Un’analisi nazionale danese ha rivelato il punto debole di uno dei farmaci che hanno trasformato il trattamento dell’obesità: non basta cominciare la terapia con semaglutide, bisogna riuscire a continuarla. E qui la distanza è clamorosa. Su 157.822 adulti senza diabete che avevano iniziato il trattamento per il controllo del peso, quasi uno su due è andato incontro a un’interruzione entro il primo anno.

Lo studio, pubblicato il 28 agosto su JAMA Network Open, ha esaminato le terapie avviate in Danimarca tra dicembre 2022 e novembre 2024. Dopo tre mesi aveva interrotto il 13% dei pazienti; dopo sei mesi il 27%; dopo nove il 39%. A dodici mesi si arrivava al 49%, pari a 77.483 persone. Precisiamo, però, che per “interruzione” i ricercatori hanno inteso almeno 60 giorni senza copertura della prescrizione: non necessariamente, dunque, un abbandono definitivo, tanto che circa un quarto di coloro che si erano fermati ha ricominciato entro tre mesi.

Chi interrompe più facilmente? I giovani fra 18 e 29 anni presentavano un rischio superiore del 49% rispetto agli adulti fra 45 e 59 anni; negli uomini l’aumento era del 16% rispetto alle donne. Un incremento più contenuto compariva inoltre fra i residenti nei comuni a reddito più basso, nelle persone con una situazione clinica maggiormente complessa e in chi aveva già ricevuto trattamenti gastrointestinali o psichiatrici. Ma non è tutto: persino nel sottogruppo più favorevole il rischio di fermarsi non scendeva sotto il 41%. Il fenomeno, insomma, non riguardava una piccola categoria particolarmente vulnerabile, bensì attraversava l’intera popolazione osservata.

Le ragioni possono essere diverse: effetti indesiderati gastrointestinali; impiego intermittente o a dosi inferiori a quelle raccomandate; costo della terapia. Quest’ultimo, in Danimarca, è tutt’altro che trascurabile, poiché il trattamento dell’obesità non è attualmente rimborsato e può richiedere una spesa annuale compresa fra 2.200 e 3.700 euro, secondo la dose. È come avere a disposizione una macchina terapeutica efficace, ma doverne alimentare continuamente il motore: se il denaro, la tollerabilità o l’accesso vengono meno, la macchina si arresta. Lo studio danese, tuttavia, non conosceva quanto avesse pagato ciascun paziente e non poteva domandargli perché avesse sospeso; indica quindi spiegazioni possibili, non verdetti.

Un secondo lavoro, apparso nello stesso giorno su JAMA Health Forum, porta la questione negli Stati Uniti e rende il ruolo della spesa ancora più visibile. I ricercatori hanno analizzato 8.914 adulti con obesità, senza diabete e coperti da assicurazioni private, calcolando l’aderenza attraverso la quota di giorni dell’anno effettivamente coperti dal farmaco. Anche fra coloro che pagavano non più di 21 dollari ogni 30 giorni, la non aderenza raggiungeva già il 75,8%; oltre i 168 dollari saliva all’83,4%.

Il gradino cominciava a comparire già al di sopra di circa 75 dollari mensili. Dopo gli aggiustamenti statistici, le persone appartenenti alla fascia di spesa più elevata mostravano una probabilità di non aderenza superiore di 9 punti percentuali rispetto a quelle della fascia più bassa. Il costo, dunque, sembra pesare. Ma a scanso di equivoci, un’associazione non dimostra da sola un rapporto di causa: tipo di assicurazione, condizioni economiche e caratteristiche personali possono intrecciarsi, come fili nella stessa trama, e contribuire insieme al risultato.

Perché questa discontinuità è tanto importante? Perché semaglutide è stato studiato come terapia continuativa di una malattia cronica, l’obesità, e i suoi benefici possono diminuire quando il trattamento viene sospeso. Nell’estensione dello studio STEP 1, un anno dopo l’interruzione di semaglutide alla dose di 2,4 mg, i partecipanti avevano recuperato in media circa due terzi del peso perduto; nello stesso tempo si era verificata una parziale regressione di diversi miglioramenti cardiometabolici.

Ciò non significa che ogni paziente destinato a sospendere riprenderà inevitabilmente peso, né che una pausa debba essere considerata sempre un fallimento. Significa, piuttosto, che l’efficacia ottenuta nelle condizioni controllate degli studi clinici non passa automaticamente nella vita quotidiana: fra la prescrizione e il risultato duraturo si frappongono il prezzo, gli effetti indesiderati, la possibilità di procurarsi il farmaco e la continuità dell’assistenza. Semaglutide può funzionare; la questione è quanti pazienti riusciranno, concretamente, a mantenerne il trattamento nel lungo periodo.


Mailhac A, Pedersen L, Petersen I, et al. “Discontinuation of Semaglutide Therapy for Obesity Management”. JAMA Network Open, 28 agosto 2026. doi: 10.1001/jamanetworkopen.2026.31371.

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Shin E, Kim H, Lee J, Hall DB, Rajbhandari J. “Out-of-Pocket Costs and Adherence to Semaglutide for Obesity Among Commercially Insured Adults”. JAMA Health Forum, 28 agosto 2026. doi: 10.1001/jamahealthforum.2026.3113.

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Wilding JPH, Batterham RL, et al. “Weight regain and cardiometabolic effects after withdrawal of semaglutide: The STEP 1 trial extension”. Diabetes, Obesity and Metabolism, 2022;24:1553–1564. doi: 10.1111/dom.14725.

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