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Andrea Grignolio Corsini*
Tutto inzia con una ricerca comparsa del 1998 su una rivista scientifica, poi ritirata e smentita da moltissimi altri studi. Ma la storia è più complessa e affonda le sue radici in conflitti d’interesse economici non dichiarati
I recenti casi di cronaca relativi alla difterite a Palermo e le notizie di bambini morti di morbillo nello Stati Uniti invitano a riflettere sulla sfiducia nei confronti dei vaccini motivata dalla convinzione che provochino l’autismo.
In questi giorni medici ed esperti di malattie infettive hanno ricordato, giustamente, ciò che la scienza ha stabilito da tempo: nessun vaccino causa l’autismo. È forse utile allora fare qualcosa di diverso. Lasciamo da parte i molti studi che dimostrano l’assenza di questo rapporto e raccontiamo invece una storia, sperando che possa servire a qualche genitore ancora dubbioso.
Dobbiamo tornare nella Londra del 1998. Il 28 febbraio una delle riviste mediche più prestigiose, The Lancet, pubblica un articolo firmato dal chirurgo e gastroenterologo Andrew Wakefield e da altri dodici ricercatori. Il gruppo sperimentale è minuscolo: dodici bambini, otto dei quali, secondo quanto riferito dai genitori, avevano sviluppato disturbi comportamentali dopo la vaccinazione trivalente MPR — morbillo, parotite, rosolia — insieme a sintomi intestinali. Wakefield propone l’esistenza di una nuova condizione, che verrà chiamata “enterocolite autistica”, e suggerisce un’associazione temporale tra vaccinazione, infiammazione intestinale e regressione dello sviluppo comportamentale. L’articolo ‘scientifico’ mantiene, astutamente, qualche cautela sulla relazione autismo-vaccini; Wakefield, mediaticamente, molto meno. Nelle interviste e nella conferenza stampa che accompagnano la pubblicazione invita i genitori a preferire vaccini separati ─ i cosiddetti monovalenti: un vaccino per morbillo, uno per la parotite e così via ─ e trasforma progressivamente un’ipotesi in un sospetto di causalità diretta tra vaccini e autismo.
La comunità scientifica reagisce, ma in maniera molto diversa da come verrà successivamente raccontato sul web e negli ambienti antivaccinali. Wakefield non viene perseguitato perché propone un’idea eretica, contro la “medicina ufficiale” o le aziende produttrici, né la sua ipotesi viene minimamente censurata. Viene anzi presa molto sul serio e sottoposta al normale meccanismo di controllo della scienza: diversi gruppi di ricerca cercano di replicarla, utilizzando popolazioni molto più grandi dei suoi soli dodici bambini. Non ci riescono, ogni ricerca dice il contrario: gruppi di bambini vaccinati e non vaccinati hanno la stessa frequenza di casi di autismo. La scienza non valuta una ricerca in base alla sua accettabilità sociale, chiede solo se è riproducibile. E l’esperimento di Wakefield non si riesce a riprodurre, mai.
Ma per svelare il segreto di questa storia, bisogna riavvolgere il nastro.
Due anni prima della pubblicazione, nel 1996, Wakefield era stato ingaggiato dall’avvocato Richard Barr, che preparava un’azione legale contro i produttori del vaccino MPR. Veniva pagato 150 sterline l’ora e avrebbe infine incassato 435.643 sterline, con richiesta di rimborso su fondi governativi destinati agli indigenti. Alcuni dei bambini dello studio provenivano proprio da famiglie coinvolte nell’ambiente che attribuiva ai vaccini i disturbi dei propri figli. Quell’abnorme conflitto di interessi non venne dichiarato ai lettori dell’articolo su The Lancet, come invece è obbligatorio fare.
La pistola fumante che svela le vere intenzioni di Wakefield emerge un anno dopo. Nel 1997, otto mesi prima della dell’articolo sulla relazione autismo-vaccini, Wakefield aveva depositato un proprio brevetto per produrre un vaccino unico (monovalente) contro il morbillo perché, a suo dire, più “sicuro”: accusare il trivalente di causare l’autismo avrebbe fatto schizzare le vendite del suo vaccino personale.
L’anno precedente aveva dunque cominciato a lavorare con chi voleva portare in tribunale i produttori del vaccino. Non siamo più soltanto davanti a un’ipotesi scientifica sbagliata: emerge una finalità strumentale ed economica che precede la pubblicazione stessa della ricerca. E tuttavia, per anni, quasi nessuno guarda in quella direzione. La comunità scientifica continua in buona fede a rispondere con altri esperimenti e altri dati, perché presume che quelli pubblicati dai colleghi siano autentici.
A cambiare la storia sarà qualcuno esterno alla comunità scientifica. Nel 2003 Brian Deer, giornalista del Sunday Times, comincia a indagare e scopre che i dodici bambini non erano stati selezionati come dichiarato e che le loro storie cliniche erano state manipolate: in alcuni casi i disturbi dello sviluppo precedevano la vaccinazione, in altri le diagnosi erano state alterate. Il British Medical Journal definirà il lavoro una “frode elaborata”.
Nel 2004 dieci coautori ritirano l’interpretazione dell’articolo; nel 2010, dopo l’inchiesta del General Medical Council, Wakefield viene radiato dall’albo dei medici britannico, e The Lancet, con dodici anni di ritardo, un lasso di tempo eccessivo e ingiustificabile, ritira definitivamente l’articolo. Ma ormai la frode era uscita dalle riviste scientifiche ed era entrata nelle case e sul web.
La copertura MPR in Inghilterra, intorno al 92% nel 1995, precipita al 79,9% nel 2003-2004. Le conseguenze arrivano negli anni successivi: nel biennio 2012 -13 si registrano 10.000 casi di parotite e, 3.303 casi di morbillo, con 257 ricoveri e 39 complicanze gravi e 15 decessi. La paura di un rischio inesistente aveva contribuito a far riemergere rischi reali.
Un altro dato rende ancora più evidente l’errore. Nel 1993 il Giappone sospende il vaccino combinato MPR: se Wakefield avesse ragione, l’autismo dovrebbe diminuire. Uno studio del 2005 sui bambini di Yokohama mostra il contrario: eliminato il vaccino, le diagnosi di autismo continuano ad aumentare.
La falso rapporto vaccini-autismo resiste anche perché sfrutta un errore intuitivo comune. I primi segni dell’autismo diventano riconoscibili nella stessa fase della vita, attorno all’anno e mezzo, in cui si riceve il vaccino trivalente: la vicinanza temporale viene trasformata in causa ed effetto. «Mio figlio è cambiato dopo il vaccino» possiede una forza emotiva che montagne di dati scientifici faticano a eguagliare: inoltre, puntare su una causa esterna e ambientale come il vaccino, scagiona le famiglie da qualsiasi (insensato, ma spesso presente) senso di colpa o responsabilità.
È qui che la storia torna ai nostri giorni. Un articolo falso può essere ritirato, un medico radiato, una frode smontata. Molto più difficile è cancellare una falsa credenza dall’immaginario collettivo. La difterite era chiamata “angelo strangolatore” perché soffocava soprattutto i bambini. I bambini possono essere protetti da questa malattia contro la quale esiste un vaccino efficace da quasi un secolo. La frode vaccini-autismo del 1998 è stata corretta da tempo, le sue conseguenze non ancora: non stanchiamoci di promuovere l’alfabetizzazione medico-scientifica, implementata dalle scienze cognitivo-comportamentali.
*Professore di Storia della Medicina, Università Vita-Salute San Raffaele di Milano
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28 agosto 2026 ( modifica il 28 agosto 2026 | 11:22)
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