Uno dei simboli indiscussi di Naoshima, piccola isola del Giappone affacciata sull’area di Uno Port, a circa un’ora di treno da Okayama, è una gigantesca zucca gialla a pois neri. Intitolata Pumpkin, è un’opera della celebre artista, recentemente scomparsa, Yayoi Kusama, divenuta negli anni uno dei simboli più riconoscibili dell’isola. Realizzata nel 1994 in occasione della mostra all’aperto Open Air ’94: Out of Bounds organizzata dalla Benesse House, la zucca fu concepita inizialmente per essere un’installazione temporanea, destinata a occupare la parte terminale di un vecchio molo, stagliandosi così contro il blu del mare e l’orizzonte infinito. Alta circa due metri e larga due metri e mezzo, con la sua forma morbida e sproporzionata e una cromia volutamente stridente, appare ancora oggi come un oggetto alieno, quasi precipitato sulla costa, eppure sorprendentemente integrato nel paesaggio rigoglioso e verdeggiante che la circonda. Questo ortaggio, tuttavia, non rappresenta soltanto una delle immagini più celebri associate all’isola, ma costituisce anche un elemento centrale della ricerca artistica di Kusama. Nel corso degli anni, la zucca è infatti divenuta un vero e proprio simbolo della cultura pop, capace di attraversare epoche, generazioni e differenti strati sociali. È uno dei soggetti attraverso cui l’artista ha elaborato una poetica profondamente personale, fondata sulla ripetizione, sull’ossessione e sulla moltiplicazione, fino a mettere in discussione il confine stesso tra l’opera d’arte e la vita quotidiana. La sua apparente semplicità formale cela una complessa stratificazione simbolica, nella quale l’elemento naturale viene trasformato in una figura quasi perturbante, sospesa tra familiarità e straniamento.
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L’origine di questa particolare iconografia affonda le proprie radici nella storia personale dell’artista. Kusama ha vissuto un’infanzia poco felice, segnata da un ambiente familiare difficile e da forti esperienze psichiche che, fin dai primi anni di età, alteravano profondamente la sua percezione della realtà e il modo in cui entrava in relazione con ciò che la circondava. Verso i dieci anni ha cominciato a vivere esperienze visive e uditive estremamente intense, visualizzando grandi punti, fiori, reti e motivi a griglia che ricoprivano pareti, soffitti, il proprio corpo e popolavano il suo intero presente.
Nata e cresciuta a Matsumoto, in una famiglia impegnata nella coltivazione e nel commercio di semi, fin da bambina ha raccontato di essere stata attratta dalle zucche che vedeva nei campi e che rappresentavano per lei una presenza confortevole e rassicurante, quasi “umana”, all’interno di un presente difficile. Questa verdura comune e umile, legata alla sua quotidianità, ha assunto nel tempo un valore archetipico. L’artista ne ha fatto un simbolo di anti-monumentalità, un soggetto semplice, ancestrale e al tempo stesso ironico, lontano dalla tradizionale idea di solennità dell’arte. La sua superficie, inoltre, si prestava particolarmente alla reiterazione di pois e trame, elementi ricorrenti nel linguaggio visivo di Kusama, attraverso i quali ha tradotto e controllato le proprie percezioni, ossessioni e ricorrenti esperienze allucinatorie.
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La prima zucca viene realizzata nel 1946, quando Kusama è ancora adolescente. La rappresenta come un soggetto figurativo, osservato e dipinto direttamente, non è ancora il viatico del suo mondo psichedelico. Fino agli anni ’80 è uno dei suoi soggetti prediletti, protagonista di molte tele e disegni, ma è in questo decennio che diventa presenza scultorea. Inizialmente realizzata in carta, argilla e plastilina, la zucca assume la sua forma riconoscibile, volumi gonfi e compatti, caratterizzati da spicchi ben definiti, superfici lisce e un bel picciolo in evidenza. Per Kusama, tuttavia, la sua semplice presenza nello spazio non è sufficiente e anche questo elemento deve essere ripetuto e moltiplicato, fino a suggerire un’espansione potenzialmente infinita. La svolta avviene nel 1991, quando l’artista introduce l’uso sistematico degli specchi per riflettere e moltiplicare le proprie forme, trasformando l’opera in un ambiente immersivo e apparentemente senza confini. È questa concezione dello spazio infinito che trova una delle sue espressioni più significative nella celebre installazione presentata alla Biennale di Venezia del 1993 dal titolo Pumpkin. Qui il soggetto si riverbera fino a perdere quasi la propria individualità per diventare parte di uno spazio infinito.
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L’ortaggio è il paradigma di un essere e di un esistere sospesi nel mondo, che Kusama trasforma in una forte presenza simbolica, capace di trascendere la sua dimensione quotidiana e di imporsi nella realtà. Tratta infatti lo spazio pubblico come fosse un immenso orto, facendo spuntare le sue zucche nei contesti più prestigiosi: dai Kensington Gardens di Londra, dove si trova la più grande Pumpkin al mondo, al North Bund di Shanghai, dove è stata esposta una versione gonfiabile alta oltre dieci metri; fino ai musei, dal Matsumoto City Museum of Art all’Hirshhorn Museum and Sculpture Garden di Washington, passando per la National Gallery of Victoria di Melbourne, dove troneggia Dancing Pumpkin, colossale e sostenuta da undici “tentacoli” gialli e neri.
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Dalla traccia di una memoria privata, la zucca è riuscita a diventare un elemento estetico capace di attraversare il mondo dell’arte e quello più popolare e commerciale. L’apice del suo successo arriva infatti nel 2012, quando Marc Jacobs la sceglie come oggetto di lusso per Louis Vuitton, trasformando questa matrice di pois e ripetizioni in borse, bauli, foulard, abiti, sedute e complementi d’arredo. Ed è forse proprio qui che la zucca rivela il suo paradosso più interessante.
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La sua origine è quanto di più lontano si possa immaginare dal lusso: è un frutto della terra, comune, quotidiano, quasi umile. Kusama non ne ha cancellato la natura, ma l’ha portata all’estremo opposto, trasformandola in un simbolo desiderabile e immediatamente riconoscibile. Per lei è stata più di un semplice soggetto: è stata una forma di resistenza. Kusama non ha reso straordinario ciò che era ordinario, ma ha dimostrato che anche l’ordinario, se attraversato da uno sguardo radicalmente personale, può rivelare una forma di infinito.




