di Francesco Battistini
Nel luglio 1995, in soli otto giorni, vennero uccise quasi 10mila persone. Il mondo restò a guardare, a partire dai Caschi blu Onu che avrebbero dovuto proteggere l’enclave musulmana. L’allora generale serbo Mladic accarezzava i piccoli prima di mandarli sottoterra, e fece spargere i resti umani tra le fosse comuni più distante, per rendere impossibile il ritrovamento
Il generale serbo Ratko Mladic, «il macellaio di Srebrenica», è morto giovedì 27 agosto nel carcere dove stava scontando l’ergastolo per crimini di guerra. Aveva 84 anni. Ripubblichiamo l’articolo apparso su 7, il magazine del Corriere, nel 2025, in occasione del 30esimo anniversario del massacro di Srebrenica.
Respira male, ha un pacemaker e i reni andati, passa da un ictus a un infarto. La malattia l’ha torturato lentamente e l’ha fatto soffrire a lungo. Infine, l’ha aspettato su questa soglia: il trentennale di Srebrenica. «Il generale sta morendo», ripete il figlio di Ratko Mladic: «I medici dell’Aja m’hanno spiegato che è alla fine. Io penso che lasciarlo in carcere non sia umano: il generale ha 83 anni, non c’è pericolo di fuga…». Darko Mladic usa a fatica la parola papà e ancora si mette sull’attenti, appena nomina il generale. Non come l’altra figlia, Ana, che inorridita dalla vergogna si suicidò.
Darko vorrebbe far uscire suo padre dall’ergastolo, «pover’uomo», e portarlo a casa a vedere per l’ultima volta il nipotino. «Adesso, al più presto». Proprio adesso, mentre si ricorda l’anniversario del dolore e rispuntano quelle foto, di Mladic che accarezzava i capelli dei bambini, prima di mandarli sottoterra.
Darko chiede di dare una bella morte al comandante serbo che lasciò stuprare le bimbe bosniache, prima di sgozzarle. E poi decapitare gli uomini, dopo averli fatti sodomizzare. E disossare le madri davanti alle figlie. Ed evirare i vecchi. E infine spargere i pezzi di migliaia di cadaveri nelle fosse comuni più lontane, perché nessuno li trovasse mai. Già: perché lasciarlo chiuso in una prigione olandese?
Le tragedie dei Balcani hanno l’esodo lungo. E il coro cupo non si tace. Un giorno, al sacrario in Bosnia si presentò il generale francese Philippe Morillon, ormai vecchio. Ai tempi del massacro comandava il contingente delle United Nations, che i balcanici da allora chiamano con disprezzo United Nothing. Venne a chiedere perdono per i suoi caschi blu olandesi: avevano promesso di proteggere i bosniaci e invece se n’erano andati a ballare nelle discoteche di Spalato, lasciando pasto libero alle zanne dei paramilitari di Mladic. «Sono qui come cristiano», disse Morillon. Le mamme di Srebrenica lo cacciarono dal cimitero musulmano, maledicendolo: «Guardalo bene questo luogo, Morillon! È il tuo specchio! E Dio non ti perdonerà mai!».
Gli anniversari di Srebrenica sono sempre stati un problema. Il decimo, in piena guerra al jihadismo globale, la comunità internazionale finse quasi di non ricordarselo: quel macello di musulmani, massì, era stato un pedaggio necessario perché s’arrivasse alla pace di Dayton… Il ventesimo finì a pietrate e bottigliate.
Il trentesimo è stato un ribollio di rancori. Quante cattive coscienze, quanti coccodrilli in lacrime. E quanto passato trafitto dai sensi di colpa. Il governo olandese che si dimise, travolto dal più vergognoso tradimento mai avvenuto in tutta la storia dell’Onu. E Raymond Braat, casco blu allora ventenne, che continua ancora oggi a vivere il suo dopoguerra di rimorsi: «Una sera stavamo guardando un film sui nazisti», rievoca, «e ho detto a mia moglie: “Lo vedi quello? Sono stato così anch’io, come le Ss…” Lo sapevamo benissimo, che tutta quella gente sarebbe morta».
Per elaborare i suoi incubi notturni, ora il soldato Braat va per teatri a recitare sé stesso, assieme a un’orfana di Srebrenica: «A lungo ho desiderato morire», le dice sulla scena, «non posso ridarti tuo padre, Alma, ma dimmi che cosa posso fare per te adesso».
Non sappiamo nemmeno quanti ne furono ammazzati. Otto giorni d’esecuzioni, 8.372 i corpi ammassati. Ma 1.534 salme sono ancora da identificare e ce n’è almeno altre mille scomparse nel nulla. «Di mio marito, s’è trovata solo una mascella», racconta Mevlida Omerovic, 69 anni, che perse cinquanta parenti, «ho aspettato inutilmente che spuntasse dalla terra anche il resto. Ora basta: voglio avere una tomba, per piangerlo».
A sopravvivere, è anche l’omertà: negli ultimi quattro anni i bosniaci hanno continuato a cercare nei boschi, a dragare la Drina. Non hanno trovato nemmeno un cadavere. Perché i serbi che sanno, non parlano. E se parlano, è per negare. Gli anniversari peggiori, non abbiamo bisogno di salvarli in un’app. Non serve il remind del cellulare: sappiamo tutti dell’11 settembre di New York, del 24 febbraio ucraino, del 7 ottobre che colpì al cuore Israele e incenerì Gaza.
In Bosnia c’è voluta l’Onu, l’anno scorso, perché finalmente si mettessero le maiuscole all’Undici Luglio e alla «Giornata Internazionale del Genocidio di Srebrenica 1995».
Già, genocidio: lo sterminio pianificato d’intere stirpi. Una parola capace di trasfigurare «semplici» criminali di guerra in ideatori del male assoluto. L’etichetta infamante che nessun popolo vuole: i turchi per gli armeni, gli americani per gl’indiani, gli hutu per i tutsi, i khmer rossi per la Cambogia, i russi per gli ucraini, gli israeliani per i palestinesi.
Perfino la diabolica triade «Mkm» – con Mladic, c’erano il nazionalista Slobodan Milosevic e l’ideologo delle pulizie etniche, Radovan Karadzic – s’è sempre fatta scudo d’un presunto diritto allo spazio vitale. «È una falsa narrazione», nega ancora oggi Milorad Dodik, l’ultimo capo dei serbo bosniaci, il piccolo Putin che non accetta «la manipolazione politica del Tribunale dell’Aja e degli 8mila morti: quello fu un grave crimine di guerra, ma non si può definirlo tecnicamente un genocidio».
S’avanza un certo revisionismo. Un desiderio di redistribuire le responsabilità. Le colpe dell’Onu, della Nato, dei bosniaci vengono elencate secondo uno schema «ucraino»: gli aggrediti e i pacificatori, messi sullo stesso piano degli aggressori. Le bugie dell’Occidente – che di sicuro mentì, però poi se ne vergognò almeno un po’ – equiparate ai crimini dei serbi che, invece, hanno fatto ben pochi conti col passato. In realtà, prima ancora dell’Aja, è stato un collega di Mladic a riconoscere che gli «Mkm» programmarono a tavolino l’annientamento dei musulmani di Srebrenica: «È chiaro» ha ammesso il generale Radislav Krstich, recluso in Olanda «che le forze del mio esercito commisero un vero genocidio contro i musulmani di Bosnia: vari membri del nostro stato maggiore avevano quest’intenzione». Qualche giorno prima dell’Undici Luglio, nella Republika Srpska, Dodik e i suoi hanno organizzato una cerimonia alternativa sui prati di Bratunac. Una contro-commemorazione, una contronarrazione. C’era anche Porfiije, il patriarca della Chiesa ortodossa, a benedire quella «giornata di lutto per ricordare i 3.300 serbi che negli Anni 90 vennero uccisi dai bosniaci, un dolore sconosciuto e nascosto». Il nome di Srebrenica, mai pronunciato. Soltanto una citazione, per «l’altro evento in programma non lontano da qui». E un appello alla comunità internazionale: «Vogliamo giustizia anche per i nostri martiri». Fosse stato libero il martire Mladic, l’avrebbero invitato di sicuro.
28 agosto 2026 ( modifica il 28 agosto 2026 | 18:19)
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