sempre inaccettabile. Penso che tutti, non soltanto le femministe arrabbiate, dobbiamo porci questo problema della rappresentazione del mondo come una priorità. Una necessità per portare una completezza di sguardo che, peraltro, non riguarda soltanto le donne ma tutte le diversità che devono essere non necessariamente rappresentate, ma tenute presenti. Quando si dice che la selezione di un festival – frutto di scelte sempre soggettive, certo – è uno strumento per conoscere il mondo reale, mi viene da dire che il mondo reale non è un mondo parziale, ma composito. Sa cosa mi fa male?».
Cosa?
«Se non diamo un segno dando spazio a nuovi sguardi e mettendoli in condizione di competere è come dire che fino a un certo punto le donne ci sono e poi sull’ultimo scalino, quello della vera competizione, ecco che improvvisamente la percentuale delle autrici si abbassa. E questo non può essere per me mai giustificato con un discorso di qualità».
È la spiegazione che ha dato il direttore artistico Alberto Barbera: «Ho sperato, disperatamente, di trovare film diretti da registe che fossero di qualità adeguata per essere ammessi al concorso».
«La qualità non è mai un dato di fatto, è puramente soggettiva e discutibile. E, comunque, non voglio mai più sentir dire – lo dico anche a me stessa, mi chiamo in causa, lo facciamo noi per prime -, però non voglio più sentire dire che le donne fanno piccoli film. Mai più».
A proposito di regia. Lei ha esordito dietro la macchina da presa con un cortometraggio, Being My Mom, seguito due anni dopo dal lungo Marcel! C’è un nuovo progetto in arrivo?
«Negli ultimi tempi ho lavorato tantissimo come attrice, con autori e progetti diversi. È stata una congiuntura astrale per cui tanti film sono usciti insieme. Quindi tanti femminili differenti nella stessa donna. Ora sto finendo di girare un’opera prima di una regista, Giada Bossi, per cui faccio il tifo. E ora vorrei far riposare gli altri dalla visione di me, penso che sia importante anche a un certo punto fermarsi. Arriverà il momento di una bella pausa dai set, per immaginare anch’io il mio racconto, che faccio lo sforzo di non definire “piccolo”, proprio per il discorso che ho appena fatto».
Ha iniziato giovanissima, scritturata, quando ancora frequentava il liceo Virgilio, per La stanza del figlio di Moretti. Poi arrivò La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana e poi un film dopo l’altro, con registi come i fratelli Taviani, Riccardo Milani, Paolo Virzì, Bertrand Bonello, Sergio Castellitto, Ferzan Özpetek, Francesca Archibugi, Valeria Golino. Non era tra i suoi piani fare l’attrice, si vedeva archeologa. Ogni tanto si domanda come sarebbe stata, in caso, la sua vita?
«L’ironia del destino, di aver continuato a fare l’attrice, mi ha permesso di vivere tante altre vite. E lo faccio proprio come esercizio continuo, di dirmi: potevo essere un’altra. Ho immaginato a lungo che cosa sarebbe stato diventare un’archeologa e siccome ho qualche amica che lo è, so che sarebbe stata una bella fatica. Quindi diciamo che va benissimo così, che le stelle abbiano deciso per me».
Sua figlia Elsa sta arrivando all’età in cui lei ha preso la strada che l’ha portata fino a qui. Ci pensa mai?
«Lei fa il penultimo anno del Classico. La cosa buffa è che non era troppo convinta della scelta. E ora le è scattata la passione per i classici, la fai felice se la porti a vedere uno spettacolo sperimentale su Sofocle. Tende a essere un’integralista. Discutevamo già anni fa per le fiabe rielaborate da Disney, lei sempre piuttosto purista, io che cercavo di sdrammatizzare: ma dai, i sette nani, lo stregatto, sono invenzioni. Ma lei pretendeva fedeltà al testo. Ora le ha preso l’integralismo dei classici. E io che non ho ancora visto l’Odissea di Nolan, non so se avrò la forza di misurami poi con lei».
IL FILM
L’estranea
Il thriller psicologico diretto da Paolo Strippoli, racconta la storia di Anna (Jasmine Trinca), una donna che durante un temporale si presenta senza preavviso all’appartamento romano della figlia Alice (Romana Maggiora Vergano). Non può più aspettare, deve confessarle una verità tenuta nascosta per vent’anni, una bugia che ha sorretto l’intera storia della loro famiglia e che ora sta crollando sotto il peso delle conseguenze.
La donna rivela di aver stretto un patto con una misteriosa Estranea per salvare la vita di Alice dopo un grave incidente avvenuto quando era bambina. Un patto che, come una maledizione, ha generato una lunga catena di eventi oscuri e dolorosi…
Prodotto da Propaganda Italia con Rai Cinema in associazione con Dinamo Film, L’estranea vede nel cast Romana Maggiora Vergano, Adriano Giannini e Valeria Bruni Tedeschi. Uscirà nelle sale l’8 ottobre
28 agosto 2026
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